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Mai più “zitti e buoni”

La scuola cambia. E non solo per il Covid. Nuove architetture, nuovi modelli pedagogici, nuovi modi di stare e agire insieme che, nonostante nel 2030 si prevedano per l’Italia ben 1 300 000 studenti in meno, hanno cominciato a investire anche il nostro Paese. E hanno cambiato anche il volto delle nostre città: più internazionali, più aperte, più partecipate e accoglienti.

di Silvia Calvi

Sulla scuola in Italia, parlano anzitutto i numeri. Su 40 000 scuole statali, il 12% è stato costruito tra il 1940 e il 1960, il 27% tra il 1960 e il 1975 e soltanto il 32% dopo il 1976. Gli edifici non sono mai stati riconcepiti, al massimo adeguati sotto il profilo della sicurezza. E solo l’8% secondo la normativa antisismica, benché oltre la metà sia a rischio. «Parlare di scuola, nel nostro Paese, significa anzitutto compiere un atto di responsabilità e di generosità, perché è lì, a scuola, che avviene materialmente e simbolicamente il passaggio di testimone tra generazioni». A parlare così è Alfonso Femia, architetto che al tema ha appena dedicato, con il contributo di una ventina di esperti, il libro Scuola Social Impact, da dove abbiamo tratto quei dati drammatici. Grazie alle opere realizzate e in cantiere in Francia e in Italia, Femia ha elaborato un percorso di ricerca che si è intensificato durante il primo periodo pandemico, drammatico per le scuole. Il suo sguardo esperto ci aiuta a gettare una luce sulla scuola futura. Iniziamo da Milano, Scalo di Porta Romana, accanto a dove sorgerà il villaggio olimpico di Cortina 2026. Lo scorso gennaio è stato inaugurato il Campus Symbiosis di ICS Milan International School, firmato dallo Studio Barreca & La Varra, a due passi dalla Fondazione Prada. Una pelle curvilinea in alluminio chiarissimo – per limitare l’assorbimento solare – e vetro: 30 mln di € per una struttura di 10 000 mq in grado di accogliere studenti dai 2 ai 18 anni che – per l’80% – seguono lezioni in inglese. Nel suo perimetro, 6 000 mq di area verde, un campo da gioco polifunzionale e una piscina semi olimpionica fruibili, il pomeriggio e la sera, anche da chi vive o lavora nel quartiere. Spiega Gianandrea Barreca: «La scuola ospita alunni dalla materna alla superiore, in uno spazio che si sviluppa in verticale: dagli ambienti comuni di piano terra e seminterrato – mensa, palestra, piscina e auditorium – alle aule dei piani superiori che però, visivamente, non sono mai isolati. Giocando sulle doppie e triple altezze, infatti, abbiamo creato passerelle e passaggi sempre visibili dagli altri piani, ottenendo una connessione spaziale morbida, fluida. E tenendo ogni piano in stretto contatto con l’esterno: grandi spazi rotondi e corridoi allestiti con grandi boiserie che formano nicchie, sedute e angoli-libreria, aprendosi infine verso terrazzi e logge per fare lezione anche all’aperto». Il termine fluidità”, in effetti, è la parola chiave dell’edilizia scolastica che affiora all’orizzonte: «La fluidità ci permette di rendere più vivibili gli ambienti e di semplificare i collegamenti. Il Campus Symbiosis rispecchia questa cultura, perché è generoso negli spazi verticali e si sforza di mettere in contatto anche soltanto visivo studenti di classi diverse. Anche se le aule sono organizzate per fasce d’età, avere spazi comuni e contatti tra alunni piccoli e grandi produce sinergie interessanti». Si tratta di un campus privato, tuttavia, che alle famiglie costa 15 000 € l’anno, 3 000 se in futuro si frequenteranno le lezioni esclusivamente in Dad. Difficilmente, in ogni caso, alla portata di molte delle famiglie che ora popolano il quartiere. È più ottimista Stefano Paschina, ideatore e managing director del progetto: «Il Campus darà nuova centralità a tutta la zona, verso la quale potranno convergere anche abitanti di aree relativamente decentrate come Brenta, Lodi, Ortles e Ripamonti. Inoltre, nella didattica saranno coinvolte le aziende del quartiere, eccellenze delle telecomunicazioni, dell’energia, del design». È la filosofia GlobEducate di ICS International School: una rete di oltre 55 scuole che istruisce più di 28 000 studenti di nove Paesi e tre continenti. In un mondo che cambia così velocemente, dice Paschina, si devono preparare i ragazzi a professioni che ancora non esistono, a tecnologie non ancora inventate: «Noi offriamo una formazione innovativa, multiculturale e progettata per le sfide di domani: niente più lezioni frontali, lavoro in team e laboratori su progetti reali proposti dalle aziende». Ogni scuola GlobEducate ha una vocazione: a Milano il design, a Barcellona la musica, in India la tecnologia e così via.

