Dalat

Modernismo esotico

Ai tempi d’oro dell’Indocina è stata per l’alta società francese una rinomata località di villeggiatura. Questa piccola città vietnamita sugli altopiani dell’Annam è rimasta cristallizzata, miracolosamente conservata dall’immobilismo comunista. Divenuta il punto di ritrovo degli honeymooners asiatici, nasconde un tesoro vestito di un abito kitsch: una cinquantina di case moderniste, ricordo dei
“bei tempi” coloniali.

di Geneviève Brunet
 foto di Vasantha Yogananthan

Si amano. Lei posa facendo moine davanti all’obiettivo del suo smartphone, lui le ruba un bacio furtivo. I vietnamiti non sono particolarmente sentimentali e, fino a poco tempo fa, sbaciucchiarsi in pubblico non era nemmeno consentito dalla legge. Qui, sulla riva di un lago conosciuto come “il più romantico del Paese”, circondato da giovani cinesi in viaggio di nozze, anche agli abitanti locali capita di lasciarsi un po’ andare. La notte comincia a calare, invita a trovare angoli dove appartarsi. I venditori ambulanti si posizionano: uno di loro ha appeso a un albero una ghirlanda di lampadine; con una piccola griglia improvvisata, un vecchio tappeto e qualche cuscino, ha appena creato il suo ristorante effimero per la serata. Sull’acqua, gli ultimi pedalò con la prua a testa di cigno rientrano in banchina, mentre dei registratori a cassetta gracchiano musiche languide.

Parchi alla francese
Dalat. Un nome che compariva nei reportage dei viaggiatori all’inizio del XX secolo e nei romanzi di André Malraux. Fu un medico, il francese Alexandre Yersin – celebre per avere isolato il bacillo della peste – che mise gli occhi, nel 1897, su questa meraviglia nascosta nel cuore della cordigliera Annamitica. Andava cercando il chinino e si innamorò di una piccola città appollaiata a 1 500 m di altezza, a circa 300 chilometri a nord-est di Saigon, e contribuì a farla crescere. Negli anni Venti Yersin incoraggiò la costruzione di una diga per creare il lago artificiale che occupa il cuore della città e cui dà il nome di Xuan Huong, una poetessa vietnamita del XVIII secolo. Il lago diventa l’emblema della città: le coppie vengono a Dalat per godersi una gita in barca, persuase che le acque verde-blu assicureranno loro fortuna in amore.
Ben introdotto nella crème francese dell’epoca, Alexandre Yersin invita amici e connazionali a raggiungerlo nel suo “paese di brume”. Attirati dal fresco degli altipiani, i francesi cominciano ad arrivare per approfittare della pace del luogo e fare affari fruttuosi in questo piccolo paradiso a 23 giorni di navigazione dalla Francia. Vengono a riposarsi e produrre globuli rossi; costruiscono le loro residenze estive concedendosi il lusso di chiedere agli architetti di progettare case ispirate alle loro regioni francesi d’origine, liberando la fantasia. Nei parchi paradisiaci modellati alla francese, accarezzati dalla dolce brezza della montagna e abbelliti da piscine dipinte in blu oltremare e da minigolf, spuntano case e ville in stile normanno, basco, mediterraneo…

