Porsche 356 A 1959

In principio…

La Porsche 356 resta il punto di partenza di una stirpe leggendaria. Performance, prestigio e purezza del design: la 356 A non è forse la più autentica tra tutte le Porsche?

di Jean-Paul Decker 

Xavier de Nombel

Giusto un Maggiolino perfezionato! Quante volte i proprietari di una Porsche 356 si sono dovuti sorbire questo genere di commenti sarcastici al momento di mettere in moto il 4 cilindri boxer dal caratteristico “flap-flap”? Discorsi frutto sicuramente di una certa gelosia mista a ignoranza… Certo, è innegabile la sua chiara parentela con l’“auto del popolo”, tanto più che il geniale Ferdinand Porsche aveva saputo portare avanti quasi in contemporanea i due progetti, con la Typ 64 – studiata in vista della corsa Berlino-Roma del 1939 (che poi non ebbe mai luogo) – a fare da anello mancante. Quest’ultima, chiamata anche VW Typ 60 K10, riprendeva la struttura della KdF (il futuro Maggiolino) e, con il suo 4 cilindri boxer da 985 cm3 portato a 50 CV, vantava una velocità di punta di 160 km/h, ottenuta grazie alla sua carrozzeria d’alluminio estremamente profilata. Dei tre esemplari costruiti appena prima della guerra, oggi ne resta soltanto uno. Ma fu durante la detenzione nel carcere di Digione, all’indomani del conflitto mondiale, che Ferdinand Porsche gettò le basi della futura 356, mentre suo figlio Ferry elaborava un prototipo di roadster a motore centrale posteriore che riprendeva un gran numero di componenti VW. Una volta scarcerato, il professor Porsche tornò a Gmünd, in Austria, per sviluppare il progetto del figlio. Con una carrozzeria in alluminio appoggiata su una struttura tubolare, e riprendendo il famoso 4 cilindri VW da 1 131 cm3, spinto a 40 CV, il prototipo di roadster dà buona prova di sé. Siamo però nel 1948, i tempi sono duri in un’Europa distrutta dalla guerra, e solo alcuni piloti dilettanti svizzeri si mostrano interessati. In realtà la maggior parte dei potenziali clienti è alla ricerca di un coupé. Di conseguenza i Porsche, padre e figlio, devono rivedere il loro modello. Eliminano il telaio tubolare del roadster e ritornano alla piattaforma in acciaio imbutito della VW con motore posteriore a sbalzo. Una carrozzeria profilata a firma Erwin Komenda, vecchio amico del nostro Herr Doktor, va a rivestire di alluminio la piattaforma accorciata. Questa primissima serie, alla quale Porsche si decide finalmente a dare il suo nome, viene prodotta a Gmünd quasi artigianalmente. Non più di quattro esemplari nel 1948, venticinque l’anno successivo, fra cui i due modelli esposti al salone di Ginevra, prima apparizione del giovane marchio. La stampa non manca di elogiare la novità: per la rivista The Motor «è una delle automobili più belle e più innovative del salone». Una larga parte della produzione è destinata ad Austria e Svizzera, prima che Porsche recuperi le sue officine di Stoccarda, dove la realizzazione dei coupé, ormai in acciaio, è affidata al carrozziere Reutter.

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2018-01-24T09:52:31+00:00agosto 3rd, 2017|