Il software prima dell’hardware
La scuola del futuro, dunque, come laboratorio globale diffuso di formazione specializzata? Non tutti la pensano così. «I fattori importanti sui quali si regge la scuola restano tre: gli insegnanti, gli allievi, il sapere. A seconda di come si combinano questi lati del triangolo possono esserci soluzioni diverse», commenta Weyland Beate, professore associato di didattica all’Università di Bolzano e studiosa del rapporto tra pedagogia e architettura e design in ambito scolastico. E aggiunge: «Gli architetti, spesso, partono dal presupposto che creare un set diverso permetta alle persone di vivere lo spazio in un’altra maniera. Un approccio interessante, ma non è l’unico. C’è anche la soluzione opposta: ripensare lo spazio a partire da obiettivi pedagogici precisi ed espliciti, da un nuova relazione educativa». Oggi esiste una didattica che parte dall’attitudine alla ricerca, al progetto, alla cooperazione e che trasformi l’aula in setting cooperativo, setting laboratorio, in Didattiche per ambienti di apprendimento (Dada). Come già accadeva alle cosiddette “scuole di metodo”, dalle Open air, alle Montessori alla Scuola Rinnovata Pizzigoni di Milano, fondata nel 1927: paradigmi pedagogici che hanno trasformato gli spazi. «Un’architettura, per quanto fantastica, richiede che chi la vive ne capisca il senso: serve un lavoro preliminare, non a posteriori», prosegue Beate. In Alto Adige ora è legge: per intervenire modificando una scuola, devi motivare pedagogicamente gli interventi: «Un approccio che innesca grandi cambiamenti nelle architetture: aule interconnesse, aule “in rete” e perfino scuole senza aule».

A scuola dal “selvaggio Est”
Se dall’arco alpino ci spostiamo in Estremo Oriente, cambia la scala, ma non la tendenza a fare guidare l’hardware dal software. L’architetto Andrea Caputo, a Pechino, ha cercato di coniugare nuova didattica e tradizioni culturali progettando una scuola primaria secondo i principi del feng shui: un’antica arte geomantica taoista della Cina, ausiliaria dell’architettura e affine alla geomanzia occidentale: «Abbiamo realizzato una scuola primaria che ha le dimensioni di un grande campus, perché – anche se molto piccoli – i bambini arrivano da molto lontano, portati da famiglie che desiderano crescere i figli nella capitale. È necessario quindi avere una foresteria per ospitarle nel periodo d’inserimento. Il progetto ha puntato sulla creazione di spazi sinuosi, senza spigoli – come prevedono i principi del feng shui – materiali e colori naturali e una sequenza di cortili e giardini per il relax e il gioco. In una città complessa e caotica come Pechino, il campus si apre all’esterno offrendo uno spazio verde e tranquillo, protetto da traffico e polveri sottili inquinanti». Anche in Corea del Sud le scuole assumono l’aspetto di campus, spiega l’architetto e designer Ico Migliore, docente di Design all’Università di Busan, città portuale affacciata sul mare del Giappone e seconda metropoli del Paese dopo Seul: «Tutto è pensato perché lo studente possa sentirsi accolto, studiare e incontrare i compagni. In Corea l’educazione è uno dei pilastri fondamentali della società: gli studenti sono orgogliosi del proprio ateneo ed è normale che le aziende promuovano progetti di ricerca che li coinvolgono. Il tutto in aule dotate delle attrezzature più avanzate e circondate da un ambiente naturale un po’ selvaggio: i coreani non cercano come noi occidentali di domare la natura». Ma non si deve credere che istituti e atenei siano roccaforti separate dalla città: «L’università organizza mostre e concerti aperti a tutti, spesso grazie a sponsor come Samsung o Hyundai. E le aree verdi sono sempre accessibili agli abitanti dei quartieri».

