Lima – Il ritorno della Città dei Re

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Lima

Il ritorno della Città dei Re

Stranamente, città secondarie del Perù come Cusco o Arequipa erano, fino a poco tempo fa, più note della capitale, per via del loro glorioso passato. Spinta da un inatteso boom economico, Lima ha però cambiato le carte in tavola e oggi è una delle più promettenti metropoli dell’America Latina.

di Sylvie Berkowicz e Capucine Pêtre
 foto di Stevens Frémont

Un panorama incredibile per un semplice mall, forse uno dei più belli di tutta l’America Latina. Con la sua vista sul mare a 180°, le terrazze in teak affacciate sulla scogliera e i negozi di lusso, Larcomar troneggia di fronte all’oceano. È uno dei simboli di un Paese che ha alle spalle quindici anni di crescita ininterrotta. A Lima, la Ciudad de los Reyes fondata dal conquistador Francisco Pizarro, Larcomar è il punto nevralgico del nuovo stile di vita della capitale: sessioni di surf mattutine, passeggiate romantiche sul waterfront al tramonto, quando si dirada la nebbia del Pacifico, pit-stop in stile business nell’elegantissimo JW Marriott o esotiche esperienze gastronomiche nei ristoranti dei quartieri Miraflores e Barranco. È lo stile di vita adottato dalla nuova generazione di limegni, che consumano oggi ma credono nell’avvenire. Problemi continuano a essercene, ma la città dove vivevano i viceré spagnoli sta conoscendo una nuova vita, dopo un lungo, lunghissimo, periodo di crisi.

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Un Pil triplicato in dieci anni
Lima, 1990. Mentre il Perù è messo a ferro e fuoco dai terroristi di Sendero Luminoso, il presidente Alberto Fujimori – oggi in carcere per corruzione – sale al potere. È stato l’inizio di dieci anni di trasformazioni, a volte traumatiche. Attraverso una serie di campagne di privatizzazione e con la moltiplicazione degli accordi di libero scambio, il Perù si è riaffacciato lentamente sulla scena internazionale, diventando un terreno potenzialmente fertile per gli investitori di tutto il mondo. E non si tratta di un terreno qualsiasi. Grazie alla Cordigliera delle Ande, il Paese abbonda di risorse minerarie: il Perù rappresenta la prima riserva mondiale di argento, è il secondo produttore di rame e non gli manca neppure l’oro, particolarmente ricercato a partire dagli anni Duemila soprattutto da parte dei “vicini” giganti industriali cinesi, affacciati sull’altra sponda del Pacifico.
Tra il 2000 e il 2012 gli investimenti esteri sono aumentati di 12 volte, facendo impennare il Pil pro capite, che è triplicato nell’arco di un decennio ed è passato da 2 000 a oltre 6 000 euro. La capitale, Lima, è stata il cuore di questo “miracolo economico”. E continua a esserlo. Con i suoi circa 10 milioni di abitanti sta cambiando fisionomia, a cominciare dalla popolazione. «Tra il 2000 e il 2016 tutte le classi sociali hanno beneficiato del boom, ma è stata soprattutto la classe media a uscirne meglio, visto che è aumentata del doppio» precisa Rolando Arellano Cueva, cofondatore dell’ufficio studi Arellano Marketing. «Nel 2016, secondo le nostre stime, due limegni su tre ne facevano parte». Un dato superiore alla media che si registra in America Latina (il 30% secondo la Banca Mondiale) e che la dice lunga sull’evoluzione della capitale.
A cominciare dai quartieri settentrionali, dove questa classe media si è concentrata. E dove mostra tutta la sua specificità. «Di solito la classe media ha una sola idea in testa: appropriarsi dei modi di fare e delle abitudini della classe sociale superiore, per somigliarle. Non a Lima. Qui, la categoria dei “nuovi ricchi” si è fatta da sola, in maniera informale, senza l’aiuto dello Stato né dei ricchissimi; per questo vuole mantenere la propria indipendenza, soprattutto geografica, pur non rinunciando a nulla». Confluire verso i quartieri storicamente riservati ai super-ricchi e ai privilegiati del potere, come San Isidro e Miraflores? A loro non interessa. Tanto più che lì nessuno vuole quelli che, ancora oggi, a più di cinquant’anni dalla grande immigrazione che negli anni Sessanta ha ingrossato i quartieri settentrionali, vengono chiamati “invasori”. È quindi nei quartieri a nord del centro, nel cosiddetto Cono Norte, che bisogna cercare le tracce del boom economico. Los Olivos, Carabayllo, Puente Piedra… Questi nuovi quartieri, fino a poco tempo fa costruiti in qualche modo, sono diventati centri vitali e cuore degli affari a pieno titolo. Qui sono nate imprese familiari, qui si è perfezionato il know-how, qui si sono moltiplicati edifici residenziali, uffici e negozi. Merito anche del potere “fertilizzante” dei malls. Nel 2002 il gruppo Wiese è stato il primo a interessarsi a questa clientela fino ad allora trascurata. La nuova classe media della città (1,8 milioni di limegni) è al 90% proprietaria dell’abitazione in cui vive ed è pensando a loro che Wiese ha aperto Mega Plaza, il primo centro commerciale nel Cono Norte. Il luogo è ispirato all’elegante (e redditizio) Jockey Plaza, costruito quattro anni prima ad alcuni isolati di distanza per la clientela più ricca di Lima. Le altre catene commerciali, che siano cilene, come il gruppo Falavella, o peruviane, come i gruppi Romero (proprietà di Dionisio Romero Paoletti, uno degli uomini più potenti del Paese) e Intercorp (proprietà del multimiliardario Carlos Rodriguez Pastor) hanno seguito tutte l’esempio di Wiese. Così, nell’arco di un decennio, nel Paese sono sorti oltre 65 centri commerciali, e il loro numero è arrivato a 84 nel 2015, di cui 47 nella sola Lima! Sono numeri che hanno trasformato il Perù nel mercato più promettente in America Latina per il retail, secondo la società di consulenza strategica A. T. Kearney. Davanti alla Colombia e, soprattutto, al gigantesco Brasile! Una prova, se ne servissero, del crescente potere d’acquisto di peruviani e limegni. Potere d’acquisto che, va detto, ha una grossa dimensione sommersa, stimata dalla Banca Mondiale al 70% del Pil peruviano. Per rendersene conto basta fare un salto al mercato di Gamarra, nel cuore di Lima. Qui tutte le mattine si presentano decine di migliaia di lavoratori. Tempio del tessile e dell’abbigliamento, questo caos organizzato rappresenta una delle industrie più dinamiche del Paese e genera (ma si tratta di stime molto approssimative) quasi 1,5 miliardi di dollari di entrate annuali grazie a qualcosa come 25 000 imprese con un’attività ben avviata. Di queste imprese, però, quasi il 45% non ha alcuna licenza, secondo i dati 2012 della Gerencia di Desarrollo Económico della Municipalidad de La Victoria. Un livello di irregolarità definito allarmante dalla Banca Mondiale e indicativo di come funziona l’economia locale.

