Shanghai – Una metamorfosi continua

//Shanghai – Una metamorfosi continua

Shanghai

Una metamorfosi continua come unico programma

Abituata a una crescita esponenziale, Shanghai si trova ora a fronteggiare una nuova situazione. Per contrastare il rallentamento economico deve puntare sull’innovazione. L’attività portuale, la cantieristica navale e il settore automobilistico perdono così d’importanza a favore dell’high-tech, della finanza e delle start-up. Una trasformazione gigantesca, ma che è solo agli inizi.

di Patrice Piquard
 foto di Eric Leleu

Ore 6 del mattino, l’East Nanjing Road è deserta. All’angolo del Bund, un fotografo si affanna intorno a una top model sdraiata sul cofano di una Bentley. Vado a chiedere informazioni: si tratta di un servizio fotografico per una marca cinese di cosmetici.
Ore 10: nella metropolitana più moderna del mondo (pavimenti in marmo, metal detector per le borse a ogni ingresso, ritardo del treno indicato quasi al secondo, teleschermi sui marciapiedi e nei vagoni, pubblicità proiettate sulle pareti dei tunnel tra una stazione e l’altra) sono l’unico passeggero che non digita sullo smartphone. Alcuni parlano, giocano o navigano su Internet, altri lavorano, fanno acquisti online, versano denaro, prenotano un posto al cinema…
Ore 13: nel quartiere di Jing’an, per pranzo, sono indeciso nella scelta del ristorante. In un raggio di 200 metri è possibile provare la cucina del Sichuan, del Fujian, di Shanghai (versione bio), di Canton o mangiare thai, giapponese, italiano, indonesiano, vegetariano, american-burger…
Ore 19: via Hongqiao, davanti a una gigantesca pubblicità di Adidas che raffigura Lionel Messi, Paul Pogba e Gareth Bale, una Tesla Model X (ultima uscita del costruttore californiano di auto elettriche) mi passa davanti in un silenzio totale, seguita da un nugolo di scooter altrettanto discreti, dato che a Shanghai oltre l’80% delle due ruote è elettrico.
Ore 1 del mattino: al Reel to Reel, un night club di Xintiandi, un cantante reggae giamaicano si sgola sul palco, mentre in un’altra sala un Dj francese è intento a mixare musica elettronica alla consolle. In mezzo a ragazze cinesi in minigonna, incontro due africani che importano automobili made in China, una cambogiana che lavora nel mondo della moda, un australiano che gestisce un ristorante…
Queste piccole cose, osservate nell’arco di 24 ore, sono una prova della modernità, del dinamismo e dell’apertura di Shanghai. Sono, però, specchi deformanti. La gran parte dei 24 milioni di abitanti della vivace metropoli orientale non possiede un’automobile, non ha mai viaggiato all’estero e sopravvive in remote periferie all’interno di minuscoli e rumorosi appartamenti. Lo smartphone e le due ruote elettriche sono gli unici oggetti che li tengono ancorati al XXI secolo. Nel 2015 Shanghai figurava solo alla 24a posizione, in termini di crescita, fra le 31 province del Paese. Eppure è l’espressione più riuscita del “sogno cinese” di prosperità del presidente Xi Jinping, con un Pil pro capite che qui è il doppio della media nazionale. Ma allo stesso tempo la città evidenzia la difficoltà di riuscita della transizione economica da cui dipende il futuro della Cina: passare da una crescita trainata dalle esportazioni e dagli investimenti a uno sviluppo basato sui consumi delle famiglie. Per quanto riguarda l’export, la fabbrica del mondo sta perdendo mercato, con un calo superiore al 10% dal 2014. Il forte aumento dei salari, che ha accresciuto la concorrenza di India, Indonesia, Vietnam ecc., ha messo in pericolo le fabbriche di tessuti, di scarpe, di mobili, di giocattoli e di prodotti elettronici di bassa gamma. Per quanto concerne gli investimenti, il settore privato si accanisce nel comprimere i costi anziché ampliare gli impianti di produzione, e il settore pubblico è sovraindebitato. Per salvare la crescita dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, lo Stato e le province hanno finanziato moltissime infrastrutture e hanno ordinato alle banche pubbliche di risollevare, a colpi di prestiti, le società di Stato a rischio di fallimento: cantieri navali, produttori di carbone e di elettricità, acciaierie, cementifici… Ma poiché la crescita cinese non ha smesso di diminuire (6,7% previsto quest’anno, contro il 10,6% del 2010) e l’economia mondiale resta in stagnazione, tutte queste industrie pubbliche, che rappresentano il 40% dell’economia, producono in sovrabbondanza, subiscono perdite e sono ormai sommerse di debiti. Di conseguenza il settore bancario, che finanzia la loro sopravvivenza, assiste all’accumularsi di crediti inesigibili.

