Claudia Andujar

Il richiamo della foresta amazzonica

Una vita vissuta con e per gli Yanomami, indigeni del Brasile: la grande fotografa ha raccontato in scatti ultraterreni abitudini, visioni e battaglie di un popolo al confine del mondo. Una retrospettiva a Milano ripercorre le imprese straordinarie che da artista coraggiosa l’hanno trasformata in portavoce, attivista, antropologa, o – come la chiamano loro – Madre.

di Cecilia Falcone

Oggi la chiamano Madre. Ma quando Claudia Andujar, nel 1971, per la prima volta si addentrò nelle terre degli Yanomami, popolazione indigena dell’Amazzonia brasiliana, apparve come una figura incomprensibile. Una donna di 40 anni, bianca, con una macchina fotografica: la loro prima reazione fu osservarla, avvicinarsi e toccarla, per capire chi fosse. Fotografa brasiliana originaria della Svizzera, Andujar andò a ritrarre gli Yanomami per un reportage della rivista Realidade, nel momento in cui esplodevano gli interessi governativi sullo sfruttamento del “continente verde”. L’incontro con quelle comunità della foresta, informate da una cultura sciamanica e non toccate dalla civiltà occidentale, la affascinò a tal punto da lasciare il fotogiornalismo e dedicarsi completamente a loro. Prima da artista, grazie a un grant del Guggenheim, e poi da attivista in prima linea.
Lo straordinario racconto della sua vita con e per gli Yanomami prende forma ora in Claudia Andujar. La lotta Yanomami, mostra scelta per inaugurare la collaborazione tra Fondation Cartier pour l’art contemporain e Triennale Milano (fino al 7 febbraio).
Nella prima parte del percorso espositivo, che raccoglie più di 300 immagini, si ha l’impressione di immergersi nella vegetazione selvaggia, per poi addentrarsi nelle case, scoprire i volti delle persone e i riti che scandiscono la vita collettiva. «La parte più sperimentale del lavoro di Claudia è quella in cui ha iniziato a fotografare le cerimonie funebri, un momento centrale nella vita degli Yanomami», ci spiega Thyago Nogueira, curatore della mostra. «È una società sciamanica con una fortissima spiritualità e lei stava imparando a capire il senso profondo dei rituali e a crearne delle rappresentazioni visive. Loro credono che l’anima del defunto torni al cielo viaggiando su ragnatele scintillanti: Claudia ha creato degli effetti luminosi che rendessero questo processo visibile». Il risultato sono immagini suggestive e trascendenti, in cui le distorsioni ottiche e cromatiche, l’utilizzo della pellicola a infrarossi, restituiscono un universo quasi idealizzato, nella sua connessione con le forze della natura.
L’incontro con Davi Kopenawa, sciamano Yanomami, e Bruce Albert, antropologo francese (poi autori del libro-rivelazione La caduta del cielo), e il sodalizio con Carlo Zacquini, missionario italiano, sono fondamentali: nel 1978, dopo un’espulsione decisa dal governo militare, Andujar torna nella tribù lungo il fiume Catrimani non da narratrice ma da attivista. Fonda la Commissione per l’istituzione del Parco Yanomami, per ottenere una delimitazione efficace dei territori: sono già migliaia le imprese che li hanno invasi per costruire una superstrada, impiantare miniere, cercare l’oro. Con gli occidentali sono arrivate anche malattie mortali. La seconda parte della mostra è dedicata all’impegno umanitario di Andujar: raccoglie fondi, porta soccorsi sanitari, raggiunge una per una tutte le tribù, sparse su una superficie di foresta grande come due volte la Svizzera, per vaccinarle. Le sue foto si trasformano in ritratti in bianco e nero potentissimi, nella testimonianza della distruzione in corso di un intero ecosistema. «Agli Yanomami non piaceva farsi fotografare, ma sapevano di averne bisogno per difendersi, da noi», sottolinea Nogueira. Vale tuttora, perché nonostante l’accordo sulla demarcazione del 1992, i cantieri abusivi sui terreni degli Yanomami sono in crescita e la politica anti-indigena di Bolsonaro non aiuta. «Si parla di climate change, ma la salvaguardia dell’ambiente è una causa umanitaria, significa proteggere le persone che si prendono cura di quell’ambiente. Non è una scatola vuota, gli alberi non stanno lì da soli, ci sono esseri umani che fanno di tutto per tenerli in vita. Questa mostra è un modo per portare i rinforzi».