Arte o Design? – La forma delle idee

//Arte o Design? – La forma delle idee

Arte o design?

La forma delle idee

Artisti che si mettono alla prova con la produzione seriale e designer che scelgono la strada del pezzo unico. In gioco, il dialogo tra forma e idea. Ma qual è il confine tra i due mondi?

di Antonella Trotta

Volete sostituire le vostre bellissime sedie del Settecento, che oscillano pericolosamente ogni volta che avete ospiti a cena? Bene, relegate quegli squisiti pezzi d’antiquariato nell’ingresso, dove il peso massimo da sopportare sarà un cappotto o un mazzo di chiavi, e cercate una sedia comoda, solida ma soprattutto di design. Ogni primavera, a Milano, il problema si risolve facilmente con un giro al Salone del Mobile e in alcuni eventi Fuorisalone selezionati. La prima reazione, però, di solito è lo smarrimento: una grande quantità di arredi e oggetti molto belli, molto diversi tra loro, ma soprattutto scaturiti da opposti modi di vedere dei designer. Alcuni sono davvero perfetti, oggetti d’uso in cui funzionalità ed ergonomia sono rispettate con rigore. In altri prevalgono considerazioni puramente estetiche, esaltanti al primo sguardo ma palesemente antiergonomiche. Insomma, più arte che design, più ricerca concettuale che praticità. È allora che ci coglie la stessa sensazione che si ha talvolta in galleria davanti a un’opera d’arte: ci tenta all’acquisto, ma ci lascia perplessi. Questa esperienza ambivalente ha un vantaggio: viene voglia di capire di più. Ossia di scoprire che cosa si definisce oggi design, chi sono i designer, chi sono i designer-artisti e chi sono gli artisti che sconfinano volentieri nel design.
Una cosa infatti è certa: esistono due “famiglie” di oggetti e arredi. La prima risolve problemi pratici oltre che estetici, la seconda è uno stimolo intellettuale paragonabile a quello che generalmente viene scatenato dall’opera d’arte.
La Beetle Chair della coppia GamFratesi per Gubi, il divano Delaktig disegnato da Tom Dixon per Ikea, il Big Table di Alain Gilles per Bonaldo, la collezione Fat Fat di Patricia Urquiola per B&B o il fortunatissimo vassoio Girotondo di Stefano Giovannoni per Alessi fanno parte della prima famiglia: design di prodotto. Sono progetti che nascono su richiesta di un’azienda, che ha individuato uno spazio di mercato. E nascono con caratteristiche che ne devono rendere la produzione economicamente sostenibile: sono pezzi fatti per la serialità e i grandi numeri.
Considerate invece, per fare qualche esempio, la collezione di oggetti Delta di Studio Formafantasma, i pezzi autoprodotti di Lanzavecchia + Wai No Country for Old Men, Magliana Table di Konstantin Grcic, le 50 Manga Chairs di Nendo, nate dalla collaborazione con la galleria Fried­man Benda di New York. O ancora le sedute-nido Bush of Iron di Nacho Carbonell o la collezione di pezzi in edizioni limitate autoprodotte da Studio Job di Anversa. Qui siamo dalle parti della seconda famiglia di oggetti: l’art design. L’art designer crea in modo libero, senza tenere conto dei limiti della produzione su larga scala. I suoi progetti si producono in serie limitate o addirittura sono pezzi unici (come quelli di Ron Arad o Richard Hutten, che pure lavorano anche in serie) e perciò hanno prezzi altissimi.

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Doppio registro
Il “divorzio” tra le due famiglie di oggetti è cominciato in Italia. Dal dopoguerra infatti un gruppo di architetti, soprattutto milanesi, ha inventato il “buon design”. I loro nomi sono Gardella, Caccia Dominioni, Castiglioni, Magistretti, Bellini. Un approccio innovativo, il loro, e molto creativo, ma pur sempre ragionevole e rispettoso della funzionalità e dei processi industriali, innestato su una base di solida cultura del progetto. Pezzi come il divano Maralunga di Vico Magistretti o la poltrona Catilina di Caccia Dominioni sono pezzi che hanno fatto la storia, diventando long sellers per aziende produttrici ed editori. Proprio come reazione al good design italiano sorsero da fine Anni 60 i movimenti radicali: Archizoom e Superstudio, Memphis e Alchimia. La loro esplorazione di rottura ci ha lasciato pezzi indimenticabili. Come la lampada Passiflora (1968) di Superstudio e il divano Superonda (1967) di Archizoom per Poltronova, i mobili di Sottsass per Memphis o il sofà Bocca (1970) di Studio 65 per Gufram, la serie Up (1969) di Gaetano Pesce fino ad Abitacolo (1971) di Bruno Munari per Robots o la poltrona Proust (1978) di Mendini – profeta dell’ibridazione fra arte e industria – per Studio Alchimia. Negli anni della contestazione si negava la connessione tra design e industria che stava alla base di tutto il lavoro fatto fino ad allora, così precisamente definita dall’espressione industrial design.

