Malta

Il lirismo dell’architettura

Non s’immaginerebbero mai, in quest’isola rinomata per il barocco, simili edifici: colorati, audaci, moderni. Dagli Anni 70, Richard England dissemina incantevoli ville ai suoi quattro angoli. Tra macchia mediterranea e città fortificate, un viaggio in compagnia di un visionario la cui opera strizza l’occhio alla musica, celebrando l’arte.

di Thomas Jean
 foto di Alain Cornu

Architetto, Richard England, ma non solo: anche uomo di lettere e di buone parole. Nel tempo libero scrive poesie, e quando parla in quell’inglese un po’ castigato, tipico dell’intelligentia di Malta, ama farcire la conversazione con citazioni di uomini illustri. Claude Debussy, William Blake o Paul Valéry che, in Eupalinos o l’architetto – testo breve del 1921 – fa dialogare Socrate e Fedro. Il primo si rivolge così al secondo: “Non hai osservato, passeggiando per questa città, che gli edifici di cui è popolata gli uni sono muti, gli altri parlano e infine altri, più rari, cantano?”
«Da parte mia, ho sempre tentato di far cantare i miei edifici», sostiene a proposito England. Cantare, per questo grande appassionato dell’opera, di Verdi e Donizetti, non è una parola vuota. Allora sì, cantano, perfino vocalizzano, questi stabili, case, edifici pubblici che fra gli Anni 70 e oggi lui ha disseminato su tutta Malta. E cantano arie che rallegrano i sensi, a volte scoppiettanti, pronte ad assordare il vicinato: a prima vista, l’architettura alla maniera di Richard England stona fortemente in questa Malta a un tempo sontuosamente barocca nelle città storiche – La Valletta, L’Isla Bormla, Il-Birgu – e così terribilmente anarchica sul litorale. Un esempio? Quella villa bizzarra da lui costruita nel 1992 a Siggeui per Louis Galea, politico importante della circoscrizione. Di primo acchito, il lato strada stuzzica per i colori pastello e i suoi spigoli ad angolo retto; è nervoso, preciso come una linea di basso di new wave, al punto che i piccoli edifici intorno restano senza parole – muti, nel senso di Valéry. Dal lato giardino, lo stupore sale di un altro tono. Ci sono terrazze che si slanciano, rinforzi che si curvano, e poi quell’incredibile piscina sullo sfondo di muri color malva, salmone e giallo maionese, inquadrati da colonne, portici e vecchie statue. Tutto discorda? Sì, ma tutto si armonizza anche. «Il professor England dice spesso che sono stato un buon cliente», afferma divertito il dottor Galea – qui, si tiene alle etichette. «Più che altro, all’epoca non avevo un momento per supervisionare i lavori, quindi ha lavorato in totale autonomia! Il risultato però mi estasia: vivere dentro un’opera di Richard England arricchisce la quotidianità».