Meraviglie fantasma
Gli honeymooners del lago sciamano allegramente per le vie del centro, niente di eccezionale a dire il vero, con quella sua atmosfera da eterna sottoprefettura francese: Citroën Traction per la strada, persone che giocano a bocce, canzoni di Edith Piaf che risuonano nei ristoranti dai tavoli ricoperti di tovaglie a quadri Vichy, che servono foie gras e cassoulet. Si beve il pastis all’aperto, accanto ai vecchietti che giocano a carte. Il mercato coperto è zeppo di frutta e verdura coltivate in questo paese della cuccagna che interpreta da lustri il ruolo di “orto del Vietnam”, nel cuore di un territorio su cui convergono cinque fertili valli. Per gli alimentari, il “made in Dalat”, spesso specificato nei menu, è una garanzia di eccellenza negli hotel di lusso. Specialità del luogo: verdure disidratate e, soprattutto, un lucente fiume di frutta candita esposta nelle vetrine dei negozi, dove i turisti si abbandonano a orge glicemiche.
Visitatori che però hanno raramente la curiosità di andare fino alle colline dove sorsero le residenze estive. I loro proprietari non ebbero il piacere di godersele a lungo: nel 1954, dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che segna il declino dell’epoca coloniale, gli accordi di Ginevra mettono termine alla guerra d’Indocina e segnano la fine della Federazione indocinese, riconoscendo l’indipendenza del Vietnam, del Laos e della Cambogia. I coloni fanno le valigie, abbandonando frettolosamente le loro ville. Vendute all’inizio ai ricchi vietnamiti, cambiano di nuovo di mano in seguito alla Rivoluzione, rimanendo da allora immobili nel loro involucro di ricordi. È una delle virtù del comunismo: nessuno si sarebbe sognato di distruggere o saccheggiare i beni del Partito. Tutto è dunque rimasto come nell’attimo in cui i proprietari chiusero i loro bauli, abbandonando cassettoni in mogano nelle stanze, poltrone art déco nei salotti, vasi in ceramica sui caminetti e foto di famiglia. Oggi si passeggia in queste case, aperte per la maggior parte, come sul set di film. I pavimenti cigolano, la polvere si alza illuminata dai raggi del sole. I giardini sono abbandonati e il colore blu delle piscine sbiadisce anno dopo anno. Alcuni guardiani assunti dalla municipalità, poco sensibili allo charme invecchiato dei luoghi, hanno lasciato una traccia kitsch per rallegrare quello che loro sentono un po’ come se fosse un cimitero. Qui un acquario che brilla di un verde fluo, là ghirlande di Natale che lampeggiano tutto l’anno, mazzi di fiori di plastica scoloriti dal tempo.
Nel complesso si vive un delizioso sfasamento, simbolo dello scontro Occidente-Oriente, come un richiamo alle sofferenze della storia. Due o tre case trasformate in guest house risuonano delle risate di giovani viaggiatori che gettano senza vergogna i loro zaini sulle specchiere in palissandro.
In fondo al parco, un armatore vietnamita e alcuni architetti occidentali in cerca di sensazioni forti bevono una soda tiepida al piccolo bar sistemato sotto il glicine di un ex giardino d’inverno ascoltando Richard Clayderman. Un po’ intontiti per la camminata fra vestigia dimenticate per le quali folle di collezionisti si dannerebbero l’anima. In cima a una delle colline che circondano la città, nel luogo più fresco, domina la residenza dell’allora governatore, Jean Decoux: oggi è utilizzata dal municipio per i ricevimenti uff iciali. Ma il pezzo forte della visita si trova un po’ ai margini della città: è la residenza estiva di Bao Dai, ultimo imperatore del Vietnam. Colui che tentò, durante la conferenza di Dalat, nel 1946, di evitare la guerra d’Indocina e morì in esilio a Parigi, nel 1997. Aveva fatto erigere la sua residenza estiva sulla sommità di una collina costellata di pini e fu il primo vietnamita a giocare a golf sul percorso creato da Alexandre Yersin. La dimora fu costruita tra il 1933 e il 1938 su disegno di architetti francesi e vietnamiti, nel più puro stile razionalista lanciato da Walter Gropius e Le Corbusier. Non si può non pensare a Robert Mallet-Stevens e alla sua villa Cavrois (costruita nel nord della Francia quattro anni prima) a cui gli architetti si sono evidentemente ispirati. Sormontato dalla bandiera rossa con la stella gialla, il palazzo sembra rispondere alle stesse consegne del cugino metropolitano: aria, luce, lavoro, igiene, comfort ed economia.
Ricca di finestre quadrate, la dimora
– dalla facciata simmetrica in equilibrio intorno a un aggetto semicircolare – apre, con una luce calcolata, su un pavimento di granito e parquet esotico, con rampe di scale in cemento e altre in ferro battuto, mobili art déco e tende di cretonne. Un divertente ibrido coloniale-modernista dietro il quale sembra di intravedere gli aspri negoziati tra gli architetti (senza contare i gusti dell’imperatrice). Anche lì, tutto è rimasto nello stato successivo all’esilio della famiglia imperiale: letti con trapunte di satin, ritratti in piedi e ufficio piastrellato di nero e bianco, sempre in attesa del richiamo impaziente del padrone…

La stazione di Deauville
All’uscita, una dépendance ospita un negozio dove tutto sembra studiato (follia!) per far dimenticare il fascino di questo palazzo fantasma. Non una cartolina, non un opuscolo che racconti la sua storia. Anche i guardiani sembrano un po’ stupiti nel vedere gente interessata a visitare questo simbolo di una storia che nessuno, qui, ha voglia di ricordare.
Nemmeno una bancarella che venda ciò che è proposto ovunque giù in città: maglioni per proteggersi dalle correnti d’aria, anorak, berretti in pelliccia. Eccessivo? Teniamo conto del fatto che ci sono “solo” 25° C e che, se si arriva da Hô Chi Minh-Ville (l’antica Saigon), dove il termometro segna costantemente i 35-40° C, si rischia un piccolo colpo di freddo (questa mattina la receptionist dell’hotel batteva i denti nel suo tailleur rosso…). Ai visitatori occidentali si consiglia una visita alla cattedrale di Saint Nicolas, sormontata da una banderuola con un gallo francese in bronzo appollaiato sopra la croce. Anche questo, un segno della storia. È l’ora della messa, officiata da padre Paul Bui Van Dos e cantata dalle suore del Convento dei Oiseaux en aube, e dell’adunata generale dei seminaristi in casula. Un mare grigio e nero, quasi un dipinto di Soulage, zebrato di raggi multicolori di sole che attraversano le 72 vetrate offerte dai ricchi coloni francesi e realizzate negli anni Quaranta.
Il clou dello spettacolo è la visita alla stazione. Con i suoi tre spioventi giallo ocra interrotti da un orologio, si ispira a quella di Deauville. Dal 1932 era su questi marciapiedi fioriti che scendevano le ricche famiglie francesi, venute da Hanoi o da Saigon durante la stagione dei grandi caldi, dopo ore di viaggio traballante. Oggi, solo un piccolo treno a vapore scarrozza ancora i turisti per qualche chilometro, è solo un pallido ricordo del tempo che fu. Ritroviamo qui i nostri innamorati del lago, svolazzanti sui binari morti dove sono arenate, come delle balene, due locomotive nero carbone e qualche vecchio vagone di legno.
I binari abbandonati sono, già dal mattino, invasi dalle giovani coppie che si godono questa fermata rituale con un’eccitazione non dissimulata.
Mentre gli occidentali cercano il brivido dei templi, gli asiatici trovano esotico scattarsi centinaia di selfie in una stazione francese, tra biglietterie in legno vuote e altre amenità. Starnazzando come anatre, le ragazze si arrampicano sulle antiche vetture e sui predellini delle locomotive, posando come le modelle delle riviste. Assolutamente elettrizzate all’idea di questo tȇte-à-tȇte nel cuore della città del romanticismo e al pensiero che, forse, stasera si lasceranno infine baciare sulla riva del lago, rabbrividendo per il gesto proibito. Così, dopo un giro in pedalò, la bruma coprirà di nuovo le montagne.