Le vent du nord-ouest

Bretagna e Normandia

Lungo la costa oceanica della Francia settentrionale, tra scogliere a strapiombo, spiagge candide, profonde maree e venti impetuosi. Evitando le trappole per turisti, approfittando di ostriche succose e galette a fantasia.

di Marco Morello
 foto di  Venus Hasanuzzaman Kamrul

Prima regola: tenere a bada le manie di larghezza. Non lasciarsi tentare dal noleggiatore sornione che, quasi sillabando, elenca i piaceri di una macchina più spaziosa per un viaggio tanto lungo. Sorridete, declinate, non fate lo stesso errore di chi scrive: ve ne pentireste alla terza curva su vie tortuose e striminzite, che è impensabile siano a doppio senso, ma tant’è. Maledireste i riflussi del vostro perduto machismo all’ennesima manovra tra piazzettine triangolari e strade senza uscita. Per girovagare tra Bretagna e Normandia, è fondamentale l’agilità di un’utilitaria. I limiti di velocità sono continui, i paesaggi gentili inducono lentezza. Il comfort è tutto degli occhi.

 

Seconda regola: non lanciarsi a parlare in inglese.
La domanda più ingenua, la frase basilare, se va bene sarà accolta con uno sbuffo. Se va male, e capita di frequente, con un grugno stizzito. Non è un luogo comune, semmai la statistica di una settimana di tentativi rivedibili di comunicazione. Meglio un francese pasticciato, un italiano stentoreo, uno spagnolo maccheronico. È ammesso masticare tedesco, giusto la lingua dello Zio Sam risulta indigesta. Basta un’infarinatura minima della storia dell’ultimo secolo per immaginare la ragione.

