Valparaíso – Alla fine del mondo

//Valparaíso – Alla fine del mondo

Valparaíso

Alla fine del mondo

Una città di marinai, funicolari che si arrampicano sulle colline, case variopinte e vecchi palazzi: i tesori della mitica Valparaíso cantata da Pablo Neruda sono tornati a vivere e ad attrarre gli hipsters del Cile.

di Maud Vidal-Naquet
 foto di Laurent Fabre

Ci sono viaggi che iniziano bene. Molto prima di sistemare le mie valigie a Valparaíso, l’incontro con questo mitico porto è iniziato durante il volo Parigi-Santiago, mentre le prime luci dorate dell’alba squarciavano il blu della notte al di sopra dell’Amazzonia. Mentre mi sgranchisco le gambe lungo i corridoi dell’aereo, faccio conoscenza con Iván Lara, chef e autentico porteño (il termine si usa in generale per gli abitanti di una città portuale, e non solo per quelli di Buenos Aires). Iván possiede un ristorante di pesce e crostacei nella sua città natale. Sarà lui, promette, il nostro cicerone alla scoperta di Valparaíso, la perla del Pacifico cantata dai marinai e dai poeti: Pablo Neruda in testa, che la chiamava «la fidanzata dell’oceano». Valparaíso. Basta pronunciarne il nome perché affiorino alla mente immagini epiche. Prima tappa dei velieri dopo aver doppiato l’infernale Capo Horn, “Valpo” era, nel XIX secolo, il principale approdo tra l’Europa e la costa occidentale americana: all’epoca ancoravano fino a 800 velieri nella sua baia. Qui, per secoli, nelle stive venivano caricate le ricchezze dell’America del Sud: l’oro e l’argento, il rame e il salnitro, usato come fertilizzante in Europa, la lana e il grano. Inglesi, tedeschi, italiani e francesi si sono contesi a lungo il controllo dei commerci del giovane Stato cileno, nell’Ottocento. Una città moderna, allora, sorta nell’anfiteatro delle sue 44 colline: edifici in stile haussmanniano, palazzine signorili, il treno, le funicolari, il telegrafo, il primo giornale, El Mercurio de Valparaíso, che è ancora in attività. Poi l’ascesa di questo cuore pulsante sudamericano si interruppe bruscamente all’inizio del XX secolo. «C’è un prima e un dopo il Canale di Panama» spiega Iván parlando della sua città. L’apertura del canale nell’istmo centroamericano, la diffusione dei fertilizzanti di sintesi e la Grande Depressione degli anni Trenta diedero un colpo mortale all’economia del porto, improvvisamente diventato di secondo piano. Valparaíso si addormentò e il suo impoverimento alimentò una struggente nostalgia per la grandezza passata. Poi, nel 2003, la città è stata riconosciuta Patrimonio dell’umanità e ha avviato il suo lento risveglio.
In questo Paese lunghissimo, che si snoda come un filo tra le cime innevate della Cordigliera delle Ande a est e le onde gigantesche del Pacifico a ovest, Valparaíso è la tappa finale di quasi ogni viaggio in Cile. Un approdo urbano e colorato dopo i paesaggi lunari del deserto di Atacama o i fiordi ghiacciati della Patagonia. I primi passi a Valparaíso mettono euforia. Gli edifici variopinti, le stradine vertiginose, le scalinate immortalate dal grande fotografo cileno Sergio Larrain: appena i piedi si posano sui differenti cerros – Alegre, Concepción e gli altri colli – si sgranano gli occhi, ci si meraviglia come bambini.

[read more=”More” less=”Less”]

