Chiloé

L’isola dei miracoli

Queste terre cilene isolate e solitarie, separate dal continente dal canale di Chao a nord e dai golfi di Ancud e di Cordovado a est, offrono paesaggi aspri e sublimi, affascinanti e terrificanti al contempo, che evocano una mitologia arcaica e feconda, dove il limite fra realtà e immaginario diventa impalpabile..

di Ina Chong
 foto di Lauriane Pierlot

Angèle se ne ricorda ora. Era in un bar di Santiago con nuovi amici incontrati per strada. Erano tre mesi che aveva deciso di congedarsi dal lavoro, dalla famiglia e dagli amici per andare a esplorare l’America del Sud, la sua idea di altro capo del mondo. Era già mezza addormentata e ascoltava Elena distrattamente. «È un arcipelago in cui i miti sono intrecciati con la stregoneria e sempre molto presenti. Nel XIX secolo ci sono anche stati dei processi contro gli stregoni. Il più celebre si chiamava Mateo Coñuecar. Ricordo che quando ero piccola avevo un amico che andava a passare l’estate dai nonni là, a Chiloé. Al suo rientro, ci raccontava sempre un sacco di storie che ci mettevano paura». Senza rifletterci, Angèle aveva scarabocchiato “Chiloé” ai margini del suo diario di viaggio e poi se n’era dimenticata. La destinazione è riemersa qualche giorno fa, al momento di lasciare Santiago.
Eccola partire per Castro, la capitale dell’isola, che accoglie qualche decina di migliaia di anime. Angèle scopre una città di un’altra epoca. I palafitos, edifici tradizionali di legno costruiti su palafitte, formano un ammasso di casette al contempo colorate e decrepite. La città è deserta, salvo i gruppi di cani randagi che gironzolano per le strade. Angèle prende un autobus a caso – indubbiamente un modo per familiarizzare con il paesaggio. Attraversa qualche villaggio, giusto il tempo di cogliere impressioni fugaci. Con il susseguirsi dei rilievi, fattorie isolate compaiono e scompaiono a un ritmo regolare e ipnotico. D’istinto, Angèle scende a Tenaún. I suoi passi la conducono alla cliesa, curioso edificio di legno con tre campanili dai colori vivaci e inattesi. «Le chiese di Chiloé costituiscono, per l’America latina, un esempio unico di architettura religiosa in legno. Rappresentano una tradizione introdotta nel XVII e XVIII secolo da predicatori gesuiti itineranti. Queste chiese illustrano la straordinaria ricchezza dell’arcipelago di Chiloé e testimoniano la riuscita fusione della cultura e delle tecniche indigene ed europee, della…», Angèle sospira, il suo spagnolo è ancora un po’ incerto. La donna entra in chiesa, sorpresa dalla sua atmosfera, dai colori e dal calore. Passa in rassegna i piccoli altari di fattura artigianale. Uno l’attira maggiormente. Fra fiori e piante sconosciuti, sono posate in cerchio statuette di uomini, donne e animali: un’espressione di sincretismo propria delle isole di Chiloé, dove leggende e religione si fondono.

All’improvviso, Angèle percepisce un movimento e una presenza dietro di sé. «Buongiorno, mi presento, sono Amalia». Una vecchia signora sorridente le sta davanti. «Mio marito Jorge arriva». La vecchia signora fa un gesto vago verso la porta di ingresso e Angèle la segue con lo sguardo. Vede passare furtivamente un grosso cane nero, poi un vecchio con la faccia da patibolo – Jorge, sicuramente. «Abbiamo un battello e qualche volta trasportiamo gli ospiti del Tierra Chiloé». A quel punto Angèle vede alcune coppie di turisti piuttosto chic seguire la donna in chiesa. «Non ho potuto fare a meno di notarla», continua Amalia. «E vorrei invitarla a unirsi a noi. Qualcosa mi dice che andiamo nello stesso posto». Sul battello, la nausea la coglie rapidamente, ma Angèle lungi dal rimpiangere la propria decisione. Nella cabina, piatti di delicate vivande continuano ad apparire come per magia e lo champagne scorre a fiumi. Un’abbondanza che quasi stona. Gli odori si mescolano con il rumore e i movimenti del battello, e Angèle si rifugia sul ponte, dove si distende direttamente sul legno. Un contatto che la tranquillizza. Si sente sporca, ma la sensazione del sole e della leggera brezza su braccia e gambe è talmente gradevole da farle dimenticare i capelli grassi, le ascelle umide e la bocca impastata. Sotto le palpebre chiuse, la luce le brucia gli occhi.