Come superare lo schema del ’900
Tornando in Italia: qual è lo stato dell’arte? «Gli edifici scolastici pubblici italiani, fino a pochi anni fa, sono stati progettati sullo stesso modello: ingresso, corridoio, tante aule. Uno schema novecentesco oggi inadeguato», spiega Samuele Borri dirigente tecnologo di Indire, Istituto nazionale documentazione, innovazione e ricerca educativa del Miur, e autore di una ricerca su spazi educativi e architetture scolastiche: «Per questo abbiamo sottoscritto il Manifesto delle Avanguardie educative insieme a 22 scuole capofila, come l’Istituto Volta di Perugia, l’Istituto Tecnico Fermi di Mantova, il Liceo Benincasa di Ancona, l’Istituto comprensivo di Piacenza. E a partire di lì, stiamo lavorando per innovare le pratiche didattiche. Tante le idee: il debate, la didattica per scenari, la classe “capovolta”, la scuola aperta alla città, tutte formule che mettono al centro lo studente e trasformano il docente in un “facilitatore dell’apprendimento”. E, di conseguenza, cambiano gli spazi: nascono aree tranquille dove isolarsi per raccogliere le idee e spazi informali per il relax o lo studio individuale. Prima ci facciamo guidare dall’attività, poi pensiamo agli arredi e agli spazi». Una cartina di sole interessante dello stato concreto dell’arte è, di nuovo, il capoluogo lombardo: 435 edifici scolastici pubblici e 225 privati che accolgono bambini da 3 a 14 anni. Dal conteggio sono escluse le 176 scuole secondarie di secondo grado (87 statali, 89 paritarie) che sono di competenza della Città Metropolitana e i nidi: 102 comunali, 108 privati convenzionati e 35 in appalto. Una marea di edifici. «In molti casi, prefabbricati costruiti tra gli Anni 60 e 70 che sarebbero giunti a fine vita già negli Anni 90 e che invece continuano a funzionare, ovviamente con tutta una serie di problemi», spiega Paolo Limonta, insegnante di scuola primaria e assessore all’edilizia scolastica della giunta milanese. Che racconta: «Abbiamo cominciato a intervenire, ma occorre sapere che, tra abbattimento e ricostruzione, può essere necessaria anche una bonifica che allunga tempi e costi, perché capita di imbattersi in terreni inquinati da sversamento di gasolio e nafta dall’impianto di riscaldamento». Il processo di rinnovamento, però, è partito e – dopo 5 anni di lavoro – a maggio, ha riaperto la scuola primaria Viscontini, in via Ojetti, ai margini del parco di Trenno: «Con questa scuola, che i bambini – coinvolti fin dall’inizio – hanno chiamato “la scuola dei colori”, restituiamo al quartiere uno spazio che conta più aree comuni che classi, spazi aperti e aree verdi: un orto didattico, “aule verdi” per fare lezione all’aperto, un’area gioco, un teatro, una palestra e una biblioteca, spazi che potranno essere utilizzati anche dopo l’orario scolastico dalle associazioni di quartiere». Ma quanto costa la bellezza? Molto. Eppure, quando si parla di edifici scolastici destinati a durare nel tempo, tutta la comunità apprezza. È il caso di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, comune di 15 000 abitanti dove nel 2015 è stato inaugurato un nido su progetto dall’architetto Mario Cucinella: un’opera necessaria dopo il terremoto del 2012. Il risultato? Uno spazio morbido, accogliente, con ambienti vasti e ariosi inondati di luce e aperti sul parco esterno tra cespugli e piante aromatiche costato 3,2 mln di €. Ma sindaco e cittadini sono tuttora convintissimi della scelta. Per chi non lo sapesse, a pagare il conto degli edifici scolastici pubblici è per il 75% lo Stato e per il 15% il Comune che, se non ha avanzi di bilancio, deve fare un mutuo: «I nostri interventi sono di due tipi: demolizione e ricostruzione o riqualificazione, un’opzione non sempre praticabile per i cementi tremendi usati negli Anni 60 e 70 o per la presenza di amianto», spiega Daniele Rangone dello Studio Settanta7 di Milano, che si occupa di edilizia scolastica dalla materna all’università. E aggiunge: «Noi concentriamo molte energie nell’approccio preliminare dialogando con le amministrazioni comunali, i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori, che vanno ascoltati, ma anche un po’ guidati perché all’inizio, spesso, la richiesta è di avere una scuola nuova, ma pressoché identica alla vecchia. Alla fine riusciamo sempre a trovare un compromesso: l’architettura della scuola italiana sta cambiando perché sta cambiando la didattica». E con grande attenzione alla sostenibilità oltre i luoghi comuni e gli slogan di green washing. «La sostenibilità non è un criterio di natura solamente ambientale, ma anche economica e sociale. Deve essere ancorata a standard internazionali precisi. Per la facoltà di ingegneria dell’Università di Padova, per esempio, abbiamo realizzato il più grande edificio pubblico italiano completamente in legno, ottenendo la certificazione Leed platinum, basata su un sistema statunitense di classificazione dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici sviluppato dallo U.S. Green Building Council. Mentre il nuovo liceo scientifico Agnoletti di Sesto Fiorentino, ancora in fase di cantiere, avrà ampie vetrate e un grande bar all’ingresso che trasformerà la hall in un luogo di aggregazione per tutti, alunni e professori, e non solo di passaggio». Ma, con il calo delle nascite, servono ancora così tante scuole, ci si potrebbe chiedere? Secondo le previsioni di Fondazione Agnelli, nel 2030 l’Italia avrà infatti un milione di studenti in meno tra i 3 e i 18 anni: «È vero, alcuni edifici scolastici andranno probabilmente riconvertiti. Ma occorre ricordare che una scuola può far rinascere un territorio. È successo a Monterosso Grana, per esempio, in provincia di Cuneo, dove Legambiente, nel 2020, ci ha premiati perché la nuova scuola ha aumentato del 40% gli iscritti richiamando in valle le famiglie: a due anni dall’inaugurazione, hanno riaperto la panetteria e altri negozi», conclude Daniele Rangone. La bellezza passa anche di qui.