Sulla Via del Sale

Lungo le rotte dei contrabbandieri

In sella a un “irregolare” Caballero, sfida all’ultimo grip sugli sterrati che s’inerpicano dal Mar Ligure.

di Paolo Sormani

In Italia, soprattutto nel Nord, la pratica dell’enduro è diventata più perseguita e socialmente esecrabile dell’evasione fiscale – peraltro attività molto più diffusa e vantaggiosa della guida in fuoristrada. Non sapendo come regolamentare, nel dubbio si preferisce impedire. Per fortuna resistono le oasi come il Ponente Ligure e la Via del Sale, che per i fuoristradisti è un po’ come la cresima: fatta quella, si è spiritualmente pronti per intraprendere quella lunga strada sconnessa che è la vita. Sulle cartine stradali la Via del Sale non la troverete mai: non solo perché è sterrata, è che non ce n’è una sola, ma due, tre, quattro. Dipende da dove si parte, perché molteplici sono le antiche rotte terrestri utilizzate anticamente dai mercanti del sale marino, fra impervie salite e sentieri scoscesi. La via del sale preferita dai motociclisti è quella che da Ventimiglia s’inerpica fino a Limone Piemonte – o viceversa. Coincide per molti tratti con l’Alta via militare dei monti liguri e connette il Ponente con il Piemonte, la Langa con il Delfinato e la Provenza.

Il punto cruciale è il Colle di Tenda, che riannoda le vie verso il Nord attraverso le Alpi Marittime e Cozie, su fino a Cuneo, Torino, Aosta e la Svizzera. Anziché a dorso di mulo, oggi i viandanti percorrono la Via del Sale in sella alle moto da enduro. Qualsiasi motociclista di buon livello può affrontarla, perché offre scenari e panorami incantevoli senza essere particolarmente tecnica: basta avere il mezzo e l’equipaggiamento giusti. E non lasciarsi terrorizzare dal burrone che incombe dietro al prossimo tornantino non protetto. La moto non è un problema, il mercato ne offre di ottime per tutte le tasche. La top ten è occupata stabilmente dalle enduro del segmento adventure, più specialistico; e dalle maxi on/off da viaggio. Dati di immatricolazione alla mano, la più venduta resta l’immarcescibile Bmw R1250GS, davanti alla Honda Africa Twin e all’economica Benelli TRK 502, figlia della decrescita felice di cavalli e di contanti. Se la palla è rotonda, anche la ruota non scherza: gira che ti rigira, il trend del manubrio alto ha riesumato dagli Anni 70 anche marchi indimenticati come Fantic Motor. E un nome su tutti: Caballero. Un sogno, un tormentone, uno status per la generazione di adolescenti italiani sbocciata quando l’enduro si chiamava ancora Regolarità. Creata nel 1968 e chiusa nel ‘97, dal 2004 la Fantic ha trovato casa nel Trevigiano. Dopo una cura rivitalizzante, ha svoltato con il ritorno del mitico Caballero nelle versioni Scrambler, Flat Track e Rally. Fino a settembre, ne sono stati immatricolati quasi settecento: davvero niente male. Quindi perché non mettere alla prova il Rally sulla Via del Sale? Con il suo styling in grado di intercettare i due trend vincenti del mercato – enduro e modern classic – e il mono da 500 cc è l’outsider giusto per la situazione.

