Beautiful mind

Ritratti geniali: da Dante a Pasolini

Cosa accomuna Enzo Ferrari a Steve Jobs? La visione, la lungimiranza e “l’uso fosforico” degli strumenti a disposizione. A questi e altri ritratti eccezionali The Good Life ha dato parola e immagine.

di Giorgio Terruzzi  
foto di Michele De Andreis
fashion editor Concetta D’Angelo

Genio. Una parola. Per decifrarla serve metterci la testa. In parecchi l’hanno fatto. Filosofi, teste fini. Genialità al servizio del genio. Da Georg Hegel a Friedrich Schelling; da Arthur Schopenhauer, a Friedrich Nietzsche e Denis Diderot. Riflessioni come lampadine accese nel cervello. Stimolazioni. Richiami per ogni memoria disseminata di esperienze. Abbastanza per mettere in movimento teste – come la mia – che fini non sono affatto. Critica del Giudizio, Immanuel Kant: “…il genio è la disposizione innata dell’animo per mezzo della quale la natura dà la regola all’arte”.

È lui, Kant, ancora una volta, ad offrire una bussola particolarmente luminosa. Un conto è una “grande mente” che porta a scoperte scientifiche connesse ad un metodo applicato; un altro è il genio che muove l’artista. Il quale non può spiegare, mostrare o insegnare il procedimento che lo trasporta, che detta il gesto, l’idea e, in definitiva, l’opera.
Possiamo prendere questo distinguo per tentare di muoverci dentro la parola in questione. Genio, appunto. Una parola inflazionata. Genio come Genius, il nome della divinità tutelare, genio del male, genio della lampada, genio militare. Non servono lampi di genio per ingegnarci un poco, scopo dissertazione sul termine e i suoi confini. Cominciando dai luoghi comuni nei quali collochiamo figure precise, con liberissimo arbitrio, si capisce.

È “un genio della finanza” Mario Draghi, le cui capacità, applicate ad un sistema di regole, fanno talvolta la differenza rispetto ad altri che, nello stesso ambito, operano e si muovono.
È “un genio della finanza” Pablo Escobar, le cui capacità, applicate alle falle di un sistema di regole, hanno fatto molta differenza rispetto ad altri che pure nell’ambito dell’illegalità si muovono.
Stiamo parlando di intelligenza al servizio dell’esperienza, con esiti eccezionali, al netto di ogni giudizio etico. La parola “genio” in questi casi indica una interpretazione eccellente del panorama, del contesto, delle informazioni. Viene utilizzata, infatti per scienziati più o meno famosi, per chi scopre un vaccino o un antidoto, per inventori di varia taglia che hanno segnato la nostra storia. Albert Bruce Sabin, il virologo che ha battuto la poliomielite, come Alexander Graham Bell, l’ingegnere che per primo brevettò il telefono. È la nostra riconoscenza ad attribuire l’etichetta. Il genio, qui, con tutta una gamma di sinonimi possibili, è talento al servizio di una progettualità, qualcosa che determina uno scatto verso il futuro, partendo da ciò che offre la realtà.
Contributi al progresso, alla riduzione dell’arretratezza, alla modernità. Il che vale anche per una quantità di protagonisti anonimi, di diversissima statura. Fu certamente geniale chi creò la prima ruota, forse un sumero nel 2000 a.C; così come il primo uomo o la prima donna a coprire la distanza che separa un seme tropicale da un caffè espresso. Osservazione ed applicazione dentro un preciso contesto, uso fosforico degli strumenti disponibili. In questo senso sono accomunabili Enzo Ferrari e Steve Jobs. Visionari entrambi, capaci entrambi di agire con un anticipo clamoroso, una lungimiranza leggendaria.