Le intenzioni e i fatti
Messe con le spalle al muro, le autorità hanno cambiato programma. Dalla fine del 2013 si parla di porre fine all’emorragia finanziaria causata dalle aziende statali, tagliando loro i fondi, eliminando le società “zombie” e fondendo le altre al fine di razionalizzare la produzione (il che si tradurrebbe nella perdita di milioni di posti di lavoro). Si parla anche di accrescere il livello dell’industria cinese grazie alla ricerca, all’attenzione alla qualità e alla creazione di marchi internazionali, nonché di stimolare i consumi delle famiglie assicurando una migliore assistenza sociale e sanitaria, che farebbe abbassare la propensione al risparmio. Ma come dimostra l’esempio di Shanghai, c’è un abisso fra le intenzioni e i fatti. Tra le società di Stato locali, gli immensi cantieri navali cittadini sono tenuti a galla grazie a nuovi prestiti e a commesse pubbliche; la principale compagnia di trasporti marittimi è stata fusa per dare vita a China Cosco, il quarto attore mondiale del settore, ma non si è avuta alcuna compressione dei costi, al punto che le perdite hanno raggiunto 1 miliardo di dollari nel primo semestre del 2016. Quanto alle locali acciaierie Baosteel, una delle poche a non essere in rosso, sono state fuse con Wisco – che nel 2015 aveva perduto 1,1 miliardi di dollari – per dare vita al secondo produttore mondiale (dietro ArcelorMittal). Mentre la politica ufficiale punta a chiudere fabbriche per eliminare 45 milioni di tonnellate di capacità di produzione in eccesso, all’inizio del 2016 il nuovo gruppo ha aperto sull’isola di Donghai una nuova unità capace di produrre 8,7 milioni di tonnellate d’acciaio! E lo stesso vale per tutta la Cina: piuttosto che chiudere le centrali a carbone, Pechino ha preferito ridurne l’attività (da 5 500 ore all’anno a 4 300), senza per altro annullare la costruzione di nuove centrali. Persino nel settore dell’industria automobilistica – il cui principale attore, la società statale SAIC Motor, ha sede a Shanghai – la sovrapproduzione raggiunge i 6 milioni di veicoli eppure si stanno costruendo fabbriche con un’ulteriore capacità produttiva di 6 milioni di unità. Ovunque, le riforme che mirano a ricalibrare l’apparato industriale tramite una sua modernizzazione ristagnano, suscitando la preoccupazione del Fondo monetario internazionale (Fmi). I suoi esperti ritengono che l’eccessivo e crescente indebitamento delle imprese, le sovrapproduzioni strutturali e l’opacità del settore finanziario (che continua «a concedere indiscriminatamente crediti male utilizzati») faranno, nella migliore delle ipotesi, rallentare ancora la crescita e, nella peggiore, causeranno una grave crisi finanziaria.