Scegliamo di salire da Dolceacqua, incantevole località medioevale dell’entroterra di Ventimiglia, dominata dal castello dei Doria del XII secolo e dal tipico ponte di pietra a schiena d’asino. E ce la prendiamo comoda. Al contrario, alle 11 della sera prima da Sanremo hanno acceso i fanali i partecipanti alla Hardalpitour, la massacrante maratona di fuoristrada che in due giorni porta da Sanremo al Sestrière. La Hat è forse l’evento di adventouring (crasi di adventure e touring) più ambìto dagli enduristi veri in Europa. È tutta gente che fa sul serio: davanti a un gin tonic la guardiamo con rispetto, mentre sfila davanti al bar come una truppa d’assalto. L’attende una notte di freddo e di mulattiere alla luce dei fanali. Pazzi. Noi siamo più sul versante “softalpitour”. Già la partenza è tutto un programma: la banda di amici è variegata, si va dall’avvocato tassellato a quello che nutre sacro timore per il cimento, più l’altro che soffre di vertigini – calorosamente sconsigliate. E poi c’è da oltrepassare lo sbarramento di ex ragazzi degli Anni 70 che, dopo aver visto la Caballero Rally pronta per l’azione, ti placcano come rugbisti. È incredibile quanto il Caballero abbia permeato la psicologia collettiva dei motociclisti italiani: come va quanto costa è buona la ciclistica ma ‘sto motore cinese funziona proprio bello vedrai che ti diverti attenti al primo tratto ah la Fantic ai miei tempi… Finché, finalmente, si va.

Già nel lasciarsi alle spalle il primo tratto asfaltato della Val Nervia, la prima cosa che passa per la testa è “mi mancava”. L’ascesa tosta e pietrosa che porta ai baraccamenti militari della Melosa è la chiave che schiude i panorami del Parco Naturale delle Alpi Liguri. Un good weekend come questo è un tonico per lo spirito, un orizzonte necessario per occhi, che raramente si spingono al di là di uno schermo. Il verde dei faggeti e delle conifere si macchia del blu del lago di Tenarda e dei colori dei borghi da presepe, ma è un’immagine latente. Siamo tutti troppo impegnati a non fare la figura dei pivelli, per cui occhi sul sentiero e guai a mollare di un metro. Si scende oltre il confine francese verso La Brigue dove incontriamo la prima sorpresa: le pareti della chiesetta di Notre-Dame des Fontaines. Sono integralmente istoriate dal ciclo di affreschi che i pittori piemontesi Giovanni Baleison e Giovanni Canavesio dipinsero per raccontare la Passione ai contadini analfabeti, alla fine del ‘400. È così che la Via del Sale acquista davvero tridimensionalità. S’insinua nelle pieghe profonde del tempo per risalire l’orografia irta delle Alpi Marittime fino a Forte Alto, un’altra fortificazione dimenticata dalla storia. Dopo aver invano cercato con lo sguardo sulle murate il fantasma del sottotenente Giovanni Drogo, il protagonista del romanzo Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ci si prepara al meglio della Via del Sale, cioè il tratto a pagamento (fanno 15 eurini, prego) Limone-Monesi che sale fino ai 2.079 metri del rifugio Don Barbera. È il più suggestivo e fotografato della Via del Sale, con i sentieri che girano attorno ai denti di roccia. In cima, incrociamo una vecchia conoscenza: Klaus Nennewitz, designer e giornalista di moto tedesco che corre la Hardalpitour sull’unica altra Caballero Rally 500 avvistabile sul confine italo-francese. Lui sì che è uno vero: ha indurito l’avantreno al massimo per digerire il fondo sassoso . «Ho dormito un quarto d’ora da ieri mattina, stasera arrivo a Cuneo», dice. Viel glück, buona fortuna Klaus. Noi puntiamo ruote e naso verso il salmastro attraverso le nuvole che avvolgono le cime del Margareis. Peccato per il panorama, ma forse è meglio non rendersi conto degli orridi lungo il sentiero. Si trattiene il fiato un’ultima volta lungo la Galleria Vesignana, un tunnel militare a uncino lungo 450 metri. Altre pietre, buche e radici sporgenti fino all’asfalto del fondovalle, da bere tutto d’un fiato, follemente incuranti delle curve cieche e del fatturato. Com’è andato il Caballero Rally? L’enduro non è il suo mestiere, ma sulla Via del Sale l’ha svolto fino in fondo con goduria e grande stile.