Big Data – La difesa della privacy

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Big Data

La difesa della privacy

Il loro volume è già impressionante. E la metà del pianeta non ha ancora accesso a Internet! I flussi di dati migliorano la nostra vita quotidiana, ma sono vulnerabili. Come gestirli al meglio è la sfida tecnologica ed etica per il futuro.

di Sophy Caulier

Io, tu, lui, noi… Tutti produciamo dati. Una massa incredibile di dati. Ogni nostra azione, nel mondo reale come nel Web, alimenta un flusso di informazioni continuo. In due giorni l’umanità ne produce tante quante ne ha generate dalle sue origini all’inizio del XXI secolo! È stato calcolato che il volume dei data raddoppia ogni 18 mesi e continuerà ad aumentare in maniera esponenziale. Ma da dove arrivano tutti questi dati? Dalle centinaia di miliardi di foto postate su Facebook in un anno, dai miliardi di e-mail inviate ogni giorno, dalle centinaia di ore di video caricate su YouTube in pochi minuti, dai milioni di immagini mediche che circolano nelle reti delle aziende sanitarie, dai corsi online di tutto il mondo, dalle transazioni bancarie, dalle comunicazioni satellitari di Gps e meteo… Questo flusso enorme di dati è importante. Nella sanità, per esempio, un paziente potrà ricevere un vaccino perfettamente adattato al suo profilo genetico, i cui dati saranno stati confrontati con quelli accumulati nel corso degli anni su tutta la popolazione di riferimento. Allo stesso modo, le informazioni sui prodotti che consumiamo (pagamenti con carte di debito o di credito, assicurazioni, consegne di acquisti, spesa o pasti a domicilio, prenotazioni online di biglietti per trasporti o spettacoli) facilitano la vita: quante volte ci siamo rallegrati perché una volta registrati a un servizio non c’è più bisogno di inserire nome e indirizzo o ridigitare gli estremi della carta di credito?

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Dati parlanti
I dati grezzi non dicono molto. È incrociandoli che “parlano” di noi, profilandoci come utenti. Da anni le aziende vendono e acquistano i dati che produciamo con le attività digitali, li confrontano per delineare con esattezza i nostri gusti di consumatori, cittadini, internauti, viaggiatori. Lo scopo? Offrire prodotti sempre più personalizzati e adattare i servizi alle singole esigenze, in modo da rubarci alla concorrenza.
La crescita esponenziale del flusso di dati pone però anche problemi pratici, che si faranno più pressanti nei prossimi anni. I dati vengono analizzati, stoccati, archiviati nei data centers. Questi ultimi, secondo il sito specializzato Data Center Map, sono circa 4 200, distribuiti in 119 Paesi, e cresceranno per numero e dimensioni. Già oggi occupano grandi capannoni dove sono ospitati migliaia di potentissimi server. Il problema è che questi server sono estremamente energivori: rappresentano circa il 3% del consumo mondiale di elettricità e producono calore, quindi bisogna alimentarli e raffreddarli. È per questo che gli operatori li realizzano in aree che rispondono ad alcuni requisiti di base: un prezzo dell’energia elettrica abbordabile e temperature esterne non troppo elevate, ma comunque non troppo lontano dai centri urbani, dove sono concentrati aziende e utenti. Una cifra può aiutare a valutare il peso del fabbisogno elettrico di Internet: inviare un’e-mail con un allegato di 1 MB, per esempio una foto in media risoluzione, equivale al consumo di una lampadina a Led da 20 W per un’ora. Un valore da moltiplicare per i miliardi di e-mail inviate ogni giorno. In più, questi centri emettono anidride carbonica. Si stima che il 2% delle emissioni globali di CO2 siano imputabili ai data centers: quasi quanto l’insieme dei trasporti aerei! E attenzione: soltanto metà della popolazione mondiale è oggi connessa a Internet. Per evitare conseguenze future irreversibili, i principali attori (Google, Amazon, Face-book, Apple e Microsoft) investono e innovano in ogni ambito: energie rinnovabili, pile a combustibile, biogas, ingegnerizzazione e collocazione dei server in contenitori ermetici immersi negli oceani o nascosti nel sottosuolo, riciclo del calore prodotto per riscaldare edifici pubblici e residenziali.

Cyberguardie e cyberladri
C’è poi la questione della sicurezza. I dati valgono, abbiamo visto, perché sono la nostra identità e danno accesso a informazioni sensibili, come quelle sanitarie o finanziarie. Per questo sono una merce che fa gola ai malintenzionati. Casi come la manipolazione dei post sui social network durante le presidenziali statunitensi o il furto dell’identità digitale di 57 milioni di utilizzatori e autisti di Uber, sono solo l’avanguardia della criminalità informatica. Casi di cyber-attacchi più frequenti hanno portato l’Europa a prendere importanti provvedimenti. Il 25 maggio 2018 il Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation, o Gdpr) entrerà in vigore nei 28 Paesi dell’Unione Europea, Regno Unito compreso. Il suo scopo principale è restituire agli individui il controllo dei dati personali. Il Gdpr obbliga infatti le imprese a informare chiaramente gli utenti sull’uso che sarà fatto delle loro informazioni e a chiedere sempre il loro consenso (cosa peraltro già prevista in molti Paesi). Allo stesso tempo obbliga gli utenti a comunicare entro 72 ore le violazioni di dati subite e potenzialmente rischiose. Infine, il Gdpr autorizza le imprese a trasferire dati all’esterno dell’Ue solo a condizione che possano monitorare i trasferimenti e garantiscano la protezione dei dati. Una prima tappa verso uno “scudo digitale” per i cittadini europei.

L’articolo completo sul numero 12 di The Good Life[/read]

2018-04-17T11:47:37+00:00marzo 19th, 2018|

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