Bellezza brutale

Spy story in un interno

Dove aveva sede l’ambasciata cecoslovacca di Stoccolma, Acne Studios ha trovato la sua nuova casa. Trasformandola in una scuola di sperimentazione, senza intaccare quel certo fascino da Guerra Fredda.

di Giuliana Matarrese

Il cielo è plumbeo, nella mattina di novembre nella quale si arriva a Stoccolma. Avvicinandosi in macchina all’area nord della città, ci si allontana dalle vie principali, popolate da una variegata umanità molto di fretta, e indecisa su quale sia l’abbigliamento adatto per affrontare l’autunno: piumini imbottiti da “grande freddo” o giacche in denim, evidentemente le temperature nordiche confondono anche i local. Quando ci si ferma di fronte al nuovo quartier generale di Acne Studios, guardando il palazzo progettato dall’architetto Jan Bočan nel 1972, in stile brutalista, e servito in passato come ambasciata cecoslovacca, nella mente si fa strada con assoluta chiarezza un motivetto. Percussioni da marcia militare, violoncelli dal ritmo incalzante e minaccioso, i tasti più cupi del pianoforte: così risuonava la sigla di apertura di The Americans. L’acclamata (e premiata) serie televisiva conclusasi da poco, metteva al centro della narrazione due spie sovietiche infiltrate a Washington negli Anni 80 della Cortina di ferro, la cui perfetta demistificazione si avvaleva di parrucche cotonate, una finta vita da tour operator, figli (questi però, veri) e la necessaria villetta con steccato bianco. Di sicuro, tra queste mura in cemento armato si saranno svolte telefonate concitate con il Cremlino, o riunioni della massima segretezza su questioni di sicurezza nazionale. Salendo gli scalini, però, l’impressione è che la Guerra Fredda abbia lasciato l’edificio, facendo spazio all’arte, ai quadri di Daniel Silver che campeggiano sulle pareti e alle opere di Max Lamb, che ha realizzato all’ingresso una serie di pietre, a ricordare un cimitero vichingo, sulle quali si poggiano borse a tracolla in pelle dai colori fluo. A dare al palazzo una seconda vita, è stato lo studio Norlander Arkitektur, che ha collaborato a stretto contatto con Jonny Johannson, direttore creativo e fondatore del brand. «Appena entrato a Floragatan 13, (la via e il civico del posto, poi divenuto per metonimia nome di battesimo dell’headquarter, ndr.) ho saputo esattamente quello che volevo diventasse. Conoscevo il palazzo, la zona ospita la sede di diverse ambasciate: entrare e scoprirne i segreti è stato affascinante.Trattandosi di un’ambasciata dell’Europa dell’Est, il suo design era concepito per nascondere quello che conteneva. Il risultato è un mix fantastico di segretezza e orgoglio architettonico». Un’esperienza, quella del suo restauro, che ha però messo a dura prova l’“Ambition to Create Novel Expression”, acronimo dal quale deriva Acne Studios: «Il palazzo si trovava in pessime condizioni, era anche già stato ristrutturato intorno al 2000, per trasformarlo in uffici autonomi da affittare», spiega Johannson. «Riportarlo alle gloriose condizioni iniziali è stato tutto tranne che facile». Oggi che è completato, però, Floragatan 13 appare in linea con l’estetica del marchio, che miscela dal 1996 minimalismo nordico e un afflato artistico underground, e che si avvale di costanti, come nel corso della collaborazione con Max Lamb e Daniel Silver. Oltre alle sedute e alle panche in granito e basalto all’ingresso, Lamb ha immaginato buona parte della tappezzeria dell’edificio, e il tavolo metallico nella biblioteca. Daniel Silver, invece, partendo dagli scampoli di tessuto del marchio, ha realizzato dei collage trasformati in quadri. Ad ammorbidire il cemento su cui si fonda la struttura, ci sono gli apparati luminosi in vetro dalle nuance rosate, creati dal francese Benoit Lalloz. Al sesto piano, dove una volta c’erano gli appartamenti privati del console, oggi Johannson e il Ceo Mattias Magnusson hanno i loro uffici, e trova spazio anche una sala riunioni, con un tavolo in legno disegnato sempre da Lamb, che Johannson ha voluto apposta imperfetto, «come se lo avessimo realizzato da soli». I dipendenti, invece, vivono la quotidianità in ufficio spostandosi dalle loro stanze alla mensa, che era originariamente un cinema in una stanza insonorizzata e ricolma di apparecchiature elettroniche – quali segnali volessero mandare, o ricevere, non è chiaro – e che oggi è un’area comune dove al cemento si è sostituito il legno di pino, e i tavoli sono di Pierre Chapo. L’incontro pomeridiano è in biblioteca, carica di libri consultabili. «Molte volte i membri del nostro team ci dicevano che andavano alla Central Saint Martins, rinomata scuola di design londinese, per usare la libreria», spiega Johannson . «La conoscenza è potere, e apre le menti. Se aggiungi che la base dalla quale siamo partiti è stata immaginare una scuola di moda, più che una semplice sede aziendale, la biblioteca diventava fondamentale». Se l’idea di scuola di moda sposa la costante sperimentazione del brand, la struttura architettonica è stata ripensata per seguire il flusso del lavoro. Dall’alto del suo sesto piano, Johannson può agevolmente arrivare dalla scala a spirale esterna originale – le scale interne, restaurate, arrivano solo fino al quinto piano, per proteggere gli appartamenti del console da visite indesiderate – sino al quinto, dove si trovano gli uffici stile. Scendendo, trovano posto gli uffici marketing e pr, che lavorano a stretto contatto, e l’atelier con l’archivio dei tessuti. «Nei nostri vecchi uffici mi sembrava di essere in uno spazio in prestito», conclude Johannson. Questo, invece, è sicuramente un nuovo inizio, che, si spera, della Guerra Fredda conservi solo l’architettura. Anche se quella canzone, mentre usciamo salutando, continua comunque a risuonare nella testa.