Jaipur

Jaipur

Policromie e cosmogonie

Sotto il cielo del Rajastan, la città regale mostra i suoi palazzi da Le mille e una notte, i fiumi di diamanti e i bazar multicolori e animati. Nell’ocra dei suoi muri ci ricorda anche il posto del cosmo nella cultura indiana.

di Bérénice Debras
 foto di David Lefranc

«Lei sarà ricca, molto ricca», mi dice in un inglese stentato il dr. Kedar Sharma, vestito con un kurta bianco impeccabile. Trattengo il riso davanti alla sua aria seria. Lui, seduto in una poltrona in similpelle sotto la luce verde e bianca dei neon, continua: «Lei scrive, non è così? Guadagnerà molto denaro grazie ai diritti d’autore». Kedar Sharma è uno degli astrologi più famosi di Jaipur. Si narra abbia consigliato le grandi famiglie indiane, tra cui Tata, Mittal e Birla. Un hobby che ha per lungo tempo praticato in concomitanza con il suo posto di docente di Economia all’università del Rajastan. Ormai in pensione, traffica ancora con i pianeti per aiutare i suoi colleghi, gratuitamente, ci tiene a precisare. Sobbalzo: l’insetticida elettrico ha appena inghiottito un insetto sotto l’occhio benevolo del dio Ganesh. «Predico il futuro da quando avevo 10 anni», riprende l’astrologo come per rassicurarmi, «è un dono degli dei». Mi piacerebbe crederci. Ci siamo un po’ arrangiati per quanto riguarda l’ora della mia nascita, che non conosco, e che invece è il fondamento di ogni quadro astrale. Ho scritto e poi nascosto il mio nome e la mia data di nascita sopra un foglio di carta che gli ho consegnato. Ha quindi esclamato trionfante: «Ore 6, 55’ e 17’’!» La sua predizione dipende dunque da questa ora. La curiosità vale un altro consiglio. Al JanmPatrika Astrological Center, Jayant Jain ha passato quasi quarant’anni a dialogare con il cielo. Divide il suo locale polveroso, immutato nel tempo, con il salone di bellezza di sua moglie. «L’astrologia è l’armonia dell’uomo nell’universo», dice. Gli do la mia presunta ora di nascita e s’immerge in un’opera dalle pagine strappate, spiegazzate e talvolta mancanti, testimone di numerosi destini. S’installa davanti al suo computer pre-Internet e alla fine abbiamo il verdetto. Il futuro prossimo, questa volta, è più grigio. Mi pento già della mia visita ma Jayant Jain mi dà qualche antidoto: offrire monete di rame ai meno abbienti e mollica di pane alle formiche… Ecco, 500 rupie (circa 6 euro) per la lettura del quadro astrale, consigli inclusi. In India gli indù, e qualche musulmano, si affidano al potere celeste che guida le grandi decisioni della vita, dal matrimonio all’acquisto di una nuova auto. Qui più che altrove. Riprende l’astrologo: «Jaipur è stata costruita in funzione degli astri. Noterà che la città non ha conosciuto né bufere né inondazioni né altre catastrofi naturali». Jaipur, città risalente “soltanto” al XVIII secolo, è nata da un sogno: quello cartesiano del mharaja Jai Singh II (1688-1743), erudito, appassionato di astronomia e di astrologia (due scienze allora coincidenti) e di matematica. Anzitutto iniziò la costruzione dell’osservatorio Jantar Mantar, meravigliosamente conservato, dove l’ora solare era calcolata con una precisione di tre secondi. La prima pietra della città fu posta nel 1727, in accordo con le stelle, in una pianura a qualche chilometro dalla città reale fortificata di Amber. Niente fu lasciato al caso. Il disegno a scacchiera di nove caselle segue i testi sacri del Vastu shastra, l’antenato del feng shui cinese. Attorno al City Palace le strade, tutte dritte, sono organizzate in modo gerarchico in funzione della loro larghezza: 108, 54, 27 e 13,66 piedi, ovvero da un massimo di circa 40 a un minimo di 5 metri. Tutto questo, ovviamente, è quasi impossibile da vedere di giorno, tanto le strade brulicano di biciclette, risciò, auto, cani, vacche, cavalli, scimmie e pedoni. È durante la mia passeggiata nell’alba nascente, all’ora in cui la città è ancora addormentata, che l’ordine rettilineo mi si rivela. In questa città nuova fiammante, che annuncia l’inizio di una nuova era, furono invitati a trasferirsi i migliori artigiani e orafi, i ricchi mercanti, i proprietari terrieri e i banchieri, oltre agli studenti più promettenti di tutta l’India. Divenuta capitale del Rajastan, Jaipur è rimasta, nel corso dei secoli, un importante luogo di commercio e di scambi. La Città rosa ormai ossessiona l’immaginario collettivo e, sullo sfondo de Le mille e una notte, invita a sogni di grandezza, frutto dell’inganno di mercanti di sabbia e di polvere d’oro e di diamanti.