La scala di valore è roba da dibattito senza fine perché sono infiniti gli ambiti, innumerevoli i problemi risolti. Tanto è vero che nella categoria possono comparire Galileo Galilei come “quel gran genio del mio amico” secondo Mogol-Battisti, alzi la mano chi non si è dato del “genio”, almeno una volta nella vita dopo aver trovato una scusa perfetta, una balla granitica, la soluzione di un inghippo da ultimo minuto.
Il capitolo a parte, ammesso e non concesso, lo occupa in smagliante solitudine Leonardo da Vinci. Perché quest’uomo costituisce l’eccezione ad ogni teoria, compresa quella di Mr. Kant. Inventore su base scientifica, sfruttando la sua “grande mente”, ma anche artista geniale, incapace di spiegare, appunto, il procedimento che lo trasportò di fronte a una tavolozza e a una tela. Ciò che possiamo solo osservare attoniti davanti a la Gioconda. Lui sì, un vero “caso”, un creatore polivalente. Genio, senza discussioni, indipendentemente dall’angolazione di chi osserva. La figura perfetta per trasferirci in una stratosfera misteriosa. Dentro la quale collochiamo, nel tempo, una cerchia ristretta di protagonisti.
Un celebre aneddoto racconta di Pablo Picasso deciso a non consegnare al proprio mercante Les Demoiselles d’Avignon (dipinto realizzato tra il 1906 e il 1907), consapevole che fosse troppo presto per essere compreso. Fu esposto infatti dieci anni più tardi. L’atteggiamento è singolare, svela una percezione acutissima del proprio genio, pur senza offrire ulteriori spiegazioni. Cosa muoveva Picasso nel dipingere, giorno dopo giorno, anno dopo anno, modificando il segno, la propria traiettoria?
Le risposte non sono disponibili. Così come non sono reperibili che tracce labili delle esperienze accumulate osservando, studiando, meditando sul proprio fare. Il genio di Picasso agiva per vie oscure. E, ciò che più conta ribadire ora, assimilabili alle vie percorse da altri artisti. Da ogni artista, viene da dire, essendo l’arte una questione non esauribile per valore assoluto ma solo per punti di vista. Vincent Van Gogh, povera stella, non riuscì a vendere i propri quadri. Opere che oggi valgono milioni di euro. Sono gli stessi dipinti: è cambiato il modo di guardarli, di valutarli, sono cambiati, semplicemente, i parametri delle culture dominanti.
Michelangelo Buonarroti, Raffaello Sanzio, Piero della Francesca, Masaccio, Caravaggio, Dante: abbiamo studi, analisi, una quantità di teorie che raccontano il loro genio. Nessuna può spiegarlo davvero. Non solo: i criteri che hanno determinato il successo di questi artisti sono comunque aleatori, discutibili, applicabili ad altri, ben meno o per nulla premiati dalla storia. Allo stesso modo, è impossibile dichiarare oggi quale artista “geniale” e “grande” nel presente, verrà celebrato tra cento anni. L’identità, lo spessore del genio, sono impalpabili, sfuggenti, mai definitive.

Parliamo di pittori, di scultori. Potremmo parlare di compositori, di musicisti. Colpi di pennello come sequenze di note, scale di colori come scale musicali, dentro le quali agisce uno “sgurz”, un guizzo magico. Qualcosa che compare talvolta, addirittura, nel gesto di un campione sportivo, nel movimento di una danzatrice, in quel confine sottilissimo che separa la tecnica dall’inventiva, dalle espressioni del talento.
Manifestazioni eccelse, di fronte alle quali siamo disposti a concedere la qualifica. Soprattutto, ecco, soprattutto, quando il genio approda alla gratitudine. Quando la creazione ci emoziona, ci eleva, ci ispira, ci commuove. Il che è diverso – un poco, moltissimo, dipende ancora una volta dal punto di vista – dall’ammirazione o dalla riconoscenza che mostriamo nei confronti dell’inventore, dello scienziato, del tecnico sopraffino. “Grandi menti”, tornando a Kant, i cui processi sono ricomponibili, decifrabili anche se inediti e stranianti. In definitiva, spiegabili e trasferibili.
Non a caso al solo genio è concessa sregolatezza. Non al tecnico, allo scienziato. Il motivo è semplice: il genio non ha regole, non può averne, essendo preclusa la dinamica. Abbiamo le opere, bastano quelle. La loro genesi è ignota, ignota resterà per sempre. Così come il prezzo della genialità. Intimo e insindacabile. Ogni astensione di giudizio diventa lecita: abbiamo i frutti. Magnifici e inspiegabili. Indicibili. Come gli antri più cupi della nostra anima.