Una visione sconcertante
Come ha fatto l’arte di England, tanto singolare e stravagante, ad attirarsi le grazie dei notabili e degli edili di Malta, considerati piuttosto conservatori? L’architetto non è sempre stato profeta nella sua isola. Ma fin dall’inizio ha colpito duro realizzando, a poco più di 20 anni, il suo primo progetto. Appena di ritorno da uno stage da Gio Ponti (l’incontestato maestro milanese) Richard England si vede affidare dal padre Edwin, anche lui architetto, un cantiere importante: il giovane è incaricato di concepire la chiesa Saint-Joseph di Manikata, un paesino assonnato dell’estremo Ovest. Tanto vale dire che in questa Malta cattolicissima si attende al varco il monumento, una delle prime chiese “moderne” dell’isola. I piani e i progetti dell’architetto sono convalidati presto – nessuno ci capisce un granché. Ma a costruzione conclusa è un coro di fischi. Ammettiamolo, la chiesa è sconcertante: appollaiata su una collina, circondata dalla macchia mediterranea, ha l’aspetto di un monticello dai dislivelli imprevedibili o di un’antica terracotta segnata dal tempo. «Qualcuno», commenta England, «ci ha visto perfino somiglianze con i templi megalitici maltesi (eretti tra il 5200 e il 700 a.C., ndr.). Forse. Non è una cosa conscia. Quello che invece è voluto è darle questa tinta bruno-beige, il colore della terra: è una chiesa di contadini.» Inaugurata nel 1974, lascia i suddetti contadini, come pure l’arcivescovo, molto diffidenti. Chi si risente, chi deride. Ma quando la prestigiosa Architectural Review di Londra pubblica le immagini della chiesa, allora si attenuano i toni: e se Malta avesse dato vita, per il tramite di una piccola chiesa di campagna, a un costruttore visionario? Un centro ricreativo (Aquasun Lido) e una casa di riposo (Dar il-Hanin Samaritan) più tardi e permettono a Richard England, lui stesso molto pio, di riprendere la collaborazione con le autorità ecclesiastiche e disegna, alla fine degli Anni 80, la chiesa di San Francesco d’Assisi a Qawra, località popolare del nord. Una rotonda monumentale, dardeggiata di torrette alla maniera di una moderna roccaforte e che, a seconda di dove la si guarda, cambia colore, passando dai rosa agli ocra e ai turchini. «A chi mi chiede: “Ma perché diavolo le sue chiese sono così colorate?” rispondo sempre: “Se un giorno andrà in paradiso, crede che sarà tutto in bianco e nero?”», scoppia a ridere l’architetto, la cui concezione del cristianesimo è allo stesso tempo gioiosa e cerebrale. All’interno dell’edificio, una Madonna sorge da un cilindro svuotato, Gesù si aggrappa a quadrati che sembrano usciti da dipinti astratti di Malevich, e le stazioni della via Crucis sono rappresentate da 14 piccole sculture minimaliste. Il padre Christopher Galiese, che gestisce la parrocchia, quasi si scusa: «Se ci sono tutte quelle ramaglie sull’altare è perché domani si festeggia la domenica delle Palme (è il 13 aprile, ndr); se ci sono tutte quelle sedie di plastica, è perché non abbiamo avuto le risorse per acquistare le panche. Non so cosa direbbe il professor England, lui che voleva una chiesa assolutamente pura…». Queste file molto grafiche di sedie da campeggio, queste geometrie qui e là, questa luce che, man mano che il sole si alza, invade le pareti grigio perla: tutto ciò rapisce, eleva. Ecco un edificio che vive. E che canta! Ma per qualificare questa musica si esita tra due estremi: è una litania melodiosa o una squillante Ave Maria? Richard England mette fine al dibattito: quello che regna qui è un silenzio musicale, secondo lui. «La musica è fatta di silenzio tra le note secondo Debussy», afferma l’architetto. «Lo stesso vale in architettura: quello che conta è il vuoto tra le forme. Allora come creare il silenzio, il vuoto, in un edificio? Eliminando, decontaminando il disegno. Conservando solo qualche forma essenziale. Ma il silenzio creato non è sterile; è un silenzio gravido di significato».

