Low cost – La sfida del lungo raggio

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Low cost

La sfida del lungo raggio

Dopo il caso Ryanair, le low cost cominciano a segnare il passo? Tutt’altro. Differenziano l’offerta, fanno accordi di codesharing e moltiplicano le rotte.

di Matteo Legnani

Per oltre vent’anni è stato un modello pressoché perfetto. Nonostante il comfort quasi nullo e gli aeroporti serviti spesso lontani dalle città. Ryanair pareva inscalfibile da qualsiasi critica o polemica. Una macchina da soldi inarrestabile. Poi è arrivato il 17 settembre 2017. Quel giorno, senza alcun preavviso, la compagnia low cost irlandese ha annunciato la cancellazione di 2 100 voli nelle sei settimane che sarebbero seguite. E pochi giorni dopo, mentre ancora si levavano altissime le proteste di passeggeri e associazioni dei consumatori, era costretta ad annunciare altre 18 000 cancellazioni di lì a marzo 2018, con oltre 700 000 passeggeri lasciati a terra e l’eliminazione in toto di 34 destinazioni dal suo network. Se sul piano operativo si è trattato di una goccia nel mare (Ryanair opera ogni giorno la bellezza di oltre 2 500 voli), quanto avvenuto lo scorso settembre è il segnale di come il trasporto aereo stia cambiando velocemente in questi anni, anche nel settore dei voli a basso costo. E il limite di Ryanair (se di limite si può parlare da parte di una compagnia che nell’anno fiscale chiuso a maggio 2017 ha fatturato 6,6 miliardi di euro, con utili per 1,2 miliardi) è stato quello di restare ferma mentre tutto intorno andava cambiando. O meglio: la società fondata, e tuttora guidata, dal vulcanico Michael O’Leary ha continuato a comprare aerei su aerei fino ad averne oggi in servizio più di 400 (tutti dello stesso modello Boeing 737-800) e aggiungere destinazioni al suo network (oggi oltre 200), ma il suo modello di business è rimasto quello di metà anni Novanta, quando si affacciò prepotentemente sul mercato: biglietti a prezzi bassi o addirittura stracciati, interni degli aerei a dir poco spartani, costo del lavoro per equipaggi di cabina e piloti ridotti all’osso, con contratti spesso precari o a termine. Nel frattempo, da 15 anni a questa parte, almeno 4 altri grandi competitor si sono affacciati sulla scena europea a contenderle i passeggeri: easyJet, Norwegian, Vueling e Volotea. E Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, gli Emirati Arabi hanno visto le flotte delle loro compagnie aeree decuplicarsi, con una “fame” di piloti commerciali quale mai s’era vista dal giorno in cui i fratelli Wright fecero il loro primo volo. Ovvio che la fuga verso trattamenti economici, pensionistici e di benefit più allettanti sia iniziata proprio laddove (come in Ryanair) piloti e assistenti di volo stavano peggio, con conseguente shortage di personale e cancellazione di voli. Gli effetti del “flop” di Ryanair dello scorso autunno sono difficili da prevedere ma, almeno sul breve-medio periodo è probabile che quanto accaduto induca i passeggeri che non considerano esclusivamente il prezzo del biglietto quale metro di scelta a guardarsi un po’ più attorno prima di scegliere con chi volare. Anche perché le alternative certo non mancano.

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2018-02-28T09:55:59+00:00febbraio 26th, 2018|

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