London calling

A 50 anni dallo scioglimento

Indirizzi ancora leggendari dei Beatles, a 40 dalla rivoluzione punk e a 25 dal brit pop, il richiamo di Londra è irresistibile. E un bus rock è sempre pronto a partire per un “Magical Mystery Tour”…

di Ezio Guaitamacchi

Un tour musicale della capitale inglese non può che cominciare da Abbey Road, nel quartiere di St. John’s Wood. Gli studi sono ancora tra i luoghi più visitati di Londra. Conosciuti come gli “studi della Emi “, dopo la pubblicazione dell’album Abbey Road dei Beatles (che qui hanno registrato tutti i loro successi) hanno cambiato nome in quello attuale. Non sono aperti al pubblico (che si può sfogare con l’adiacente “shop”), ma le sale possono essere affittate per registrare musica e video o per eventi speciali. La celebre copertina del disco che immortalava i Fab Four mentre attraversavano, uno dietro l’altro, le strisce pedonali davanti all’ingresso, ha reso questo luogo un “cult”.

Dai Beatles ai Rolling Stones il passo è breve. In 15 minuti d’auto si arriva al 102 di Edith Grove, nel cui seminterrato dal 1962 al 1963 hanno vissuto Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones: qui hanno messo a fuoco il primo repertorio rock blues. Il 14 aprile 1963, quei locali, disordinati, maleodoranti e pieni zeppi di chitarre, libri e dischi hanno ospitato il primo incontro tra i Fab Four e i tre membri fondatori degli Stones.

A dieci minuti a piedi da Edith Grove s’incontra World’s End, la boutique di Vivienne Westwood, al 430 di King’s Road. Firma di prestigio dell’haute couture, la Westwood nei primi Anni 70 nei medesimi locali gestiva il negozio Sex. Insieme all’allora fidanzato Malcolm McLaren, proponeva abbigliamento in lattice di stampo feticista. Poi lì sono nate la moda punk e le famose magliette strappate che sfidavano tabù e pregiudizi. E tutta l’iconografia di quell’eccentrica avventura: spille da balia, svastiche rovesciate, cowboy gay, bandiere inglesi scrostate, ritratti irriverenti della regina Elisabetta. Il negozio è servito per realizzare l’altro sogno di McLaren: creare una rock band leggendaria. All’interno del Sex ha preso vita il mito dei Sex Pistols, il cui nome doveva promuovere proprio lo store.

I Clash invece stazionavano a Camden: negli Stables, l’ancora oggi fiorente mercatino, c’era la loro sala prove. A tre minuti a piedi da lì e dalla vicina Roundhouse, auditorium sul cui palco si sono esibite stelle di prima grandezza dai Sixties a oggi, c’è la graziosa Camden Square. Al numero 30 c’è la palazzina di Amy Winehouse, in cui la cantante è stata trovata morta il 23 luglio del 2011. Di fronte all’ingresso, un albero accoglie fotografie, omaggi e ricordi dei fan. Se a Camden rimane poco del passato punk, ancora visitabile è “la casa dei Sex Pistols” a Denmark Street. La via, ai confini del West End, nel dopoguerra era equiparata alla “Tin Pan Alley” newyorkese; ospitava uffici di editori musicali e parolieri. Negli Anni 60 furono pian piano rimpiazzati da negozi di strumenti musicali e studi di registrazione. Come i Regent, che diventarono mitici quando i Rolling Stones, nel 1964, incisero qui il loro album di debutto. Oggi a Denmark Street ci sono alcuni tra i migliori negozi di strumenti musicali di Londra, soprattutto di chitarre.

