Dakar – Boom creativo

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Valparaíso

Alla fine del mondo

Una città di marinai, funicolari che si arrampicano sulle colline, case variopinte e vecchi palazzi: i tesori della mitica Valparaíso cantata da Pablo Neruda sono tornati a vivere e ad attrarre gli hipsters del Cile.

di Maud Vidal-Naquet
 foto di Laurent Fabre

Se altrove i muri hanno le orecchie, a Dakar sono loquaci… Come nel caso di Docta, pioniere della street-art nella capitale senegalese, che, attraverso le sue opere, parla (molto) di ciò che gli sta più a cuore. «Nei miei murales non parlo di me, ma della vita di tutti i giorni, di politica, di questioni legate alla salute e all’educazione», precisa l’artista autodidatta, 43 anni, che ha fondato il collettivo Doxandem Squad nel 1994. «L’estetica non è tutto, è il messaggio ciò che conta. La nostra opera è sociale e rispettosa, non si tratta di vandalismo: prima di passare a dipingere, puliamo tutt’intorno, chiediamo l’autorizzazione a chi abita l’edificio. Senza mai ricevere un rifiuto, la gente è contenta di vederci abbellire strutture spesso fatiscenti. I senegalesi hanno una mentalità aperta e coltivano il mito del colore, dai vestiti alle case». L’epicentro dei murales in un agglomerato urbano di oltre 3 milioni di anime, un quarto della popolazione del Paese, è Medina, uno dei 19 quartieri di Dakar, a due passi dall’oceano. Un distretto in fermento, povero e popolare, ma ricco del suo patrimonio umano. Gli artigiani lavorano all’aperto, mentre il bestiame dorme sui marciapiedi. I commercianti raffigurano le loro specialità sulle pareti dei chioschi, perché l’analfabetismo affligge quasi la metà dei senegalesi, e il mercato Gueule-Tapée, sul boulevard omonimo, si spinge sin sulla strada sterrata. Insomma, Medina è un concentrato di Dakar, ed è lì che Docta ha fatto il suo debutto, appena trent’anni fa: «Sono sceso in strada per esprimermi già nel distretto di mia nonna, che era la mia prima fan! Avevo campo libero, in Senegal i murales non sono proibiti». In effetti, nel 1989 è stata organizzata la campagna Set Setal, per rimettere in sesto le zone degradate: oltre alle opere di pulizia, si promuove l’arte murale per decorare le aree abbandonate. Da allora, Docta ne ha fatta di strada: tre anni fa, ha realizzato un dipinto murale nell’atrio del museo Guggenheim di Bilbao. Ad aprile, l’artista celebrerà i 10 anni del Festi graff, una manifestazione d’arte urbana lanciata dalla sua Doxandem Squad e diventata la più importante del continente africano. Ogni anno, per dieci giorni, l’evento vede la partecipazione di una quarantina di writers, oltre a break dancer, slammer, dj e stilisti di streetwear di 20 nazionalità diverse. E, ovviamente, Medina è il cuore di questi incontri, poiché ospita il villaggio del festival. «C’è un gran fermento, si organizza tanto in quest’ambito, grazie ai numerosi ballerini e gruppi di hip-hop, ai fotografi, ai videomaker e ai writers», s’illumina Aisha Dème. Tecnico informatico in origine, amava le iniziative culturali, ma faticava a trovare le informazioni. Per questo, nel 2009, ha creato il portale Agendakar.com. La consulente in progetti culturali ammira l’operato di Africulturban, primo centro di cultura urbana in Africa occidentale, fondato nel 2006 da alcuni rapper senegalesi per compensare l’assenza di sostegno istituzionale.

