Cable Wars

20 000 leghe sotto i mari

Quello che dobbiamo sapere della guerra commerciale e geopolitica che si svolge sui fondali oceanici.

di Stefano Cardini

Nel 2008 una nave, ormeggiando al largo delle coste egiziane, tranciò un cavo ed escluse da Internet 75 mln di persone di tre Paesi. Un incidente clamoroso. Ma fu solo il primo. Nel 2019 un’ancora trascinata sul fondale pacifico causò il blackout dell’isola di Tonga. Mentre all’inizio del 2020, la rottura di un cavo fece precipitare l’intera regione del Mar Rosso e lo Yemen a transfer rate preistorici. I 750.000 km di cavi che avvolgono il mondo sono la “colonna vertebrale” della Rete. La loro protezione, quindi, è cruciale: «Attraverso questi cilindri in silice del diametro di un idrante, passa il 95% del traffico dati e voce che consente le transazioni finanziarie senza le quali l’economia mondiale s’arresterebbe», spiega Maurizio Mensi, Professore di Diritto dell’economia presso la Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna) e di Diritto dell’informazione e delle comunicazioni presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. La questione ha anche rilievo militare: è in atto una guerra che ha per teatro i fondali degli oceani e la calotta artica e il cui obiettivo sono proprio i cavi: «Alla fine del 2017 il contrammiraglio Nato Andrew C. Lennon lanciò l’allarme su un’intensa e inusuale attività russa in prossimità dei cavi dei Paesi Nato, invitando ad aumentare il livello di attenzione. D’altronde, è assodato che i russi dispongono di un vantaggio notevole. L’AS-12 Losharik, per esempio, è un sottomarino privo di armi destinato al sabotaggio di infrastrutture subacque che, grazie alla propulsione nucleare, può navigare a lungo oltre 1 000 m di profondità, a differenza degli omologhi occidentali. Anche la Cina, d’altronde, dispone della capacità di intercettare e tagliare queste infrastrutture». Oltre al rischio d’interruzione e manomissione, esiste poi quello d’intercettazione e manipolazione di dati: «Informazioni possono essere estratte sia mentre vengono processate, sia nei siti dove si connettono alle reti terrestri sia in mare, benché più difficilmente. Il New York Times riferì nel 2005 che il sottomarino Uss Jimmy Carter poteva “inserirsi” nel flusso di dati in transito nei cavi sottomarini e acquisirli senza manometterli. Ora si teme che anche le navi russe Yantar, classificate come navi di ricerca oceanografiche, ci riescano. Certo: oggi i contenuti che viaggiano lungo i cavi sono protetti dalla crittografia. Ma il solo accesso ai metadati può già offrire informazioni utili». Come mettere in sicurezza le reti allora? L’azione militare, da sola, non basta: nessuna flotta potrebbe sorvegliare una rete così vasta. Il contributo dei privati, invece, è ormai imprescindibile. La proprietà dei cavi, nel tempo, è passata da telco, spesso pubbliche, a società private o consorzi. E a differenza di venti anni fa, quando la maggior parte dei cavi era costruita per rivendere la banda, oggi gli investimenti sono guidati da Big Tech che vendono prodotti e servizi all’utente finale come Google, Amazon, Facebook, Microsoft, proprietari o affittuari di circa metà della capacità sottomarina mondiale: «Queste società dovrebbero accollarsi gli oneri della messa in sicurezza dei siti terrestri dei cavi così come degli investimenti in tecnologie in grado di rilevare lo spionaggio sottomarino. Inoltre, per ridurre o prevenire l’estrazione dei dati, dovrebbero utilizzare infrastrutture di fornitori affidabili e verificati, così da consentire ai proprietari dei dati di conoscerne percorso sottomarino e vulnerabilità». In termini giuridici, in ogni caso, non è chiaro a chi spetti la giurisdizione su queste reti. I trattati consentono ai Paesi di posare, mantenere e riparare le infrastrutture fino a 12 miglia nautiche oltre le acque territoriali. E sanzioni sono previste per i danni dolosi o accidentali. Tuttavia il regime è lacunoso. Se ci chiediamo, per esempio, quando una violazione di un cavo è sufficientemente grave da essere qualificabile come un attacco armato, potremmo trovarci in difficoltà: «La semplice raccolta di informazioni dai cavi che trasmettono simultaneamente dati militari e civili non equivale di per sé a un attacco». In questo quadro generale, preoccupa in particolare Stati Uniti e Unione Europea l’attivismo della Cina, sia come fornitore, attraverso Huawei Marine, sia come acquirente tramite società di comunicazione statali che comprano cavi in consorzio. Il timore è che i cavi posati o riparati da società cinesi divengano facilmente accessibili al governo. Si gioca in Oriente, infatti, la partita più importante: «La strategia di Pechino per la Nuova Via della Seta è volta a ridurre la dipendenza cinese dalle coste orientali per integrare più di 60 Paesi e un terzo del Pil mondiale. E il controllo delle infrastrutture sottomarine è parte di una competizione per i dati nella quale la posa di cavi è uno strumento per ottenere informazioni».

I signori dei cavi

Potenze sottomarine
Dematerializzazione, wireless, cloud: sono tutte tecnologie “soft”, ma volano su infrastrutture decisamente “hard” di cui poco si parla. Corrono sott’acqua, dove le connessioni mondiali – Internet e telefonia mobile – sono assicurate da poco meno di un milione di chilometri di cavi, più della metà “atlantici”. E per la maggior parte di proprietà delle Big Tech Usa.
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