In dieci minuti di metropolitana, da Denmark si raggiunge una delle vie più famose della capitale, Carnaby Street, il cuore della Swinging London. La sua è una storia antica, ma solo nel 1958 è nata la prima boutique, His Clothes di John Stephen, tappa obbligata per i mods. Quando Pete Townshend si recò lì per la prima volta, nel 1964, non aveva un quattrino. Un anno dopo, gli Who ci spendevano 100 sterline a settimana. Sulla scia di His Clothes sono poi spuntati altri negozietti: I Was Lord Kitchener’s Valet, che vendeva vecchie divise militari e già stava spopolando a Portobello Road; Harry Fox e Henry Moss aprirono Lady Jane, la prima boutique femminile di Carnaby, cui sono seguite quelle di Mary Quant (l’inventrice della minigonna) e Foale and Tuffin. Carnaby Street è definitivamente balzata alla ribalta il 15 aprile 1966, quando Time ha dedicato alla strada una cover story. Dal 1973 è pedonale, ma alle boutique originali sono subentrati brand globali. Solo qualche coraggioso continua a proporre lo spirito originario, come Pretty Green, store della piccola, stilosa catena fondata da Liam Gallagher, o Sherry’s (63 Broadwick Street), aperto nel 1979 e ancora dedito a moda rétro e mod. È più interessante visitare il Portobello Market, l’altro grande punto d’attrazione per moda e modi negli Anni 60. Tutti i sabati, da quasi 70 anni, prende vita ed è cresciuto diventando il più grande mercatino di antique del Regno Unito. Con articoli che evocano lo stile della Swinging London. Alcuni stilisti, come Beatrice Von Tresckow, hanno lanciato i loro atelier con capi elegantissimi, che sembrano usciti dal guardaroba di Mick Jagger, Paul McCartney, Brian Jones o Jimi Hendrix.

Tornati in centro, merita una visita il The 100 Club, al 100 di Oxford Street, aperto negli Anni 40 come jazz club ma poi convertitosi al rock: è il palco che ha ospitato il primo festival punk in Uk nel 1976. A due passi, nei pressi di Regent Street, c’è una viuzza chiamata Heddon Street. Qui, in una sera fredda e piovosa del gennaio 1972, David Bowie e il fotografo Brian Ward hanno trovato l’ambiente adatto per la foto di copertina del nuovo album dell’artista, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars. Pare che Ward abbia scattato solo 17 istantanee di fronte al civico 23, comprese quelle nella cabina telefonica, usate per il retro della copertina. La cabina originale, all’angolo del passaggio tra Heddon e Regent, è stata rimpiazzata da una replica delle vecchie cabine rosse, per la gioia di fan vogliosi di essere ritratti come il loro idolo.

Anche Soho negli Anni 60 e 70 pullulava di locali per i live: oggi resiste il Ronnie’s Scott Jazz Club. Aperto nel 1959 in uno scantinato di Gerrard Street, si è trasferito nella sede attuale (47 Frith Street) ed è diventato un punto di riferimento per la scena beat. Fino alla morte nel 1996, Ronnie Scott, discreto sassofonista jazz, ha presentato le serate aiutando il socio Pete King nella direzione artistica. Si dice che Jimi Hendrix abbia suonato per l’ultima volta in pubblico, un paio di giorni prima della morte, salendo sul palco del locale invitato dall’amico Eric Burdon.

Hendrix era uno dei più assidui frequentatori di Portobello, si fermava incantato di fronte alle bancarelle di chincaglieria. Ma una volta è stato visto acquistare da John Lewis, 300 Oxford Street, dei pantaloni di velluto turchese, in compagnia della fidanzata Kathy Etchingham. I due vivevano a Mayfair (23 Brook Street), dove, da George Harrison ai Bee Gees, è transitato il gotha della Swinging London. Lì, 150 anni prima, era vissuto un altro geniale musicista, Georg Friedrich Handel. E di fronte alle due abitazioni c’è una targa blu, perché oggi i nomi di Handel e Hendrix sono legati da questa coincidenza.

Dopo aver suonato al Festival dell’isola di Wight nell’agosto del 1970, Jimi si divideva tra una camera al Cumberland Hotel e l’appartamento della sua nuova fiamma, l’ex-campionessa di pattinaggio tedesca Monika Dannemann. Nelle stanze di quel condominio di Kensington, il Samarkand (21-22 Lansdowne Crescent), il mattino del 18 settembre 1970 Hendrix è stato trovato in coma e portato al vicino ospedale di St. Mary’s Abbot, dove sarebbe stata constatata la morte. Oggi il Samarkand ha un altro nome, ma la casa è rimasta la stessa, mentre al Cumberland Hotel dal settembre 2010 la stanza abitata da Jimi è stata trasformata in una suite “a tema” affittabile per 300 sterline circa.

Sempre a Kensington, c’è la dimora in cui Freddie Mercury ha vissuto tanti anni, tra cene, party, incontri ufficiali o giornate di relax. La Garden Lodge, al civico 1 di Logan Place, stradina confinante con Earl’s Court Road, è dove ha scelto di lasciare questa vita, il 24 novembre 1991. Da allora, i muri della casa sono stati teatro di graffiti e biglietti da parte dei fan. Perché, come cantava Freddie, “the show must go on”