Si risveglia di soprassalto e si trova faccia a faccia con Amalia, che le porta un piatto pieno di dolci. Angèle non ha fame, ma afferra un dolce per darsi un contegno e ritornare in sé. Non può evitare però di fare smorfie sentendo l’amarezza del dolce, che neppure l’abbondanza di zucchero riesce a mascherare del tutto. Amalia continua a guardarla. Il sole la brucia, la prosciuga, le evidenzia le macchie del viso, le brunisce la pelle e le tira i tratti. Una maschera inquietante appare furtivamente, ma Angèle distoglie lo sguardo quasi subito, ancora più affascinata dal paesaggio che scopre dietro la vecchia signora. Il mare è diventato trasparente e scintillante. Si è rivestito di toni turchesi luminosi e ipnotici. I contorni dell’isola di Mechuque si rivelano gradualmente, nonostante una densa nebbia che sembra sorgere dal nulla. «Possiamo sbarcare sulla spiaggia e andare a camminare sull’isola, se vuoi». Angèle si gira e si trova davanti un giovane con i capelli neri scompigliati. «Sono Mateo, la guida. Gli altri vanno a osservare gli uccelli». Il viso bonario e familiare le ispira fiducia, e le sembra un’eccellente idea sgranchirsi le gambe sulla terraferma. Un dinghy li lascia sulla spiaggia e i due iniziano la camminata. Mateo è un giovane allegro e chiacchierone, con gli occhi brillanti e voglia di comunicare. La sua famiglia paterna era tra le più vecchie dell’isola, finché suo padre non ha finito con il rompere la tradizione, sposando una donna del continente e stabilendosi a Santiago. Anche se il padre aveva finito per allontanarsi dai genitori, il piccolo Mateo veniva comunque mandato ogni estate dei nonni. Senza interrompere il racconto, ogni tanto il giovane si volta verso Angèle e le fa provare delle bacche che raccoglie sul sentiero. La prima che assaggia le fa venire voglia di urlare, tanto il gusto è sgradevole. Un’amarezza pungente le fa salire le lacrime agli occhi. Un odore di decomposizione le pervade la bocca e inghiotte con difficoltà. Ma non riesce a rifiutare le bacche e continua a mangiarle nonostante tutto.

Il racconto di Mateo si è trasformato in un flusso ininterrotto di ricordi. La nonna era guaritrice. La sua cucina era sempre piena di casseruole colme di decotti destinati a guarire mali passeggeri o ad alleviare le pene del cuore. La mattina, poco prima del sorgere del sole, lo svegliava e insieme andavano a raccogliere piante e bacche. Il pomeriggio andavano a prendere frutti di mare e alghe commestibili. Il nonno, un uomo che parlava poco, passava le giornate a cercare di strappare alla terra i magri raccolti che costituivano la loro sussistenza. La loro fattoria, come tutte le altre, si trovava nella parte est di Chiloé, l’unico posto che offriva distese piatte di terreno da dissodare. La sera, la nonna cantava e gli raccontava storie che lo meravigliavano. Raccontava al bambino sbigottito i rituali e le cerimonie macabre che regolavano la vita della comunità. Il sangue dell’isola, il sangue mapuche, scorre nelle sue vene. Mateo fa parte di un lungo e rispettabile lignaggio di brujos (stregoni). Da parte sua, il padre affermava che l’isola era popolata da individui maledetti. Due anni prima, alla sua morte, Mateo aveva trovato tra le sue cose una vecchia lettera della nonna e aveva così deciso di tornare a Chiloé e di stabilirvisi. Una forma di riconciliazione.

Mateo e Angèle arrivano infine su un promontorio dove si trova il Muelle de las Almas, una passerella di legno che sovrasta tutto il paesaggio. Angèle si stupisce allora della rotondità e della dolcezza dei rilievi ondulati che si stendono davanti a lei. Il grigio del cielo fa risaltare intensamente i toni verdi delle colline e quelli blu dell’acqua. I contorni sfumano, e la linea dell’orizzonte si confonde con il cielo e la terra. Dopo aver passato la notte da Amalia e Jorge, Angèle si sveglia con l’idea di andare a esplorare la costa ovest dell’isola, la più selvaggia, quella che si affaccia sull’Oceano Pacifico. Va a bussare alla porta di Mateo, che si è sistemato in una capanna in fondo alla fattoria, ma non risponde nessuno, a parte quel maledetto cane nero con gli occhi umidi che si mette a guairle intorno. Incrocia allora Amalia, che le porge un pranzo al sacco e le chiede di salutare i suoi amici che certamente incontrerà lungo la strada. Questa vecchia comincia pian piano a perdere la testa, pensa tristemente Angèle.
Mettersi in strada l’ha sempre tranquillizzata. Si ricorda di quando, da adolescente, nelle notti insonni prendeva l’auto della madre per calmare i nervi facendo dei giri in periferia. Ripensa alla sua giovinezza sfaccendata nel sobborgo di villette. A sua madre, a sua sorella, a suo padre, ai suoi amici, a quelle persone ora così lontane. Ci sono voluti un oceano e un continente tra lei e loro per sentirsi finalmente tranquilla e ascoltarsi pensare. La giovane è profondamente assorta nei propri pensieri. Distrattamente, fruga nella borsa che le ha dato Amalia e sente sotto le dita la forma di un frutto familiare. Nel momento in cui morde la mela, un uccello sbatte violentemente contro il parabrezza. I freni stridono sulla strada sterrata e sollevano una densa nube di polvere. Da quanto tempo ha lasciato la strada principale? Si rende conto che lo schermo del Gps è in realtà bloccato e non sa valutare da quanto tempo l’apparecchio ha smesso di ricevere. Tenta di fare un’inversione a U, ma gli pneumatici sprofondano nella terra, troppo friabile e fangosa. Scende dal veicolo e constata che si sta alzando la nebbia. Davanti all’auto vede l’uccello al suolo, il collo rotto e il ventre aperto sulle viscere ancora fumanti. Il resto dello stormo vola ancora per qualche istante sopra di lei, disegnando cerchi sempre più rapidi. Angèle decide di proseguire il cammino a piedi. Ai bordi del sentiero, la vegetazione forma dei muri sempre più alti. La giovane scopre una flora con colori e forme straordinari. Le lengas, i faggi della Terra del Fuoco, presentano tronchi contorti in modo strano e un intensissimo colore arancio. Angèle si chiede se i sensi non le stiano giocando brutti scherzi. I colori cominciano a estendersi e a danzare sotto i suoi occhi. L’arancio si declina in differenti tinte vivaci. Il verde fluo si mescola a tocchi di grigio e violetto. Qua e là compaiono gioiosi sprazzi di rosso e bianco. D’improvviso, erbe alte simili a capelli l’attirano e la inghiottono. Angèle si immerge chiudendo gli occhi. Quando li riapre, si ritrova davanti una mucca dalla testa nera accompagnata da una capra dalla testa bianca. L’aria si rinfresca e Angèle riconosce l’odore di iodio nella brezza. Si trova su una spiaggia, si volta: gli animali sono spariti, come dissolti, svaniti… Intanto la nebbia si è alzata di nuovo. Emergono rocce frastagliate. Si indovina la violenza degli elementi, il loro scatenarsi. I rilievi non hanno più nulla di naturale. Tuttavia, l’isola l’affascina e la cattura. Angèle distingue delle forme nella nebbia: un cane, figure umane, un battello, alcuni uccelli. Una melopea si innalza nel vento. Intorno a lei, la natura si mette in movimento e danza al ritmo di una musica vigorosa, dissonante, che la fa fremere in tutto il suo essere. Angèle si lancia nella fitta nebbia.
Il sabba è cominciato, una ronda infernale gira e rigira. Un caos cosmico celebra questa terra aspra, desolata e perduta. Angèle sente una fantastica ebbrezza salire dalle profondità del suo essere. Lo spavento si accompagna a un delizioso rapimento. La giovane prende allora posto nella ronda indiavolata e si lascia trasportare dai canti e dalla danza, da quella strana collettività umana, animale e vegetale che le passa accanto e nella quale tuttavia si fonde. I movimenti si intensificano e poi, a poco a poco, Angèle dimentica se stessa. Dentro di lei si sprigiona, infine, qualcosa di tranquillo e sovrannaturale.