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L’innovazione va a rilento
Riguardo alla priorità che mirava a promuovere la ricerca e i prodotti a forte valore aggiunto, per passare dal “fabbricato in Cina” all’“ideato in Cina”, non ha per il momento trasformato il paesaggio industriale. «Certo, la produttività di numerose fabbriche ha fatto un balzo in avanti grazie alla robotizzazione e al moltiplicarsi di progetti pilota, ma l’innovazione non è ancora al centro delle preoccupazioni dei dirigenti» osserva François Candelon, direttore associato di Boston Consulting Group (BCG) a Shanghai. Lo prova la controversia nazionale provocata dal successo riscosso dai cuoci-riso giapponesi. Sembra, infatti, che i marchi cinesi non siano in grado di proporre apparecchi della stessa qualità. Confermata dai sondaggi, la fiducia verso i prodotti stranieri si deve al prevalere della mentalità chabudao («va quasi bene, accontentiamoci») nella produzione di numerosi beni di consumo. «Nel pubblico come nel privato, il top management ha spirito d’iniziativa ed è capace di stabilire una strategia a lungo termine. Ma se le aziende vogliono davvero smettere di copiare e “cinesizzare” i prodotti occidentali, tutti i quadri dovrebbero essere creativi e prendere iniziative. Non è così, purtroppo, perché soltanto il 20% dei giovani intraprende studi superiori e la forte dimensione gerarchica spinge i dipendenti a credere che l’innovazione sia solo appannaggio del capo» spiega Eric Tarchoune, che dirige la società di consulenza in risorse umane Dragonfly Group. Shanghai ospita, tuttavia, grandi rappresentanti del settore high-tech, dove le parole d’ordine sono innovazione e zero difetti. Qui si producono attrezzature per l’industria nucleare, macchine a controllo numerico, apparecchiature mediche… L’azienda aeronautica Comac produce qui l’ARJ21, un jet da 100 posti di concezione ormai superata, e consegnerà il suo C919 da 150 posti, più moderno, verso il 2020. Con circa 600 commesse in totale, non riuscirà a recuperare i costi di sviluppo (oltre 8 miliardi di dollari) ma spera di fare concorrenza ad Airbus e Boeing entro il 2030 (v. articolo a pag. 92). Da parte sua, Smic, leader cinese nell’industria dei semiconduttori, apre fabbriche su fabbriche e dovrebbe crescere del 20% all’anno da qui al 2020. Smic gode del sostegno del governo e dell’amministrazione comunale per mezzo di un investimento di 4 miliardi di dollari e di un centro di ricerca e sviluppo. La Cina ha infatti intenzione di incrementare la sua quota di mercato nei circuiti integrati dal 10 al 22% entro dieci anni. Infine, SAIC Motor, che ha prodotto 5,9 milioni di veicoli nel 2015, dispone di tre grandi centri di ricerca, di cui uno ad Anting, nei pressi di Shanghai, e ha appena lanciato la sua prima auto connessa a Internet, in collaborazione con Alibaba. La stragrande maggioranza della sua attività, però, riguarda modelli “cinesizzati” di Volkswagen e General Motors. I marchi di sua proprietà (Roewe e MG), infatti, non decollano nonostante la volontà di triplicare le vendite (v. a pag. 90).