Lascio il centro città, la sua polvere e i suoi odori, ora inebrianti ora soffocanti, per recarmi al centro culturale Jawahar Kala Kendra, chiamato anche Jkk. Vi è in corso una mostra di ceramiche contemporanee, cosa piuttosto rara in India. Le linee dritte dell’edificio dialogano curiosamente con quelle del centro che ho appena lasciato. «L’architetto Charles Correa (1930-2015, ndr), ha portato la modernità a Jaipur. Ha progettato questo edificio negli Anni 80 su richiesta del governo del Rajastan. Si è ispirato alla pianta della città e ha dunque costruito nove blocchi», spiega Anuradha Singh, la direttrice generale aggiunta del Jkk. «Charles Correa credeva nell’astronomia, nell’astrologia e nella matematica. L’edificio fa riferimento alle scienze. L’auditorium esterno, per esempio, evoca i pozzi a gradini del Rajastan.» Le linee sono dritte e l’insieme è semplice e cordiale. La costruzione, con il trascorrere del tempo, è caduta in rovina, finché l’architetto stesso non ha chiesto l’intervento del governo. Così, è arrivato un nuovo gruppo di dirigenti e i lavori di ristrutturazione sono iniziati nel 2015. L’ocra dei muri contrasta con l’interno bianco, ma aperto sull’esterno, dell’Indian Coffe House dove mi sistemo. Si respira una strana atmosfera Anni 50, complici i ventilatori d’antan. Il tempo sembra scorrere lentamente, perdendosi nei meandri del pensiero. Sui muri, rappresentazioni di pianeti e del cosmo. Intorno a me, intellettuali e amanti dell’arte, studenti, hipster e tre designer francesi nascosti dietro un computer. Ordino un tè e un toast. Una giovane donna si siede al mio tavolo, non ci sono altri posti. È un medico di un dispensario che dista 150 km da lì e si ferma spesso qui per pranzare – non è caro. Yogitha raccomanda l’omeopatia, ma – dice – in campagna, i pazienti non la accettano ancora. Mi propone gentilmente di riportarmi in città. Che errore! All’ora di punta, siamo bloccate nell’ingorgo di questa città di più di tre milioni di abitanti. Lei prende una tangenziale e io decido allora di proseguire in risciò. Nuovo errore! Mi ritrovo completamente ferma. Nessuno si muove, ma tutti gli autisti pigiano allegramente sul clacson. C’è qualcuno che ha ancora i timpani o almeno i nervi (saldi)? Il silenzio farebbe paura come il vuoto. Faccio il collegamento tra i due e mi ricordo le frasi dell’artista e designer Mark Prime, incontrato qualche anno fa a Bombay: «In India, l’utilizzo dello spazio è paranoico. Gli indiani hanno problemi con “l’assenza”. A una mia esposizione ho lasciato un intero muro bianco. Tutti mi domandavano perché. Gli indiani non sono abituati al vuoto. Non è nella loro cultura. Si vive con tutta la famiglia, mai soli. I muri bianchi appaiono come qualcosa di anormale». Anche a Jaipur. Non un centimetro è vuoto o neutro. I colori dilagano da ogni parte. E, come se il caos policromo delle vie non fosse sufficiente, la città mette in mostra nelle sue vetrine (e sulle bancarelle dei marciapiedi!) pietre preziose e semipreziose: smeraldi, granati, giade, topazi, agate, rubini, ametiste, tormaline, diamanti. Da perdere la testa. Jaipur è rimasta una delle piazze più importanti per il taglio e la vendita delle pietre. Circa 40 000 esperti di di questo settore lavorano ancora qui. Intere dinastie familiari continuano il know-how dei loro antenati, come i Kasliwal. Dal 1852 riforniscono le teste coronate e le celebrità delle pietre più pure. Sono cresciuti con i mharaja, hanno seguito i loro alti e bassi, creando per loro dei gioielli straordinari e rivendendoli quando mancava il denaro. Di tutti, Munnu (morto nel 2012) indovinava meglio di chiunque i desideri e ideava oggetti unici mescolando l’arte moghul e rajput a elementi contemporanei e occidentali. È con lui che la creatrice Marie-Hélène de Taillac ha sviluppato il suo stile così raffinato e semplice, più volte imitato. Siddharth, il figlio di Munnu, oggi comproprietario del Gem Palace, esplora vie parallele. Ha aperto un albergo su un terreno della famiglia. Non è il solo a prendere un’altra strada. A qualche porta dal Gem Palace si trova il Gem Plaza (certe cose non si improvvisano…), in cui i due fratelli hanno inaugurato il Gyan Museum in omaggio al loro padre, gioielliere, gemmologo e collezionista. Alle porte della città, sopra il loro laboratorio, hanno riunito una parte dei 2 500 oggetti che vanno dal XVI secolo all’inizio del XXI secolo. «Sapevamo che nostro padre era un collezionista, ma non avevamo alcuna idea dell’importanza della sua collezione», sostiene uno dei figli. Il risultato è stupefacente. L’allestimento, per cominciare: l’ambiente evoca un po’ quello del film Gattaca. Tutto è bianco, immacolato, dal pavimento al soffitto – salvo il dio Ganesh. Al piano superiore ci s’immerge nella penombra. Solo gli oggetti sono illuminati da un sapiente gioco di luci: un gioco di carte del XVI secolo, un suzani del XIX secolo, un collier di rubini di Birmania di 650 carati.