Capitale culturale
Ritroviamo Iván al Café Vinilo, il primo bistrot radical chic aperto a Cerro Alegre. Il fratello di Iván, architetto, lo ha aperto ormai più di dieci anni fa. Specializzato in restauro conservativo, Allan Lara racconta la storia di questo quartiere un tempo povero, popolato da piccoli artigiani e commercianti, ai quali vennero a mescolarsi, negli anni Novanta, studenti e artisti. Quando anche in Cile arrivò la transizione economica, i piccoli commercianti chiusero, stroncati dall’arrivo dei supermercati. Contemporaneamente, gli abitanti della capitale Santiago scoprirono il fascino decadente e bohémien di Valpo. E, bussando alle porte di vecchie case che li facevano fantasticare, acquistavano: chi una seconda casa, chi una nuova vita mettendo su un’attività. Boutique hotel e concept store sono fioriti nei vecchi immobili in legno e lamiera ondulata di Cerro Alegre e del Cerro Concepción. Il Palacio Astoreca, ma anche il Cirilo Armstrong, il Fauna o ancora il Casa Galos: gli hotel progettati da architetti e designer si sono moltiplicati. Si sorseggiano cocktail “estremi” al Bar de Pisco, locale tutto dedicato all’acquavite cilena. Si gironzola nella galleria intitolata a Pierre Loti, che riunisce una sala da tè, una raffinata drogheria, stilisti di moda e di gioielli.
Se con i suoi festival di danza, fotografia e musica, Valpo si è affermata come capitale culturale del Cile, la città non è però riuscita a valorizzare il patrimonio di tutti i suoi quartieri. Alcune funicolari sono state salvate, restituendo la vita al Cerro Artillería o al Cerro Polanco, diventati campi d’azione per gli street artists. La città non ha invece ancora del tutto riconquistato il litorale, dove si estende il porto commerciale. Il progetto di un mall gigantesco con un lungomare esiste, ma ha incontrato l’opposizione di chi crede che questo tempio dedicato al consumo farebbe perdere la sua anima alla città. Iván ci mostra altri volti di Valpo, per esempio il mercato del pesce di Caleta Portales. «Il rinnovamento passa anche dalla gastronomia» assicura lo chef, parte in causa ormai da anni, impegnato com’è a ridare dignità ai tesori dell’oceano. Perché, abbondanti e a buon mercato, i prodotti ittici sono spesso preparati alla buona nelle bettole del porto; oppure perdono tutto il loro carattere nella cucina internazionale dei grandi ristoranti e hotel. Al mercato non sono però i banchi del pesce ad attirare la nostra attenzione, ma quello che sta succedendo sulla spiaggia cittadina di sabbia bionda. Sembra quasi di essere allo zoo, o al circo: decine di leoni marini e di otarie si contendono gli avanzi buttati dai pescatori, sotto l’occhio invidioso dei gabbiani e dei pellicani. Davanti alle montagnole di ricci, frutti di mare e pesci, Iván svela qualcuno dei suoi segreti. Portando un pregiato frutto di mare al naso, annusa l’oceano e spiega come abbia rivisitato la ricetta tradizionale delle machas a la parmesana, accompagnando le grosse telline con una emulsione di chorizo e vino bianco. Lo jibia, il grande calamaro che abbonda lungo la costa cilena, di solito qui si consuma fritto, ma è spettacolare alla griglia. Quanto all’alga cochayuyo, ingrediente da zuppe, Iván la frulla per usarne il suo sapore iodato come condimento.

Decadenza fascinosa
Valpo, la città bassa, ha qualche volta l’occhio triste delle nobildonne decadute. Attorno alla Plaza Echaurren, ci si addentra in un quartiere sfiorito, destinato a un futuro migliore da quando l’autorità portuale ha deciso di trasferirvi i suoi uffici. In molti angoli però puzza e sono tanti i mendicanti che tendono la mano ai passanti. Si trovano ancora alcuni bar di marinai, come il Liberty, fondato nel 1898. Sotto un’improbabile collezione di berretti, si bevono vino e birra a buon mercato. Valpo, cosa ti è successo? Stiamo per scappare a gambe levate, quando tre amigos tirano fuori chitarre e tamburi. Le loro dita volteggiano sulle corde, la musica straziante è ipnotizzante e dissipa il disagio. Più antico ancora, il bar Cinzano è un’istituzione. Bancone immenso, vecchie pubblicità, muri scrostati e soffitto coperto di sporcizia. Niente è cambiato da quando il Che è passato di qui. Tre bei vecchi offrono tanghi e boleri: un pianista dagli occhi scuri, un chitarrista imbronciato e un cantante d’altri tempi con i capelli impomatati. La sala si dimena ripetendo la cantilena «chipi, chipi…». I bassifondi di Valpo sanno come incantare gli spiriti liberi.

[/read]

2018-04-17T11:29:26+00:00aprile 4th, 2018|

About the Author: