Anversa

Le ambizioni di un villaggio globale tascabile

Secondo porto europeo, secondo polo peltrolchimico del Pianeta, leader mondiale nel commercio di diamanti, la città di Rubens è una “metropoli” di 500 000 abitanti, che vanta perle turistiche e imprese hi-tech in una fase di assoluta effervescenza.

di Patrice Piquard
 foto di Sevin Rey-Sahin

A quasi quattro anni dalla sua inaugurazione nel 2016 – anno in cui morì anche il suo architetto Zaha Hadid – lo splendido edificio della Casa del porto di Anversa è diventato un simbolo culturale. La sua imponente struttura a tessere, che sovrasta una vecchia caserma dei pompieri degli Anni 20, rappresenta un transatlantico, un diamante o un’allegoria del futuro? Tutte e tre insieme, secondo l’archistar Rem Koolhaas, con quella “combinazione di estrema delicatezza, che sempre anima l’architettura di Zaha Hadid”. Sede dell’autorità portuale, questa capitaneria audace e sorprendente offre, attraverso le sue 1 900 finestre triangolari, una vista mozzafiato: da un lato le banchine e le piattaforme, che si prolungano fino all’orizzonte, dall’altro la città. E si è imposta non tanto come argomento di marketing, quanto come simbolo di Anversa. Mentre la cattedrale e la piazza principale evocano lo splendore del XV e XVI secolo, i tempi d’oro dell’espansione marittima e commerciale, la Casa del porto esprime un nuovo immaginario, anch’esso orientato al largo. Come un logo superbo e ottimista, invita i suoi abitanti a proiettarsi verso il futuro. È dall’interno di questo meraviglioso edificio che 500 impiegati gestiscono il porto, in assoluto la prima industria di Anversa. «Quasi 600 000 persone, di cui 6 500 lavoratori portuali, lavorano nel porto, che si estende su 129 km², ovvero tre volte la misura dell’agglomerato urbano. Se si aggiunge l’indotto, si arriva a 150 000 posti in totale nelle province di Anversa e delle Fiandre dell’Est», stima Reinhard Byl, responsabile della comunicazione del porto. In seconda posizione dopo Rotterdam a livello europeo, Anversa è anche – se si aggiunge Los Angeles – uno dei tre tra i primi venti porti più importanti del mondo, a non trovarsisin Asia. Percorrendo i suoi 120 km di banchine, lungo le due sponde dello Schelda, i suoi immensi interporti ne fanno il leader europeo nella conservazione della frutta, nel cacao, nel ramo dell’acciaio… Vi si stivano di continuo più di 250 000 tonnellate di caffè, e ogni anno si fanno carichi per 635 000 tonnellate di zucchero. Qui, centinaia di pale eoliche fabbricate in Danimarca sono pronte a essere esportate nel mondo intero; là, delle petroliere scaricano più di 100 000 tonnellate di greggio. Montagne di carbone, sabbia, granuli di plastica, caolino, granito brasiliano in quantità e silos di cereali s’accompagnano a migliaia di container impilati. «Il porto in buona sostanza è una proprietà fondiaria. Detiene terreni (bacini, banchine, chiuse…), che affitta a chi gestisce gli interporti, che si occupa delle gru, dei depositi o di caricare le navi. Ma ci sono aree immense che vengono affittate a industriali», spiega Daniel Audemaert, una guida specializzata. Ecco perché nel porto si trovano anche una fabbrica Fiat, che produce gli alberi motore dei trattori, un terminale che assembla le gru utilizzate dagli operatori, ma anche e soprattutto il secondo complesso petrolchimico mondiale dopo quello di Houston. Exxon, Total, Basf, Ineos, Eurochem, Borealis, Lanxess e i maggiori protagonisti del settore vi hanno impiantato le cattedrali dello steam cracking, dei convertitori catalitici, delle torri di distillazione, dei serbatoi… i cui prodotti finiti sono il gasolio, il cherosene, gli oli minerali e le sostanze utilizzate per fabbricare materiali plastici, nylon, fertilizzanti agricoli o cosmetici. In mezzo a questo impressionante paesaggio industriale punteggiato di turbine eoliche giganti e con la centrale nucleare di Doel sullo sfondo, uno stagno verdastro è diventato l’area di sosta per gli uccelli migratori provenienti dalla Siberia.

Megainvestimenti petrolchimici

Da cinque anni a questa parte, il volume delle merci trattate dal porto è aumentato dal 4 al 6% annuo, per raggiungere i 236 mln di tonnellate nel 2018. E l’attività “container”, per la quale Anversa è molto competitiva (45 movimenti all’ora per gru), è quasi pari a quella del porto di Rotterdam (131 milioni di tonnellate nel 2018, contro le 149 del concorrente olandese). «La capacità dei terminali di container è sfruttata al 100%. Il porto deve quindi riuscire a concludere un controverso progetto di ingrandimento per il quale è in trattativa da quarant’anni», spiega Reinhard Byl. Nello scorso maggio, però, si è delineata una soluzione che permetterà la costruzione di un nuovo bacino gigante per navi cargo battezzato Saeftinghe, senza distruggere il villaggio (abbandonato) di Doel. Quanto agli industriali dei prodotti chimici, sono in preda alla smania di investire. Basf stanzierà 500 mln di € per produrre ossido di etilene; Ineos tre mld di € per un impianto di steam cracking dell’etano e un’unità di deidrogenazione del propano; Borealis un miliardo di €, sempre per la deidrogenazione del propano; Sea-Mo 500 mln di € per nuovi serbatoi di prodotti petroliferi, con Covestro, Standik e Evonic che aggiungono ciascuno da 50 a 300 mln di €. In palio, più di un migliaio di impieghi altamente qualificati supplementari, senza contare la costruzione di queste nuove strutture…

7 000 impieghi nei diamanti

Paradossalmente, dato che il porto non è sul mare, ma a 80 km dalla foce della Schelda, isolato a nord dell’agglomerato urbano, gli abitanti di Anversa che non vi lavorano ne ignorano l’esistenza.
Lo stesso può dirsi dell’attività legata ai diamanti, per la quale la città fiamminga riveste un ruolo di leadership su scala mondiale. “Il chilometro quadrato del diamante”, vicino alla stazione centrale, è di rado frequentato dagli abitanti della città che non sono negozianti o tagliatori di pietre preziose. È un circolo chiuso cosmopolita dominato dalle comunità ebraica e indiana. Vi si compra e rivende l’87% dei diamanti grezzi estratti nel mondo, e un po’meno della metà dei diamanti tagliati e lucidati. Gli importi negoziati sono in costante calo (58 miliardi di dollari nel 2015, 46 miliardi nel 2018) a causa della concorrenza sempre più forte di Tel Aviv, Dubai e Shanghai. Dovrebbero crollare quest’anno, una recessione spaventosa quella del settore diamanti. Questa attività dà comunque lavoro a 7000 persone, e più del doppio se si aggiungono gli impieghi derivati dall’indotto. Per promuoverla, l’industria del diamante e l’ufficio del turismo hanno aperto nel 2018 il museo dei diamanti Diva. E per spronare l’acquisto di diamanti da parte dei visitatori che soggiornano ad Anversa, la città nel 2017 ha creato l’etichetta di qualità Antwerp most brilliant, attribuita a 25 gioiellerie inavvicinabili tra le 200 presenti. «Il commercio al dettaglio, in particolare nel settore del lusso, è un formidabile asso nella manica per fare di Anversa un polo di attrazione», dice Claude Marinower, assessore (vicesindaco) all’Economia e all’Innovazione. «Ogni week-end vediamo sfilare migliaia di olandesi che vengono a fare shopping e a distrarsi nella nostra metropoli tascabile».

Destinazione culturale di prim’ordine

Il centro, in prevalenza pedonale, è animato come quello di città cinque o dieci volte più popolose. I negozi di tutte le grandi marche internazionali (Nike, Uniqlo, L’Occitane, H&M, Lévi’s, Princesse Tam Tam) si trovano lungo la via Meir (la strada principale per lo shopping, ndr), mentre i grandi nomi del lusso (Chanel, Louis Vitton, MontBlanc, Hermès, Moncler, Burberry, Issey Miyake…) nel vicino quartiere che circonda Schutterhofstraat. Ma ci sono anche gallerie d’arte che espongono un Concetto spaziale di Fontana, delle statue primitive nigeriane che potrebbero serenamente stare in un museo, o ancora le opere dello skater e artista californiano Ed Templeton. Ciliegina sulla torta, Anversa ha un ruolo creativo di primo piano nella moda, nella gioielleria, nell’arte e nel design. Dries Van Noten presenta qui le sue nuove collezioni, nel suo meraviglioso “Palazzo della moda”, Ann Demeulemeester lo fa di fronte all’Accademia reale di Belle Arti, i gioiellieri Wouter & Hendrix sono curatori dell’esposizione attuale al museo Diva, e molte gallerie e negozi multimarca di moda e di design di punta seguono i giovani creativi locali. La città è anche una meta culturale di primordine (15 musei tra cui Casa Rubens, il Mas, dedicato alla storia di Anversa, il Museo della fotografia, il Museo di Arte contemporanea), e undici chef si sono guadagnati le stelle Michelin. «Per rendere più gradevole l’esperienza dei suoi visitatori, abbiamo aperto la splendida sala concerti da 2000 posti dell’Elisabeth Center, rinnovato nel 2016, per tenervi conferenze. La fiera, che si trova sul ring, sta per essere ammodernata e potrà ospitare congressi di 4 000 persone con tutti i comfort. L’Hilton sarà rinnovato e diventerà un hotel per seminari ultraperformante. Trasformeremo anche il magnifico sito abbandonato della vecchia Borsa, in cui troveranno posto un hotel Autograph Collection del gruppo Marriott e dei ristoranti. Apriranno inoltre diversi hotel a quattro stelle, di cui uno della catena NH, così come il Botanic, che sarà inaugurato alla fine del 2020, in un edificio che dà su un chiostro verdeggiante. Il nostro obiettivo è di avere 6 000 camere nel 2022, contro le 4 000 di oggi», spiega Koen Kennis, assessore al Turismo e alla Mobilità. Anversa si sta dunque dotando dei mezzi per far crescere il numero dei suoi visitatori (che nel 2018 sono stati 19,4 milioni), scommettendo innanzitutto sui viaggi d’affari e i soggiorni individuali di qualità.

L’hi-tech in pieno boom

Che si tratti del porto, della petrolchimica, del commercio di diamanti o dell’offerta turistica, la metropoli della regione di 520 000 abitanti gioca dunque al tavolo dei grandi. Ai suoi quattro assi principali la città ne vuole aggiungere un quinto: l’hi-tech. Sette anni fa Anversa non poteva vantare alcuna start-up, mentre adesso ne conta più di 400. Questa esplosione riguarda in primo luogo attività business to business: innovazioni per le operazioni del porto e relative all’industria petrolchimica, nel settore della salute, della blockchain, della gestione delle risorse umane, dell’intelligenza artificiale… «Se la maggior parte degli incubatori sono privati, a parire dal più grande, Start it@Kbc dipendente in tutto e per tutto da un gruppo bancario, la strategia del sindaco è volta ad aiutare le nuove imprese a crescere e a internazionalizzarsi», afferma Guido Muelenauer, manager della strategia di innovazione della città. Anversa partecipa anche alla rete Blue Health Innovation Center, che sostiene i protagonisti della health-tech, e ha investito (insieme ad alcuni industriali) in Blue Chem, che a partire dal 2020 aprirà un parco industriale per una quindicina di attori della chimica verde. Per parte sua, The Beacon raccoglie in un solo immobile una cinquantina di start-up che lavorano sull’intelligenza artificiale e l’Internet delle cose, 120 ricercatori dell’Università di Anversa e dell’Imec (l’Istituto di microelettronica e componenti elettroniche), e 200 impiegati di Lantis, un costruttore di infrastrutture urbane. L’obiettivo è quello di contribuire a digitalizzare l’economia del porto, l’industria logistica, la mobilità urbana, le tecnologie della moda… «Quanto al processo di internazionalizzazione, funziona in due sensi: la città aiuterà le start-up di Anversa a sondare il terreno in Germania, nel Sudest asiatico o in Texas, grazie ai contatti e alle agevolazioni di cui dispone a Singapore, Monaco e Austin. Ma sonderà anche il terreno affinché queste regioni scelgano Anversa come porta d’ingresso per l’Europa», spiega Katleeen de Naeyer, manager del business internazionale della città.

L’assenza di impieghi poco qualificati

Bisogna dunque celebrare senza riserva il successo di questa città, dall’economia forte e dalla strategia proattiva, la cui crescita è superiore a quella del Belgio, e i cui abitanti si dichiarano «felici» per il 92%, secondo un sondaggio Eurostat del 2015? «Sarebbe troppo bello. Il nostro tasso di disoccupazione supera del doppio quello delle Fiandre, una triste situazione» constata Claude Marinower. La metà degli abitanti di Anversa è infatti il portato dell’immigrazione, e il grosso contingente di giovani marocchini e turchi non diplomati della banlieu nord deve far fronte all’assenza di posti poco qualificati e si inserisce male nel mercato del lavoro. Le politiche locali sperano che gli enormi cantieri (infrastrutture sul ring e sulle sponde dello Schelda, abitazioni sulla riva sinistra e nel Sud della città) creeranno migliaia di posti che questa popolazione potrà occupare. Ma Stijn Oosterlynck, che insegna Sociologia urbana all’Università di Anversa, si mostra scettico: «La chiave dell’integrazione è la scuola. Ora, nelle Fiandre, quella frequentata dagli studenti poveri – che prevede l’insegnamento dell’olandese o della matematica – è una delle meno performative del mondo. Le disuguaglianze, quindi, si moltiplicano e il sindaco di Anversa a quel punto dice che questa popolazione, che resta povera generazione dopo generazione, approfitta del sistema. Rigetta una politica sociale (alloggio, educazione, sussidio familiare) strutturata ed efficace per paura che questo possa costituire un invito per nuovi migranti». Uno scacco che Anversa condivide con altre città europee, ma che relativizza il suo percorso, per il resto senza macchia…