Percorso inverso
Un’ulteriore evoluzione, negli Anni 90, ci ha lasciato una nuova parola: design art. Si definisce così l’attitudine progettuale di alcuni artisti visuali. La massima esponente di questo filone dell’arte è probabilmente Andrea Zittel. Le sue A-Z Living Units sono minuscole ed eleganti unità abitative portatili complete di tutto e che tutti vorrebbero collezionare. Del resto, l’artista californiana, nata nel 1965, ha fatto del concetto di abitazione l’oggetto delle sue installazioni e della sua ricerca d’artista.
Zittel trasforma tutto quello che è riferito alla sfera domestica (mangiare, dormire, vestirsi, socializzare) in sperimentazioni artistiche che prevedono l’invenzione di inediti oggetti di design, nati nella sua casa-studio A-Z West, nel deserto californiano, presso Joshua Tree. A-Z Enterprise è il brand con cui Zittel produce i suoi progetti. L’artista lo chiama investigative living: riflettere su gesti e oggetti quotidiani trasformandoli in opere d’arte. Da questo “design della vita” sono nati le A-Z Wagon Stations, capsule di metallo appoggiate al terreno, dotate di un giaciglio e pochi altri comfort, e Smockshop un progetto di commercializzazione dei suoi abiti-opere d’arte.
Gli sconfinamenti nel design sono la cifra di tanti altri artisti degli ultimi due decenni: Jorge Pardo, Tobias Rehberger, il collettivo Atelier van Lieshout, Liam Gillik, John Armleder… Con il suo Green Light Workshop Olafur Eliasson all’ultima Biennale di Venezia ha messo su una fabbrica permanente di oggetti di design che è anche un esperimento sociale. Il collettivo Superflex con One Two Three Swing nella Turbine Hall della Tate Modern ha progettato un sistema di altalene che è un esempio di urban design che invita persone sconosciute a interagire fra di loro.

Senza frontiere, o quasi
L’arte è sempre contaminazione tra linguaggi diversi: che si sia affacciata al design non deve stupire. Ed è sempre sconfinamento da una disciplina all’altra, da una tecnica all’altra, da un’espressività all’altra: un fare diffuso senza confini linguistici e territoriali, come ha teorizzato Germano Celant nel suo libro Artmix.
Niente più confine tra arte e design, allora? Qualcuno non è d’accordo. «Design is more about form, art is more about ideas» dice David Shrigley, l’artista autore del pollice di 7 metri sul Fourth Plinth di Trafalgar Square: «Il design riguarda la forma, l’arte le idee». Una definizione adatta ai nostri tempi, in cui l’arte contemporanea ha imboccato, a partire da Marcel Duchamp, la strada maestra del concettuale. Una svolta portata avanti negli stessi anni in cui il design, da parte sua, abbandonava il funzionalismo rigoroso e si avvicinava all’arte.
Il confine tra arte e design, dunque, resiste oppure no? Come ha spiegato Paola Antonelli, curatrice del dipartimento Architettura, Design e Moda del MoMA di New York (e della prossima Esposizione Internazionale alla Triennale di Milano) è l’idea a fare la differenza: «Gli arredi di Donald Judd sono impensabili e scomodissimi se messi in produzione come oggetti di design, ma provocatori in campo artistico, in quanto pezzi d’arte su cui sedersi».
Martino Gamper, designer italiano trasferitosi a Londra, con la mostra Design is a State of Mind nel 2014 alla Serpentine Gallery ha voluto ribadire che il design prima di tutto è funzione, benché gli oggetti in mostra fossero stati utilizzati dai proprietari e avessero una componente emotiva. Se vogliamo considerare il design come “condizione mentale” «bisogna essere interessati a scoprirlo. Come nell’arte, bisogna essere disposti ad apprendere un nuovo linguaggio».[/read]

2018-05-11T11:10:32+00:00maggio 11th, 2018|

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