Terra di contrasti
Quasi a osservare distaccata quest’economia parallela in piena effervescenza, la torre Interbank, progettata dallo studio di architettura austriaco Hans Hollein, si staglia in lontananza. A meno di tre chilometri in linea d’aria dal mercato di Gamarra, simboleggia il capitalismo vigoroso di cui i quartieri più belli e ricchi di Lima hanno in gran parte beneficiato, San Isidro e Miraflores in testa. «Negli anni Duemila Miraflores, una delle zone residenziali di Lima, ha completamente cambiato faccia» racconta Nella Pinto, di Sotheby’s International Realty. «Le incantevoli case coloniali, eredità degli anni Trenta, non hanno resistito alla pressione dei nuovi immigrati e sono state sostituite, una dopo l’altra, da moderni edifici a più piani. In meno di un decennio i prezzi sono triplicati. Nel 2016, nei dintorni del golf club di San Isidro, si è stabilito il record di oltre 6 500 dollari al metro quadrato, nonostante la flessione generale registrata dopo il 2013». Una bolla in parte alimentata dalle stesse municipalidad, tra cui quella di Miraflores, che secondo Gustavo Rizo Patrón, presidente della Federazione nazionale dei promotori immobiliari, impone norme troppo rigorose per la ristrutturazione degli appartamenti. «Lo scopo? Evitare la “contaminazione sociale” imponendo barriere in entrata per chi acquista la prima casa, ma è in condizioni economiche modeste» dice con rammarico. A Barranco, stessa situazione. «Con le sue graziose case coloniali trasformate in cocktail bar, questo quartiere radical chic fino a qualche anno fa era appannaggio degli artisti. Ma anche qui si è assistito a un’impennata dei prezzi» precisa Nella Pinto. Il quartiere artsy di Lima ha però affrontato meglio di altre zone il processo di gentrificazione e ha resistito alle pressioni degli immobiliaristi.

Il ritorno del bello
La bolla immobiliare non è certo sfuggita all’attenzione degli architetti, in particolare a quella di un collettivo molto apprezzato da queste parti, l’Asociación Peruana de Estudios de Arquitectura (Aea). Fondata nel 2015, l’associazione riunisce 42 studi di architettura diversi e si è data una missione: riportare la qualità architettonica in città, dopo anni di urbanizzazione selvaggia: l’80% della Lima di oggi è stata costruita (male) dopo il 1980. «Oggi assistiamo a un movimento molto positivo per l’architettura, quella con la A maiuscola» conferma Angus Laurie, fondatore di LLAMA Urban Design e membro dell’associazione. «Dopo essersi finalmente dotata di un ministero della Cultura degno di questo nome, Lima ha reintrodotto le gare d’appalto pubbliche, attirando architetti internazionali. Il ritorno di questa buona pratica, troppo a lungo accantonata, ha dato finalmente i suoi risultati: lo studio irlandese Grafton, per esempio, ha vinto numerosi premi insieme all’Università di Ingegneria industriale e tecnologia di Lima, mentre l’architetto austriaco Hans Hollein ha firmato la torre Interbank». Il progetto per la nuova ala del Museo de Arte de Lima (MALI), affidato allo studio spagnolo Burgos & Garrido in collaborazione con LLAMA Urban Design, è un’altra prova di questa tendenza.
Sono dunque questi i simboli del grande ritorno di Lima? Fernando Palazuelo, fondatore della società Arte Express, scommette di sì. Ex milionario rovinato dalla crisi immobiliare spagnola, questo “costruttore e storico”, come lui stesso si definisce, ha scelto di puntare sulla valorizzazione del centro più antico di Lima. «È una parte di città lasciata all’incuria nonostante il suo colossale potenziale come cuore di un Paese in pieno boom». Arte Express ha investito quasi 40 milioni di dollari, dal 2008, per i lavori di restauro e ristrutturazione di 21 edifici, già occupati al 100%. La prossima grande impresa di Palazuelo? L’acquisto del Gran Hotel Bolívar a Plaza Mayor: un luogo mitico, costruito nel 1924 e monumento nazionale dal 1973, che nei suoi anni d’oro ha ospitato Nixon, De Gaulle e Ava Gardner. Illuminato o visionario? Lo scopriremo fra qualche anno, ripassando da Lima.[/read]

2018-05-15T10:43:03+00:00aprile 26th, 2018|

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