Burago

Bolidi in scala 1/10

Generazioni di bambini e di collezionisti sono rimasti affascinati dai modelli in miniatura di Ferrari, Lamborghini e Maserati firmati Bburago. Un marchio italiano che deve la sua salvezza… alla Cina.

di Raphaël Balenieri
foto: Anthony Kwan

È un vero e proprio alveare, preciso come un orologio svizzero, secondo i principi del più elementare taylorismo. Vestite con una polo rosa e sedute ciascuna alla sua postazione di lavoro, le 300 operaie assemblano le Ferrari in miniatura che un nastro trasportatore fa avanzare. Fari, ruote, parabrezza, sedili, volanti: uno a uno, i minuscoli componenti sono montati a mano da queste api dei tempi moderni, una dietro l’altra in fila indiana. In fondo alla fila, un’ultima addetta recupera i piccoli bolidi e li fa scorrere sotto il palmo della mano, per testarne la solidità. La merce viene infine imballata manualmente in eleganti scatole, anche queste realizzate e stampate sul posto, prima di essere esportata verso 110 destinazioni «fra cui Tahiti, le isole del Pacifico e la Nuova Caledonia!» scherza Tony Ng, la nostra guida per la giornata. A Shaouguan, piccola cittadina del sud della Cina, in cui si trova la grande fabbrica di Bburago, il famoso costruttore italiano specializzato nei modellini di auto sportive, non sono ammessi sub-appalti. Questa gigantesca fabbrica di 4 000 impiegati appartiene al gruppo May Cheong, un fabbricante di giocattoli di Hong Kong nato cinquant’anni fa. May Cheong ha rilevato Bburago nel 2006, mentre era coinvolta in uno scandalo finanziario e condannata a morte certa. Fondata nel 1973 da Mario Besana e con sede a Burago di Molgora, vicino Milano, questa gemma italiana aveva affascinato numerose generazioni di bambini e di collezionisti con i suoi famosi modelli in scala di Ferrari, di Lamborghini, di Maserati… A seguito dell’acquisizione, la storica sede di produzione lascia l’Italia per trasferirsi nell’estremo Sud della Cina, a Shaoguan, una città di 3 milioni d’abitanti, nella grande provincia manifatturiera cuore dell’esportazione cinese, il Guangdong. La fabbrica produce 4 milioni di auto Bburago al mese, realizzate in diverse scale: dalla 1/64 per le più piccole, che si tengono in una mano, alla 1/10 delle più grandi.

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Un capitolato molto severo
Com’era prevedibile le radici italiane del marchio non sono un granché visibili a Shaoguan. All’entrata dell’impianto un magnifico complesso alberato di 230 000 m2 con decine di officine, dormitori per gli operai e una piscina scoperta riservata ai Vip di passaggio, le bandiere di Hong Kong e della Repubblica popolare cinese sventolano nel cielo grigio. Ma May Cheong continua, nonostante tutto, a produrre le leggendarie miniature di Bburago nel massimo rispetto del capitolato originale. Tutto è stato centralizzato qui. Il 90% delle materie prime è d’importazione: i pesanti mattoni di zinco (20 kg l’uno) usati per realizzare la carrozzeria vengono per lo più dall’Australia; il Pvc dei pneumatici, flessibile come quello di una vera berlina, viene invece dalla Corea del Sud. «È una fabbrica tuttofare. In questo modo abbiamo un controllo perfetto della qualità e dei ritmi di lavoro» spiega Tony Ng. «Rilanciare Bburago non è stato facile, perché dopo il fallimento il marchio aveva smesso di produrre per due anni. Abbiamo dovuto faticare per riconquistare la fiducia dei distributori. Ma ormai Bburago sta tornando sul mercato. Adesso è un marchio tutto made in China, ma la qualità è la stessa di prima». Questa scelta strategica (nessun subappalto, controlli dalla A alla Z, tolleranza zero per ogni imperfezione) è piuttosto rara nel settore dei giocattoli, un’industria con una forte presenza di manodopera e, per questo, maggiormente esposta al rischio di difetti rispetto agli altri prodotti di consumo. In Cina la filiera non si è mai definitivamente ripresa dallo scandalo dei giocattoli tossici scoppiato nel 2007. Quell’anno, Mattel ha dovuto ritirare 21 milioni di articoli difettosi o pericolosi per la salute, tutti realizzati nella Repubblica popolare. La Cina del resto assembla la quasi totalità dei giocattoli del pianeta, una produzione di massa il cui epicentro si trova in un altro agglomerato urbano del Guangdong, a Chengai, una città-fabbrica di 750 000 abitanti diventata capitale del giocattolo globalizzato.

