Casa di confine

Provincia modernista

Cromie ispirate alle abitazioni agricole; materiali semplici; linee geometriche. L’unica curva dell’abitazione, è quella che dà sul crinale della collina. Mischiando contemporaneo e antico, con un lirismo preso in prestito dal più famoso abitante di queste terre: Giacomo Leopardi.

di Manuel Orazi
 foto di Alessandro Magi Galluzzi

Secondo Tullio Pericoli, uno che di paesaggi se ne intende, come è facile comprendere visitando la mostra Le forme del paesaggio 1970-2018, in corso ad Ascoli Piceno, le Marche vanno guardate dando le spalle al mare Adriatico. E precisamente questo è anche l’orientamento della Casa di Confine progettata da Simone Subissati, la cui ultima pietra è stata posata lo scorso anno su una collina poco fuori Polverigi, piccolo paese limitrofo ad Ancona, noto per lo più per l’Inteatro festival che vi si svolge ogni giugno (inteatro.it). La pianta rettangolare, infatti, ha un lato cieco che guarda a est, da dove sorge e batte il sole per tutta la mattina, come su ogni abside delle diverse chiese romaniche sparse per tutte le vallate disposte a pettine in questa regione mediana, centrifuga, plurale. “Marche è il nome della regione d’Italia più noiosa, quietamente occupata solo a bastarsi con prudenza”, scriveva 20 anni fa l’anconetano Geminello Alvi, l’economista e letterato autore, tra le altre cose, del fortunato Ai padri perdóno (Mondadori, 2003). Il sapiente e poetico diario di viaggio che da Roma arriva fino al Caucaso, passava proprio di lì: dalle Marche. Proprio per questo è quasi un miracolo la costruzione di questa casa sulla collina, quasi un’apparizione. Da decenni, infatti, ci siamo abituati alle mediocri costruzioni che hanno preso il posto delle vecchie case coloniche in mattoni o in pietra locale, come se non fosse possibile alternativa: di qua l’architettura vernacolare, di là la modernità nella sua versione più rozza e sbrigativa, realizzata senza mai ricorrere agli architetti. La loro professione, qui come in altre parti d’Italia lontane dai grandi centri, è erroneamente considerata e vissuta come un ostacolo in fatto di lavori pubblici. Un assunto provato dal fatto che, nella ricostruzione seguita agli ultimi terremoti, più che dagli architetti, l’impronta è data da ingegneri e geometri.

Nonostante questa condizione precaria, Subissati ha trovato la sua occasione, mettendosi all’ascolto di questo contesto: la Casa di Confine usa due colori diffusissimi fra le case nuove tirate su da ex o post mezzadri, il bianco e il ruggine. Se però il volume dell’edificio possiede i netti confini del parallelepipedo sormontato dal volume del tetto a spioventi asimmetrici, l’azione progettuale di Subissati è fatta di tagli e sottrazioni dello stesso, definito più attraverso i vuoti che i pieni. Avvicinandosi al sito attraverso una delle molte strade di crinale, le più belle e meno trafficate vie di comunicazione della regione, ci appare infatti sempre meno monolitica e compatta di quanto ci aspettassimo. La suddivisione fra i due livelli è anche di tipo cromatico, mentre fra le due parti principali dell’edificio c’è un’inversione delle lesene, i pilastri verticali che sporgono dal muro: al piano inferiore lungo il volume dell’abitazione, a quello superiore in quello del garage. Al centro resta un vuoto protetto da un diaframma di sostegni che crea un piccolo snodo monumentale grazie alla doppia altezza e alle quattro direzioni possibili. Quella meridionale conduce alla piscina a sfioro: è qui il vero ingresso. Tuttavia, la monumentalità resta un’impressione fugace, grazie anche ai riflessi dell’acqua, perché vista da vicino, la casa, commissionata da una giovane coppia di medici con figli, mostra dettagli e materiali che fanno di tutto per contraddirla. Da una parte il legno grezzo dei mobili dipinto di una semplice vernice bianca come in un vecchio chiosco di Portonovo (o come a L’Étoile de mer di Cap-Martin di lecorbusiana memoria, se preferite), dall’altra il tessuto microforato che delimita la rimessa al secondo piano nella parte del garage, chiusa a scomparti da una zip quasi fosse una grande tenda da campeggio.
Il carattere scarsamente tecnologico della casa, dove peraltro manca l’aria condizionata per sfruttare l’aerazione naturale, la sua scarnificata levità rimanda a uno stile di vita nomadico, transitorio, come se da un momento all’altro potesse spostarsi e ripartire con lo spazio del garage agganciato come un piccolo rimorchio. A molto giova in tal senso la quasi totale assenza di delimitazione del terreno della casa dai campi agricoli circostanti, liberandoci così da quella infernale piaga italica che è costituita dall’infestante orgia di inferriate kitsch e bolsi muretti divisori. La Casa di Confine non ha, nonostante il nome, confini fisici con i campi coltivati a grano tutt’intorno, ma solo concettuali. È soprattutto in questa inclinazione per il vuoto che è possibile leggere tutta l’ascendenza fiorentina di Subissati: fra i suoi professori, infatti, ci sono stati Remo Buti e Gianni Pettena, seconde file, forse, rispetto ai gruppi fondanti delle neo avanguardie radicali come Superstudio e Archizoom, che si conquistarono la scena dell’architettura più sperimentale degli Anni 70. Eppure furono e rimangono detentori anche loro di quello spirito rivoluzionario e alternativo rispetto al disegno industriale tradizionale, di scuola Bauhaus, più grigio e scientifico, come si diceva allora. Nei fotomontaggi e nelle arti applicate degli architetti radicali di Firenze, tutti influenzati dal loro “fratello maggiore” Ettore Sottsass e dalla sua idea di “contro-design”, c’era attenzione per tutti i fenomeni di cambiamento degli stili di vita di allora. Stili che, inevitabilmente si riversarono in nuove tipologie dell’abitare, come le discoteche o i camping, appunto, regno di case mobili (tende o roulotte).

I celebri modellini di Superstudio per la Supersuperficie (1971), dove un micropaesaggio veniva moltiplicato all’infinito dai quattro specchi sulle pareti della scatola che lo conteneva, hanno infatti un precedente nel Metrocubo d’infinito (1966) di Michelangelo Pistoletto, appartenente alla serie Oggetti in meno, spontanei e contingenti, realizzati per via di sottrazione invece che per accumulazione, proprio come fanno gli scultori. Del tutto analoghe sono le profonde finestre quadrate, disposte soprattutto al livello superiore, in grado di schermare dalla luce diretta, ma anche di moltiplicare il paesaggio arcadico in un gioco di riflessi leopardianamente infinito. Simone Subissati, nato e cresciuto intorno ad Ancona, storicamente una città di profughi – armeni, greci, ebrei, schiavoni, albanesi e così via, e dunque di gente abituata a convivere con una certa precarietà esistenziale e professionale – è riuscito a dimostrare che anche con materiali semplici come l’abete o il vetro è possibile realizzare architetture sofisticate aperte al paesaggio circostante. E a regalarci un piccolo capolavoro che riluce di speranza.