Una scena culturale rigogliosa
«I pubblici poteri non prendono atto di quest’effervescenza e non la sostengono», si rammarica Marina Sow, direttrice operativa della Fondazione Ousmane Sow. «A mancare non è la creatività, ma un quadro giuridico che faciliti l’imprenditoria e crei occupazione». Ragion per cui non ha atteso gli aiuti istituzionali per trasformare la dimora di suo padre in un magnifico museo, inaugurato in occasione della 13ª Biennale Dak’Art, a maggio. Senza dimenticare l’Off, sparso per 320 spazi espositivi e coordinato da Mauro Petroni. Il ceramista italiano, residente in Senegal da più di trent’anni è anche tra gli ideatori di Partcours: «La scena artistica e culturale di Dakar è molto viva e relativamente solida, malgrado le difficoltà economiche. Certo, non è la città africana più ricca né la più attiva, soprattutto se si paragona a Lagos, per esempio. Tuttavia, beneficia di un clima più propizio, perché il paese è stabile e la libertà di espressione maggiore rispetto ai paesi vicini». Petroni si rallegra dell’arrivo a Dakar della galleria più importante d’Africa, con sede ad Abidjan, quella di Cécile Fakhoury, che si unisce a Partcours. Fedele al circuito artistico, la galleria Atiss si trova nella cornice della splendida villa di Aïssa Dione. La sessantenne franco-senegalese ha accompagnato nei suoi primi passi l’eclettico Soly Cissé, oramai quotato all’estero. «Da più di vent’anni, esercito, bene o male, la professione di gallerista a Dakar», ricorda. «Non c’è un vero e proprio mercato dell’arte in Senegal. Inoltre, i collezionisti e gli altri acquirenti non hanno l’abitudine di passare dalle gallerie, ma si recano direttamente in atelier». La sua seconda occupazione è il tessile per l’arredamento di alta gamma, con un marchio che porta la sua firma. «Sin dal principio, ho collaborato con grandi maison, come Hermès, con progettisti di interni rinomati, come Jacques Grange, e con hotel di lusso, come il Pullman Dakar Teranga, per il quale ho realizzato cuscini e tavolini. Al suo interno ho aperto il concept store di accessori di moda e design, WAO by Aissa Dione ». Allo stesso tempo Aïssa progetta e produce pezzi di arredamento, che nascono, come i tessuti, dalla sua azienda, in cui lavorano un centinaio di persone: falegnami, scultori del legno, tessitori, tappezzieri, tintori e sarti. «Metto in primo piano le tecniche della tradizione locale. La mia attività è sostenibile, posso arredare una casa 100% made in Senegal. Vorrei passare dall’artigianato a una scala più industriale, ma non è facile. Inoltre, mi batto affinché siano creati dei luoghi di formazione ai mestieri d’arte, scuole e percorsi educativi, bisogna strutturare la filiera per valorizzare chi ha le mani d’oro». È il caso del designer Ousmane Mbaye, nato nel 1975 a Medina, dove ha il suo atelier, oltre a una boutique, dal maggio 2017, e un nuovo concept store, Shop Bi, in cui vende delle chicche (arredamento, gioielli, pelletteria) reperite nel corso dei suoi viaggi. Viene da lontano, questo talento che ha imparato tutto dalla scuola della strada e della vita, nel suo quartiere feticcio «pieno zeppo di talenti, di artigiani e di savoir-faire». Da ragazzo, faceva il tecnico frigorista con il padre, entrando a casa della gente per installare gli impianti di refrigerazione e condizionamento. «Per 17 anni, ho osservato gli interni, gli oggetti della vita quotidiana dei senegalesi. Poi ho deciso di uscire dalla mia comfort zone indirizzandomi verso il design. Ho imparato facendo, secondo la filosofia Bauhaus. Ho iniziato con meno di 10 euro in tasca». In mancanza di mezzi, ha dapprima fatto ricorso ai materiali di recupero per progettare i mobili, saldando a tutto spiano, fino a giocare con i materiali e le forme, modellando il metallo, patinandolo come fosse ceramica, trasformandolo in arte. Nel 2014, espone il suo lavoro al Centquatre, a Parigi, in occasione della Paris Design Week. Oggi, colui che si definisce “un eterno movimento” vuole creare una scuola di Design a Dakar, per formare le nuove leve. «È necessario: importiamo il 95% dei beni di consumo. Bisogna formare i giovani e creare incubatori per pensare gli oggetti, riflettere sui bisogni specifici degli africani. Se non stimolato, il nostro artigianato morirà».

La Dakar fashion week
Il 100% made in Africa è difeso anche da Sarah Diouf, con Tongoro, la sua collezione di prêt-à-porter nata nel 2016, di cui alcuni capi sono stati indossati da Beyoncé. Dopo gli studi in economia in Francia, questa fanatica dei media online è tornata a Dakar per portare a termine il progetto di un’e-boutique monobrand, perché lì ha scoperto la presenza di un ecosistema favorevole. «Lavoro su piccola scala e trovo tutto localmente: i tessuti al mercato, i sarti, le modelle e i fotografi per lo shooting delle quattro collezioni create ogni anno». Mohamed Diouf, 27 anni, ha inaugurato la propria griffe, Yetouma, nel 2014. L’anno successivo ha sfilato per la prima edizione della Young Fashion Night di Dakar, appuntamento annuale istituito da un creatore di grande talento, Fadel Ndiaye, di appena 21 anni. «Per la moda, Dakar è la Parigi del continente africano, se si esclude l’Africa del Sud, molto avanti in materia», si accende Mohamed Diouf. I due giovani uomini hanno peraltro presentato le rispettive collezioni nel corso della 16ª edizione. La prima settimana della moda in Africa ha avuto luogo nel 2002. Da allora richiama numerosi stilisti, architetti, giornalisti, influencer e appassionati di moda provenienti da tutto il mondo. A capo vi è un’energica businesswoman, che è anche all’origine del brand Adama Paris, Adama Ndiaye. «Ho sempre avuto la passione della moda e, vivendo nella capitale francese con i miei genitori diplomatici, ho avuto la fortuna di assistere, a 9 anni, a una sfilata di Yves Saint Laurent. Dissi di voler sfilare. Mia madre mi domandò: “Come queste ragazze?”, indicando le modelle. “No, come lui”, risposi indicando il genio francese. Ho fatto il grande passo dopo gli studi in economia e un breve passaggio in banca». Adama pone l’accento sull’importanza della dimensione del business: «Alla Dakar Fashion Week, non si sfila per il piacere né per l’estetica o per l’originalità. È un trampolino per lo sviluppo delle aziende». Un’imprenditrice seriale, Adama ha lanciato nel 2014 anche la Fashion Africa TV, il primo canale del continente dedicato alla moda. Un altro percorso interessante è quello di Baay Sooley, che ha cofondato, circa dieci anni fa, il brand Bull Doff. Proviene da un famoso gruppo hip-hop senegalese, Positive Black Soul: «Oltre a cantare e ballare, mi occupavo dell’immagine e della direzione artistica. Quando è uscito il mio album, l’ho corredato di un supporto tessile, trasformato in merchandising: t-shirt, jeans… vedo ogni cosa nella sua globalità». Non c’è da sorprendersi: secondo Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal, nel 1960, all’origine di una politica culturale volontaristica, i senegalesi – di cui più della metà è meno che ventenne – sono «un popolo rivolto verso tutti i venti del mondo». Una frase che ha voluto fosse inserita nell’inno nazionale. Quanto al motto di Dakar, la città più occidentale in Africa, potrebbe benissimo essere «libertà, ospitalità, creatività».

2019-07-29T15:57:15+00:00luglio 29th, 2019|

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