Rientro con gli occhi pieni di stelle al Sujan Rajmahal Palace, l’ex dimora reale trasformata in hotel di lusso. Vi incrocio le ultime teste coronate. Sorridenti, nelle loro cornici d’argento, le fotografie raccontano un frammento della storia della città. Là c’è il mharaja Man Singh II, grande giocatore di polo che vinse la coppa d’oro di Deauville nel 1955, e la sua ultima moglie, la maharani Gayatri Devi, che si era impegnata in politica. E c’è l’attuale giovane e bel mharaja di 20 anni, Padmanabh Singh, incoronato a 13 anni, che continua la tradizione del Polo. Ha un’aria modesta, sottolineata da una certa eleganza. «Ha avuto l’intelligenza di adeguare i grandi balli al gusto contemporaneo», mi dirà più tardi una persona vicina alla famiglia. «Ha compreso che era un modo di far parlare della propria città e di farla vivere». Perché Jaipur è stata sinonimo di feste e di glamour, come lo furono Venezia o Parigi, che accolsero gli ultimi grandi balli negli Anni 50 e 60. Dormire al Sujan Rajmahal Palace, è sognare nelle camere dei grandi, come quella dove ha dormito la regina Elisabetta II. L’hotel, 13 camere soltanto, ha conservato l’atmosfera delle vecchie case di famiglia. I mobili scricchiolano un po’ e le porte si chiudono ancora con una vera chiave. La mattina sento i passi frettolosi del personale che si affaccenda, le porte che si chiudono e la musica che risuona. A colazione, i Rajput con in testa turbanti rosa si confondono con la carta da parati rosa fucsia della sala 51 Shades of Pink. Una coppia di giapponesi, molto chic – lei ha qualcosa di Maggie Cheung nel film In the mood for love – scatta delle fotografie per il proprio account Instagram. Stanno facendo produrre il loro brand di abiti a Jaipur. “Maggie Cheung” adesso è in piedi sulla grande scalinata, una delle poche a Jaipur. Quella del City Palace e anche quella di Fort d’Amber sono spoglie, spesso strette, come per nascondere gli intrighi di corte. A meno che non sia tipico dell’architettura moghul o un’esigenza legata all’allineamento degli astri. Ecco, bisogna che non mi dimentichi di verificare la mia ora di nascita una volta a Parigi. Per confermare il mio destino.

2019-07-29T14:55:57+00:00luglio 29th, 2019|

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