Cromorama

AIl visibile e l’invisibile

Nella lotta contro il climate change, esiste una sorprendente arma di ecosostenibilità di massa: il design del colore e della luce.

di Tanja Viganò

Non servono i poteri mutanti di un X-Men per replicare la pigmentazione della corazza dei coleotteri e ottenere tinte cangianti che cambiano con l’intensità della luce: bastano le nanotecnologie, grazie alle quali la frontiera tra reale e possibile nella progettazione del colore ha superato ogni limite. E pensare che, fino all’800, la scelta dei colori era in gran parte limitata a ciò che offrivano natura e territorio. Il nero si ricavava dal carbone, il blu – preziosissimo – dai lapislazzuli, mentre dal guado, pianta tipica del Nord Europa, si estraeva il celeste, usato dai Britanni (brythen, ossia uomini dipinti) per tingersi il volto in guerra. Ricordate il film Braveheart? Altre tinte venivano invece ricavate dal regno animale, come il rosso di cocciniglia, la tintura più usata per secoli e uno dei più diffusi coloranti alimentari. Basti pensare che proprio a questo piccolo insetto si doveva, tra i tanti, il rosso luminescente del Campari. Ma niente paura: oggi gli aperitivi sono 100% cruelty-free… Il nostro modo di vivere, però, così distante dai ritmi della natura, sta facendo riaffiorare un bisogno di semplicità e durata: solida e rassicurante “terra”, che fa rima con “sostenibilità”. Per ottenere un rapporto più sano ed equilibrato con l’ambiente va ripensato il modo di progettare a partire proprio dal paesaggio, unica costante in secoli di evoluzioni stilistiche e tecnologiche. Goethe sottolineava come l’osservazione della natura abbia da sempre fornito gli archetipi del colore. Solamente osservando il paesaggio e usando i suoi colori negli ambienti si può creare un dialogo tra interno ed esterno, un’armonia di luogo, come la definisce Francesca Valan, industrial designer specializzata nella progettazione dei colori, che ci svela i segreti del suo lavoro. A partire dalla “regola del 7”, la sua preferita: «Cerco sempre di aggiungere il meno possibile in un spazio. La priorità va ai materiali, alle texture e ai colori, pensati in relazione ai toni pre-esistenti, quelli della natura e dell’ambiente che ci circonda. Poi ci sono luci, profumi e suoni che, pur essendo immaterici, contribuiscono a “riempire” l’ambiente. Sette è il numero massimo di elementi cromatici da impiegare: oltre si corre il rischio di saturare lo spazio e di non averne più per le persone». Sostenibili, dunque, sono anzitutto i colori che si armonizzano con il paesaggio: se dobbiamo installare pale eoliche, perché anziché bianche non le progettiamo riprendendo le sfumature del cielo, mai banalmente azzurro? Nasce così, per esempio, il minieolico a misura di città, in cinque colorazioni, spiega Valan. Si può sperimentare l’effetto davanti a Green Pea, il megastore sostenibile dedicato al made in Italy inaugurato lo scorso dicembre a Torino.

