Bulli da spiaggia

Il mitico Transporter torna in versione green

È stato il van per antonomasia di intere generazioni e oggi si sta preparando alla nuova era elettrica della motorizzazione.

di Federico Fabbri

Siamo alla fine del 1946 e Bernardus Marinus Pon sta visitando la fabbrica Volkswagen a Wolfsburg.Lui è un imprenditore lungimirante e, avendone compreso il potenziale planetario, è deciso a introdurre il Maggiolino nella sua amata Olanda. Ben, come lo chiama chi con lui ha confidenza, è a capo della Pon’s Automobielhandel insieme a suo fratello Wijnand: hanno ereditato l’azienda da papà Mijndert, che l’ha fondata nell’ormai lontano 1898. Inizialmente il business di famiglia distribuiva macchine da cucire, utensili per la casa e biciclette, ma poi ha iniziato a imporatare nei Paesi Bassi vetture Ford, Opel e di lì a poco anche Volkswagen. Mentre attraversa uno dei reparti riservati alla logistica, l’attenzione di Ben viene catturata da un pianale di carico semovente. È una specie di piccolo autocarro rudimentale, costruito – per uso interno – partendo da un Maggiolino scartato dalle catene di montaggio. Su questo Plattenwagen il guidatore è seduto dietro, sopra al motore e di fronte a lui, al di là di una paratia, c’è la superficie su cui poter sistemare telai o altro materiale pesante da movimentare.

Ben, che ancora una volta ci ha visto lungo, torna a casa e cerca invano di ottenere un’autorizzazione per far circolare questo mezzo su pubblica strada. Il 23 aprile 1947, senza perdersi d’animo, prende il suo block notes e abbozza un disegno: il posto di guida davanti, il propulsore dietro e in mezzo tanto spazio per caricare fino a 750 kg, il tutto avvolto da una carrozzeria con le estremità superiori arrotondate che ricorda una pagnotta. La sua idea convince Heinz Heinrich Nordhoff, capo del marchio Volkswagen: sei mesi dopo, il primo prototipo – conosciuto come Typ 29 – è già in strada. Il telaio del Maggiolino – Typ 1 per gli addetti ai lavori – su cui si basa il prototipo non è però dotato della rigidità torsionale necessaria a un veicolo da trasporto e si realizza quindi uno chassis specifico, il Typ 2. Nel mese di maggio 1949 entra in produzione il T1, il primo Transporter. Monta un 4 cilindri boxer da 25 cavalli raffreddato ad aria e, nonostante l’aerodinamica non sia delle migliori, raggiunge i 100 km/h. Il pubblico se ne innamora subito e lo ribattezza “Bulli”, nomignolo che deriva dalle iniziali delle parole tedesche bus e lieferwagen (camioncino per le consegne). Bulli evoca inoltre un aggettivo che in tedesco significa vigoroso. È disponibile in due varianti: una destinata al trasporto passeggeri e una a quello di merci. L’anno dopo si aggiungono le versioni Minibus: una di queste, chiamata Samba, è provvista di 23 o 21 vetri/finestrini alcuni dei quali, ovali, montati in prossimità del tetto apribile. Oggi sono le più ricercate dai collezionisti.

Il T1 diventa il partner ideale per chiunque necessiti di un mezzo di trasporto capiente e affidabile, sia per la famiglia, sia per professionisti. Il Bulli arriva sempre a destinazione, magari con qualche minuto di ritardo, ma arriva. A lui s’affidano le poste, la polizia, le ferrovie, i vigili del fuoco e gli ospedali. Spesso e volentieri viene sfruttato ben oltre i suoi limiti e caricato all’inverosimile. Diventa un vero e proprio mito generazionale, soprattutto per gli hippie di tutto il mondo, che lo scelgono per le loro incessanti peregrinazioni più o meno psichedeliche, dalla California a tutto il Vecchio Continente.
Dopo aver guidato la Germania dal boom economico nel dopoguerra fino al 1967 con circa 1 800 000 esemplari prodotti, il T1 passa il testimone al suo successore. Il T2 s’imborghesisce stravolgendo parecchi concetti base, senza tuttavia perdere le doti di versatilità che l’hanno contraddistinto fino a quel momento. Il motore diventa più potente, ma le sue forme risultano meno originali: lo splendido parabrezza diviso in due parti sparisce per sempre. Nel 1979 entra in scena il T3 con il suo muso leggermente allungato, ricevendo tutti i benefici del raffreddamento a liquido. Le versioni autocarro e Caravelle sono munite di trazione integrale Synchro. Nel 1990 arriva il T4, cui fanno seguito il T5 nel 2003 e il T6 nel 2015, ancora oggi in produzione. Il Bulli è senza ombra di dubbio il van più iconico che il XX secolo abbia visto. Una spinta fondamentale per l’economia del suo Paese nel dopoguerra, ma anche uno dei veicoli che ha maggiormente contribuito a diffondere la novella di un imminente futuro migliore, trasportando lavoro, sogni, ideali e non poche tavole da surf.

Lo scorso marzo Volkswagen, concludendo un ciclo durato cinquant’anni e inaugurando così l’inedito filone green, ha presentato l’e-Bulli. Si tratta di un restomod a emissioni zero su base T1 Samba sviluppato in collaborazione con eClassics, azienda specializzata nell’elettrificazione di auto storiche. Grazie al suo powertrain da 83 cavalli l’e-Bulli raggiunge i 130 km/h di velocità massima autolimitata e percorre fino a 200 km tra una carica e l’altra. E non è finita qui. Nei piani di Wolfsburg il 2022 vedrà il lancio dell’I.D. Buzz. Sulla carta sarà il Trasporter full electric di nuova generazione, basato sulla tecnologica piattaforma di elettrificazione modulare (Meb) di Volkswagen Group. A noi, però, piace pensare che sarà il nuovo Bulli, quello del futuro.