Una poesia a cielo aperto
Silenzio che si trova altrove, in questo paese di forti, fortezze e fortificazioni che sono state impilate, sdoppiate, aggrovigliate nei secoli dai cavalieri dell’Ordine di san Giovanni di Gerusalemme che, al ritorno dalle crociate, hanno regnato sull’isola. Alla Valletta in particolare, una rete inestricabile di fossati, tunnel, e ponti racchiude la città. Richard England ha dovuto del resto venire a patti con questi spessi edifici. Per esempio con il Saint James Cavalier, quell’enorme bastione che troneggia alle porte della città e che, alla fine degli Anni 90, è stato trasformato dall’architetto in centro culturale. England vi ha scavato uno sbalorditivo atrio attraversato da passerelle e un piccolo teatro circolare, un volume chiuso annidato nella roccia come una camera blindata. A due passi da lì, sposando la muraglia, camuffandosi nei suoi angoli, adottando lo stesso calcare, ha edificato nel 1992 la dépendance della Banca centrale maltese, struttura di massima sicurezza di cui abbiamo potuto apprezzare i piccoli patio scavati dall’architetto nel cuore dell’edificio – e decorati da fontane scultoree purtroppo non funzionanti – spazi dove gli impiegati fanno una pausa all’aria aperta. Perché anche se ha avuto a che fare con l’architettura difensiva, racchiusa su se stessa, Richard England è soprattutto un poeta degli esterni e del cielo aperto. Bisogna vedere con quale vigore paesaggistico ha allestito il giardino della propria villa, nella località litoranea di Saint Julian’s, da lui chiamato A garden for Myriam, in onore di sua moglie, che ci lascia qua e là le sue composizioni di ikebana, l’arte giapponese di cui è esperta. Intorno alla piscina, England ha eretto una serie di archi che danno vita a fenditure e porzioni di muro privi di una funzione precisa, come facciate che dietro non hanno niente. Tutto viene dipinto e ridipinto, secondo l’umore dell’architetto e delle stagioni, di verde mela, lampone e oltremare. A volte, dei gattini persiani – Richard England li acquista ai concorsi felini – entrano nel quadro. Perché di quadro si tratta, tanto che si crederebbe di essere in una tela di De Chirico. Davanti a queste forme e a questi colori netti, si penserebbe anche al movimento Memphis, quei turbolenti italiani degli Anni 80 – Ettore Sottsass e Michele De Lucchi in testa – che hanno infuso all’architettura e al design una fantasia grafica e variegata. Quando si azzarda questo accostamento, il professore fa un po’ il broncio. Poi ci butta lì: «Ho un mentore, sì, ma non l’ho mai incontrato: Luis Barragán». Ed è vero che questo modo di Richard England di combinare le ampie monocromie, di comporre in modo corale con l’acqua, il cielo e tutto quanto sta in mezzo, non sarebbe probabilmente spiaciuto al grande maestro messicano dell’architettura moderna. «Ma sono stato influenzato ancora di più dagli scrittori», riprende. «I luoghi che tentano di creare con le loro parole mi ispirano». E cita Italo Calvino con il suo Le città invisibili, Jorge Luis Borges e le sue utopie, Ben Okri, grande autore nigeriano, e la bizzarra città in cui è ambientato il suo romanzo Stupire gli dei. Del resto, quando l’architettura “reale”, in muratura, stanca, Richard England inventa architetture oniriche: popolando il suo studio di disegni, ci mostra edifici che sfiderebbero la gravità, si prenderebbero gioco di ogni considerazione pratica, fiorirebbero a grappoli o sfoggerebbero motivi di farfalle. England ha perfino concepito, nel 2011, una scenografia – per Le pescatrici, opera dimenticata di Joseph Haydn, data al teatro Manoel, il lirico della Valletta – alla maniera di una città mediterranea immaginaria: così, è riuscito, in maniera inconfutabile, a far cantare le sue architetture! A volte, però, il regno del reale e quello onirico, il concreto e l’impensabile si congiungono. È quanto si constata visitando il Dar il-Hanin Samaritan.

Il Botta di cinquant’anni fa
Si tratta di una casa di riposo con legami cristiani costruita nel 1984, nella cittadina di Santa Venera. Ma, cosa ancora più stupefacente, c’è anche quel centro di conferenze anch’esso a vocazione religiosa che l’architetto ha aggiunto di recente. Fra i suoi grandi amici, Richard England conta nomi illustri dell’architettura mondiale: Renzo Piano, da lui convinto a realizzare il parlamento maltese, Mario Botta, che lui non esita a criticare – «Mario, sei diventato un marchio, fai il Botta di cinquant’anni fa!» – o ancora Daniel Libeskind, che un giorno lui ha portato a percorrere questo famoso Samaritan. «Mi ha detto di non aver mai visto, nemmeno tra i monumenti antichi, un luogo potentemente sacro quanto questo», dichiara l’architetto, alla vigilia della nostra visita. Ebbene? Il centro conferenze non ha niente di trascendente. In compenso, il giardino-scultura-paesaggio (non ci sono parole per descrivere un luogo simile), invisibile dalla strada, fa l’effetto di un’allucinazione. Ecco, da una parte e dall’altra del viale principale, una miriade di strutture asimmetriche: piramidi rosa, scale bianche che non conducono a nulla se non al cielo, pareti malva traforate da finestre che si aprono dall’esterno verso l’esterno, colonne di tutti i tipi – in piedi, sdraiate, giunte, disgiunte – e infine, a chiusura del viale, un enorme cilindro intagliato al centro, in cui troneggia, semplicissima, una fontana anch’essa cilindrica. Un luogo potentemente sacro, sì, ma anche in modo molto ecumenico, come se avessimo messo piede in un complesso megalitico dedicato all’adorazione degli astri. Richard England ci ha consigliato di recarci sul far della sera, e se ne comprende il motivo: man mano che il sole cala, l’illuminazione dell’ambiente rafforza in un crescendo le tinte acidule e, quando il cielo si oscura completamente, è una sinfonia elettrica che suona il suo spartito sotto i nostri occhi. Mozart ha scritto Piccola serenata notturna? Bene, osiamo il parallelo: Richard England ne ha costruita una molto, molto grande!