Anche i progetti architettonici coinvolti nei piani di rigenerazione urbana delle ex periferie industriali strizzano l’occhio al paesaggio con scelte cromatiche sempre più rispettose dell’ambiente, della storia e della cultura locale. Gli addicted della Design Week milanese riconosceranno l’edificio Undai (o Luna) di Via Ventura, con la vecchia insegna luminosa recuperata dal vecchio Luna Park Le Varesine e il suo volume geometrico, alto, leggero che scompare nel cielo. Il progetto, spiega la designer del colore, riprende le facciate settecentesche: azzurro cinerino, il colore dell’aria. Una tinta metamerica che cambia in base al cielo – più grigio nelle giornate uggiose e più azzurro nei giorni di sole – ma anche a seconda dell’ora e della luce che lo investe. Per parlare di sostenibilità, però, bisogna anche pensare alla “vita visiva” di un prodotto. Capita spesso, per esempio, di scegliere un colore acceso spinti da un bisogno temporaneo, legato a una circostanza della nostra vita. Se il momento passa, però, iniziamo a “subire” il colore, anziché “viverlo”. Così, un tostapane rosa, anche fosse l’ultimo grido, stanca più in fretta di uno bianco, spingendoci di conseguenza a sostituirlo in tempi brevi. Una scelta sostenibile predilige tonalità neutre per gli spazi in cui si trascorre più tempo e per le superfici più grandi. Più saturo è il colore, invece, più piccolo deve essere l’oggetto. Mentre al bisogno transitorio del colore, legato a scelte emotive passeggere, è meglio sopperire utilizzando piante, fiori e giochi di luce. Il soffitto, d’altro canto, diceva il maestro dell’architettura Gio Ponti, “è il coperchio della stanza: è il suo cielo… nella nebbia e nel nevicare, che cancellano il cielo, che aprono le distanze, l’uomo vive a disagio perché non sente limiti attorno a sé, non sente le pareti della natura, perde il soffitto del cielo, si sente perdere. Sia sempre nelle stanze, da pavimento a soffitto, una direzione d’intensità di colore dal chiaro allo scuro, o viceversa”. È una regola della natura: così come di giorno il cielo è più chiaro della terra e di notte più scuro, il soffitto deve essere più chiaro del pavimento nella zona giorno e più scuro nella zona notte. C’è un’altra parola chiave oltre a “paesaggio”: luce. Tra luce, colore e texture del materiale di cui è composta la superficie, c’è un’importante connessione, ovviamente. Senza luce non potremmo vedere i colori e, a seconda di come è illuminato un ambiente, lo stesso colore restituisce differenti sfumature. Inoltre, ogni texture su cui incide la luce cambia la sensazione visiva. Prima di scegliere i colori da inserire, quindi, dobbiamo anzitutto osservare l’intensità della luce che entra dalle finestre e valutare la riflettanza delle superfici che colpisce, ossia la loro capacità di assorbire/restituire frequenze luminose. Se si vuole avere una percezione accurata del colore, inoltre, bisogna scegliere la giusta resa cromatica delle lampadine. «Sulla confezione dei Led si trova il codice Cri: più alto è il valore più si è sicuri di vedere la corretta cromia dell’oggetto», spiega l’architetto delle luci Elisa Forlini che, dopo aver collaborato a illuminare la Basilica di Assisi e la Cappella Sistina si è trasferita a New York presso lo studio L’observatoire International. Realtà molto diverse: dall’uso elegante e discreto di luci bianche che esaltano il nostro patrimonio storico, al ruolo emozionale dell’illuminazione che ogni notte trasforma i grattacieli della Grande Mela, colorandoli durante celebrazioni e ricorrenze. I lighting designer usano la luce per creare un benessere visivo, per rendere leggibile un’architettura antica, esaltare spazio, texture e materiali innovativi e non più solo per illuminare le strade e dare così un senso di sicurezza alle persone. Ne è passato di tempo da quando, ancora nel XVI secolo – senza Covid-19 in circolazione –, le autorità imponevano di rimanere a casa all’imbrunire e il Re di Francia Luigi XIV lanciava il primo “piano luce urbano” della storia, sguinzagliando uno sciame di lanternai perché “furti, morti e incidenti capitano quotidianamente nella nostra buona città di Parigi per mancanza di sufficiente illuminazione”. Questa evoluzione, oggi, ha per protagonisti i Led. La Cappella Sistina, per esempio, necessitava di una nuova illuminazione che rendesse più leggibili gli affreschi sulla volta, esaltandone i colori e annullando ombre o riflessi. Grazie a specifici Led è stata illuminata con discrezione in modo omogeneo senza danneggiare la pittura e ottenendo allo stesso tempo il minimo impatto visivo sugli occhi. Ma la sostenibilità visiva ha anche un valore culturale. Illuminare in modo omogeneo, senza privilegiare alcun elemento pittorico, assicura al visitatore una lettura chiara e non alterata dello spazio, senza suggerire interpretazioni personali. Oltre a essere super performanti e ad alta efficienza energetica, i Led non contengono sostanze nocive, sviluppano pochissimo calore, producono zero emissioni di raggi ultravioletti e radiazioni infrarosse. I nuovi sistemi di controllo, d’altronde, permettono sempre più di dosare la luce voluta e scegliere il colore (tra cui molte variazioni di bianco) con un semplice clic direttamente dallo smartphone. Questa tecnologia, human centric lighting, tiene infatti conto non soltanto degli effetti visivi, ma anche biologici ed emozionali, permettendo di regolare l’illuminazione nell’arco della giornata in modo tale da ricreare ritmi simili dalla luce naturale: dalla luce bianca e calda del mattino a quella nitida del mezzogiorno, fino alle tinte più calde e ambrate del tramonto. Intrappolare il sole in una stanza, quindi, non è più una poetica fantasia che richiama la celebre canzone di Gino Paoli. Molti artisti e designer mettono la luce e la relazione tra umanità e natura al centro della ricerca. Per primo l’artista danese Olafur Eliasson, che induce a riflettere sulla semplicità apparente del mondo che ci circonda, fatto di luci e ombre, colori e geometrie, specchi e riflessi: come dimenticare la luce calda e nebbiosa del grande, immenso sole artificiale che nel 2003 ha pervaso gli spazi della Turbine Hall della Tate Modern di Londra affascinando due milioni di visitatori?

Il designer norvegese Daniel Rybakken, per parte sua, con i Led ricrea le qualità uniche della luce solare: «La luce comunica con il corpo e la mente, è connessa alla biologia ma anche alla psicologia. Oltre ad aumentare la percezione dello spazio, crea una connessione uomo e ambiente esterno. Senza luce ci sentiamo più tristi, più soli. Con i Led è possibile simulare la luce naturale e, anche se la mente sa che si tratta di un’illusione, il subconscio ne beneficia», racconta Rybakken. E aggiunge: «La cosa più importante è creare atmosfera nell’ambiente usando luci laterali o vari punti luce da posizionare negli angoli della stanza». Riflettere su luce e colore, quindi, significa riflettere sul presente per agire sul futuro: se obiettivo della sostenibilità è il benessere, insieme, della Terra e di chi la abita, cambieranno anche i colori di città e case. L’astronauta Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, nel 1961 fece una rivelazione sorprendente: “La Terra vista da quassù è blu”. Una testimonianza che ci ricorda la sua fragilità. Se nel 1789 il padre dell’alpinismo, Horace Bénédict de Saussure, inventava il cianometro per “misurare” il colore del cielo, la Cina, che quest’anno ha raggiunto con tre anni d’anticipo il suo obiettivo di abbattimento della CO2, s’è impegnata entro il 2060 a far tornare il cielo ai suoi colori naturali anche in città che da anni vestono perennemente “in grigio”, da Pechino a Hong Kong. Per un futuro dal colore sempre più blu.