Un duro apprendistato
Allo scopo di appropriarsi di know-how trasferibile sull’immenso mercato cinese, le aziende hanno moltiplicato le acquisizioni all’estero. Nel 2015, per la prima volta, gli investimenti all’estero della Cina (145 miliardi di dollari) hanno superato gli investimenti esteri in Cina. Qualche esempio di acquisizioni da parte dei gruppi di Shanghai: Fosun ha rilevato il Club Med e il laboratorio farmaceutico indiano Gland Pharma; Fundamental Films ha acquistato una partecipazione in EuropaCorp; Shanghai Giant Network Technology ha inglobato il produttore americano di giochi per cellulari Playtika; e infine Jin Jiang, colosso del settore alberghiero di proprietà della città di Shanghai, ha acquistato Louvre Hotels e rilevato il 12,6% di Accor. «Non è che l’inizio» avverte Alexandre Chieng, vicepresidente del gruppo Edmond de Rothschild China. «Ma l’apprendistato è duro: i cinesi pagano spesso più del dovuto le loro acquisizioni, non studiano abbastanza le sinergie che possono derivarne e sono obbligati a mantenere il gruppo dirigente dell’azienda acquisita, in mancanza di un vivaio di manager multiculturali».
Malgrado tutti questi sforzi disordinati che mirano a modernizzarla, all’orizzonte dell’industria cinese c’è soprattutto una contrazione. «A Shanghai il fatturato delle imprese industriali si abbasserà di 3 miliardi di dollari annui entro il 2025» prevede Ma Jing, vicedirettore della Commissione dell’economia e delle tecnologie dell’informazione di Shanghai. «L’amministrazione spera che l’industria possa rappresentare in futuro il 25% del Pil locale, contro l’attuale 31%, ma non è per nulla scontato perché, oltre alle difficoltà delle aziende statali, l’elevato livello dei salari e il costo esorbitante dei terreni non favoriscono l’apertura di nuove fabbriche. Già ora il grosso della crescita di questa città si basa sulla finanza, sul settore immobiliare e sui servizi». Certo, la Borsa di Shanghai, la quinta al mondo, è a un punto morto: la maggior parte degli ingressi si effettua a Hong Kong, l’indice non si è mai ripreso dopo i due piccoli crack finanziari del 2015 e dell’inizio del 2016, e lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect, che autorizza da due anni gli investitori dell’uno dei due mercati finanziari a investire sull’altro tramite i loro broker locali, non ha aumentato le transazioni. Tuttavia, l’attività dei servizi bancari al dettaglio è fiorente, grazie all’impennata dei mutui. Shangai è una di quelle città dove la corsa all’acquisto di una casa è all’apice e dove l’aumento dei prezzi è più impressionante, il 33% all’anno. Il surriscaldamento del settore è tale che l’amministrazione ha adottato, lo scorso marzo, alcune misure per inasprire le condizioni d’acquisto, nella speranza di raffreddare la speculazione e ridurre al minimo il pericolo di un crack immobiliare. Quanto ai servizi, la loro crescita, che sfiora il 10% annuo, beneficia di tre motori. Innanzitutto la presenza di molte sedi cinesi di compagnie straniere, che favorisce lo sviluppo dei servizi alle imprese, come la pubblicità, la consulenza, l’organizzazione di conferenze, la manutenzione ecc. Poi il boom del turismo: la città ha accolto 275 milioni di visitatori nel 2014, di cui 268 milioni cinesi. Una manna per il settore alberghiero, la ristorazione, i negozi che vendono prodotti di consumo sofisticati e le attrazioni come Disneyland, parco di divertimenti che ha aperto a giugno. Infine, e soprattutto, il boom di start-up. Il sito d’analisi Tech In Asia stima che a Shanghai ne nasca una ogni 13 minuti, cioè 36 000 all’anno, il che vuol dire un’impresa su sei. Queste start-up toccano tutti i settori, dall’e-commerce al marketing digitale, dalla fintech (prestiti peer-to-peer, assicurazioni online…) alla salute (farmacie online, consulti a distanza…), dai giochi all’Internet delle cose. Come sottolinea Marco Gervasi (v. a pag. 54), il cui libro East Commerce analizza l’avanzamento della Cina nell’e-commerce grazie alle piattaforme di vendita e di pagamento del trio BAT (Baidu, Alibaba, Tencent) e alla prevalenza della telefonia mobile, «le start-up che entrano nell’ecosistema BAT dispongono di formidabili quantità di big data per conoscere i loro clienti e per acquisirne di nuovi, accelerando così il loro sviluppo». Shanghai, che ha assorbito il 18% dei 41,8 miliardi di dollari investiti nelle start-up cinesi nel 2015, vanta eccellenti incubatori (Mailman, XNode, 23Seed, Innospace, Shanghai Valley, Chinaccelerator…) e la presenza dei grandi nomi del venture capital (Sequoia, Kleiner Perkins, Vivo Capital…). Non solo: la municipalità stende tappeti rossi ai creativi, con un fondo di 70 milioni di dollari per sostenere i progetti migliori. Arriva fino a rimborsare il 60% della quota degli azionisti di quelle start-up che falliscono in fase iniziale, e ha portato al 70% la quota degli utili spettanti ai fondatori di start-up che siano professori o ricercatori universitari.

Aggrappati ai risparmi
Questa vitalità della new economy ha comunque i suoi risvolti negativi. L’esplosione dell’e-commerce influisce sull’attività dei negozi tradizionali, che è ormai stagnante. Di conseguenza il consumo delle famiglie continua a non essere il motore più potente della crescita cinese. Tutt’altro. In cinque anni, secondo la Banca mondiale, la sua incidenza sul Pil è cresciuta solamente dal 35,3 al 37,5%, perché il tasso di risparmio non s’è abbassato di una virgola. E più la crescita vacillerà, più le famiglie si aggrapperanno ai loro risparmi. Che si tratti della ristrutturazione delle aziende statali, della diffusione dell’innovazione o della riorganizzazione del commercio, la “distruzione creatrice” cara a Joseph Schum­peter è dunque, in Cina, soltanto all’inizio. Vista la portata della trasformazione da compiere e il ritardo nell’avviarla, sono pochi gli esperti che scommettono su un successo rapido e senza contrasti. Tanto più che il pugno di ferro del presidente Xi Jinping rischia di ostacolare la libertà d’azione e le iniziative dei dirigenti pubblici e privati. Nonostante ciò, proprio Shanghai è una delle città che ha in sé tutte le potenzialità per mostrare la strada da percorrere.[/read]

2018-05-15T10:24:48+00:00aprile 26th, 2018|

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