Il resto è goduria, bellezza e natura, già dalla prima tappa: Perros-Guirec, il traguardo di un pellegrinaggio al volante dall’aeroporto di Parigi (approdo sensato e low cost dall’Italia). Una maratona di chilometri che, non a caso, lambisce Le Mans. Non ci vogliono le 24 ore della celebre corsa per affacciarsi sulla costa, ma all’incirca un quarto del tempo, o quasi, sì. La ricompensa sarà un paesino turistico, chic senza essere snob, che cela il suo segreto fino all’ultimo miglio: una lingua di sabbia e rocce a pelo sull’acqua, da cui passa il “Sentiero dei doganieri”, creato allo scadere del ‘700 da Napoleone. All’epoca serviva a sorvegliare la costa e a scoraggiare il contrabbando, oggi è un pavone e un camaleonte: qui, al tramonto, gli scogli si esibiscono. Cambiano colore, si tingono di rosa mentre il sole s’immerge nell’oceano. Tra un faro, una villa antica, il telefono senza segnale, si vive un attimo sospeso, scandito dagli urti delle onde, la danza stregata dei cespugli, l’ululato del vento.
Un’ottima base è l’Hôtel Saint Guirec (hotelsaint-guirec.com): ha solo due stelle, ne meriterebbe il doppio. Per la cura delle camere, il loro affaccio diretto sull’insenatura. Alcune hanno un balconcino con tavolo e sedie, per ammirare la fine del giorno assieme a un calice di vino. Inoltre, dista un quarto d’ora dalla Plage de Trestraou, dove partono i battelli della Armor Navigation (armor-navigation.com). I biglietti si prenotano online, l’escursione migliore è quella dell’arcipelago delle sette isole, poco distanti dalla riva e fittamente abitate. Le barche si avvicinano abbastanza per scorgere le colonie di oltre 20 000 uccelli marini appollaiati e svolazzanti negli immediati dintorni. Da una media distanza ricordano una folla di vespe bianche imbizzarrite e quando volteggiano sulla nave a volte rilasciano spiacevoli souvenir sui passeggeri. È la lotteria del caso, una questione d’incontinenza e sfortuna.
I pennuti sono buffi, con quel becco adunco e l’obesità incipiente. Il cibo, da queste parti, non manca. Ma le vere star restano le pulcinelle di mare, matrone paffute, peluche viventi. La bella copia di un’anatra. Rubano la scena persino alle foche, intercettabili con qualche strategia: affiorano dopo aver generato un mulinello d’acqua. Mostrano il posteriore a favore d’obiettivo, tra tuffi e sberleffi. Sono maleducatamente gioiose, unte della crema spumosa dell’oceano. La stessa che rischia di schizzarti addosso al ritorno, occupando i sedili esterni: la festa al safari galleggiante è finita, il capitano torna rapido in porto.
Di nuovo nell’auto da tamarri russi, si va avanti spediti verso l’Abbaye de Beauport (abbayebeauport.com), nei pressi di Paimpol: un’abbazia costruita nel XIII secolo, dal soffitto scarnificato, le finestre bucate, l’assenza che prevale sull’imponenza. Uno splendore senza tetto, dove i raggi del sole s’insinuano ai lati per accendere l’erba. Il sito non è in abbandono, anzi propone un percorso espositivo a pagamento. Il bistrot è ottimo per una merenda a base di sidro e desideri salati: tartine di formaggio e verdure della zona. Squisite. Mai quanto le galette, le crêpe salate farcite con grassi e fantasia. O le huîtres, le ostriche, ubique nell’area di Cancale, a due ore scarse dall’abbazia.
Il paese guarda la baia che va in secca con la bassa marea, costringendo le barche a coricarsi sul fango. Le vie abbondano di trappoloni per turisti, meglio mangiare in un allevamento. La Dégust (prenotabile su thefork.com) è una sorpresa per gli amanti del genere: vassoi di ostriche, frutti e crudi di mare costano pochi euro e sono più gustosi dei plateaux di tanti ristoranti blasonati. L’unico consiglio è sapersi frenare e dosare con sapienza il limone.
Allungando lo sguardo verso l’oceano vagabondo, si scorge la maestosità solitaria di Mont Saint-Michel, svettante nella prateria pronta ad allagarsi. È l’ovvio pezzo forte del viaggio, merita tutto il suo blasone. Avvicinandosi se ne coglie la regale imponenza, lo sviluppo verticale di un muro a cavalcioni sull’altro. È ipnotico, massiccio e insieme fragile. Entusiasma meno all’interno, salendo i 350 scalini che scortano fino in vetta: lo straordinario lo fa, fuori, il paesaggio. Per ammirarlo giorno e notte, si prenda una stanza panoramica all’Hôtel Le Relais Saint-Michel (lemontsaintmichel.info): albergo parecchio fané, l’unico però con le vetrate rivolte al monte, all’inizio della passerella che conduce alle pendici.
Da ricordare: informarsi in anticipo sulle date delle grandi maree (su ot-montsaintmichel.com), che sommergono ogni accesso e trasformano la penisola in un’isola. Dopo che l’acqua è fuggita, levarsi scarpe e calze e avventurarsi sul terreno burroso. Sembrerà di camminare su un gigantesco budino, si potranno godere prospettive precluse alle masse. Salvo insozzarsi come non mai, a volte fino al collo, trafitti da schizzi bastardi. Al ritorno, un cartello parlerà chiaro: vietato lavarsi i piedi – figurarsi il petto – nelle fontane. Ci si ricompone alla meno peggio con le bottigliette, infangati e felici. Due le deviazioni prima dell’ultima tappa: Omaha beach, un centinaio di chilometri più a Nord, naturalmente. Una delle spiagge dello sbarco in Normandia, quella del film Salvate il soldato Ryan. Come per l’Abbaye de Beauport, racconta la sua storia per sottrazione, tramite quello che non si palesa, ma s’intuisce. Attorno al museo memoriale (musee-memorial-omaha.com), sbuca qualche statua di soldato, spuntano carri armati, aerei, altra archeologia di violenza. A emozionare è la visita alle cicatrici della guerra: il cimitero americano (abmc.gov/normandy) su una collina poco distante. Quasi 10 000 croci, un plotone di bianco lucido su prati curati allo sfinimento. Un luogo che sa di dolore e pace, silenzio e malinconia. Da qui, si scansa Le Havre per giungere a Étretat, strano ibrido tra Capri e l’Irlanda. Le falesie, le rocce scavate dalle onde a picco sulla sabbia e sull’acqua, sono opere d’arte. Monet ne era ossessionato e le ritraeva di continuo; Maurice Leblanc, lo scrittore padre di Arsenio Lupin, ha piazzato qui il covo del celebre ladro; e anche la prima parte della serie Netflix che lo omaggia si chiude su questi ciottoli, mentre un sentiero conduce a spiarli dall’alto. Honfleur fa da ultimo avamposto prima del rientro: si arriva scavalcando l’enorme ponte di Normandia, sospeso a 60 metri sull’estuario della Senna. La cittadina ha un porto-canale che ricorda l’architettura e i riflessi di Amsterdam e sfoggia l’Église Sainte Catherine, la più grande chiesa tutta in legno della Francia. Dista due ore dall’aeroporto di Parigi, però il traffico intenso può raddoppiare il tempo del tragitto. Meglio partire in anticipo, lasciarsi un margine per scovare il noleggiatore tentatore che induce a prendere un macchinone per le strade degli gnomi, invitandolo in un francese stentato, ma inequivocabile, a cambiare lavoro.