Monopolio
Proprio per essere competitivi e conquistare un posto al sole in questo mercato ipercompetitivo, caratterizzato da picchi stagionali e invaso dalle contraffazioni, alcuni fabbricanti cinesi e di Hong Kong hanno iniziato ad acquistare una licenza esclusiva da un marchio noto, continuando parallelamente a produrre giocattoli della propria marca. È quello che ha fatto May Cheong nel 2010, acquisendo i diritti esclusivi per realizzare, distribuire e rivendere giocattoli a marchio Ferrari. Nel 2015, altro colpo grosso: la società con sede a Hong Kong ottiene la licenza per produrre modellini Ferrari da collezione, molto più pesanti e sofisticati, in lega di zinco. Grazie a quel contratto May Cheong detiene il monopolio globale delle Ferrari in miniatura. Ogni anno versa le royalties stabilite al costruttore italiano, che a sua volta controlla ogni minimo passaggio del processo di produzione. Da Maranello seguono tutto scrupolosamente: dalla scelta di un nuovo modello da riprodurre all’invio dei campioni per l’approvazione, l’intero processo può richiedere fino a sei mesi! Il dettaglio più controllato dall’Italia è naturalmente l’emblematico colore rosso: «Pantone propone tante tonalità di rosso, ma di rosso Ferrari ce n’è uno solo!» scherza Tony Ng riferendosi al campionario universale di 990 colori utilizzato dai professionisti della grafica e della stampa. Una volta pressofusi e lucidati e lavati, i modellini vengono appesi sei alla volta sui supporti, a loro volta agganciati a binari. Il tutto arriva quindi alla verniciatura. Come in una vera fabbrica automobilistica, il robot si muove dall’alto in basso e polverizza il famoso rosso Ferrari sui modellini. Gli ultimi ritocchi sono di nuovo realizzati a mano, con la pistola o il pennello, con una precisione degna dei monaci amanuensi del Medioevo.

Modelli conformi al 99%
L’altro passaggio delicato è il posizionamento del simbolo Ferrari: il famoso cavallino rampoante nero su fondo giallo. A Shaoguan, l’attenzione maniacale ai dettagli imposta da Maranello a volte diventa un rompicapo. «Questo modello è il più complicato! A volte ci mettiamo davvero le mani nei capelli. Guardate quanti loghi bisogna aggiungere!» sospira Huang Xilong, 45 anni, indicando i mini-bolidi di Formula 1 in produzione. Le operaie li prelevano dal nastro trasportatore che passa accanto a loro per fissarli sullo zoccolo della macchina che applica meccanicamente i diversi simboli nei punti richiesti. Magico! «Grazie al nostro impegno, le nostre automobiline risultano conformi nel 99% dei casi» spiega con orgoglio Wang Changsheng, addetto al controllo qualità. May Cheong sa di non avere spazi per le varianti. Essendo l’Italia il suo primo mercato, con il 10% delle vendite, ogni deviazione rispetto alla tradizione e agli originali sarebbe immediatamente sanzionata dai consumatori dello stivale. E per limitare il margine d’errore l’azienda si è affidata all’automazione, convertendosi alla robotizzazione in molte fasi della lavorazione. In dieci anni, un po’ per l’introduzione dei robot e un po’ per gli alti e bassi della domanda, lo stabilimento di Shaoguan ha perso 2 200 dipendenti rispetto al picco del 2006. Ma la quasi totalità dei compiti viene ancora portata avanti dagli operai. La maggior parte di loro sono donne della regione, fra i 30 e i 40 anni. Le più giovani prteferiscono trasferirsi a Canton, a Dongguan o a Shenzhen, le città più grandi della provincia. Le meno qualificate sono messe alla catena di assemblaggio, dove gli stipendi si aggirano intorno ai 350 euro al mese per 8 ore di lavoro al giorno, dal lunedì al venerdì, e con la possibilità di arrotondare con gli straordinari del sabato. I compiti qui sono ripetitivi, non c’è dubbio, ma l’azienda almeno qui garantisce, fuore dalle officine, un ambiente che non si trova tanto spesso nelle fabbriche cinesi. Questo “campus” tenuto in condizioni impeccabili impressiona per i suoi spazi verdi. Le file di nespoli del Giappone offrono in aprile delle piccole bacche arancioni simili al kumquat. La sera, la fine del lavoro è festeggiata con la musica. Appena le prime note di cantopop – contrazione di cantonese popular, il genere musicale più amato a Hong Kong – risuonano nell’aria calda, gli operai attraversano svelti i tornelli che segnano il confine fra le catene d’assemblaggio e il resto del sito. La marea di piccole mani laboriose di Bburago corre verso la mensa, o versoi tavoli da pingpong al piano inferiore dei dormitori, ricordando un formicaio che riceve un violento calcio e si svuota improvvisamente dei suoi abitanti, per poi risucchiarli l’indomani, in un nuovo flusso ininterrotto.

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