Desmond Morris

L’arte di essere (o divenire) umani

Il suo ultimo libro, In posa, svela i significati palesi e nascosti del corpo così come lo ritroviamo nella storia dell’arte. Da Francisco Goya a Jean-Michel Basquiat, da Edgar Degas a Paul Cézanne, l’espressività umana si rivela nella sua universalità e infinita plasticità. Specchio del nostro mondo interiore.

di Micol De Pas

La distanza fisica è direttamente proporzionale alla distanza relazionale tra le persone. Così scriveva Edward T. Hall, l’antropologo che sul finire degli Anni 60 del secolo scorso aveva tratteggiato la scienza della prossemica: spazio, gesti e postura come elementi portanti della comunicazione, al pari del discorso verbale. In effetti, la storia è fatta di gesti e di spazi che determinano vittorie e sconfitte. Esattamente come lo è il presente: il gesto del poliziotto americano bianco che preme il suo ginocchio contro il collo dell’afroamericano George Floyd è un simbolo di sopraffazione e razzismo. L’azzeramento della distanza tra i loro corpi azzera anche la sfera più intima e inviolabile di ciascuno. C’è qualcosa di mitologico in quell’immagine, come sottolinea Alessandro Portelli (Il ginocchio sul collo, Donzelli): “san Giorgio che calpesta il drago sconfitto, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’elefante ucciso in safari. Sono figure della vittoria della virtù sulla bestia, della civiltà sul mondo selvaggio… E del bianco sul nero”, spiega, “Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra e calpesta, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e insieme il più simbolico dei diritti: il respiro”. Ecco perché in ambito artistico ritrarre qualcuno significa pensare alla posa che dovrà avere il soggetto. Ogni atteggiamento si porta dietro secoli di storia, ogni postura racconta un mondo e ogni gesto determina a sua volta territori ben precisi. Ogni volta che la figura umana (singola o in gruppo) entra in una rappresentazione, l’artista è obbligato a porsi queste domande. Così ha fatto Desmond Morris, mago della prossemica, etologo e zoologo sopraffino, tanto quanto lo è nei panni di storico dell’arte e di antropologo. Il suo ultimo libro, dal titolo In posa (Johan&Levi), è un catalogo ragionato sull’arte di essere umani. Racconta l’autore: “Una volta Francis Bacon aveva appena terminato il ritratto di un babbuino e, sapendo che ero uno zoologo, mi chiese se ritenevo che fosse riuscito a cogliere bene il grido dell’animale. Io gli dissi di sì, ma mentivo. (…) Ai miei occhi era ovvio che l’animale stesse sbadigliando, perché quando un babbuino grida, lo fa in direzione di ciò che ha provocato il grido. Lo sbadiglio non ha orientamento e quella scimmia aveva la mascella spalancata e puntava in alto, verso il cielo. Un uomo può gridare al cielo in preda alla frustrazione, ma un babbuino no”. In posa è un lavoro dedicato alla storia della comunicazione attraverso l’arte, in un sequel ideale del suo L’uomo e i suoi gesti. I capitoli corrispondo ad altrettanti gesti umani, scanditi dall’analisi e dalla giustapposizione di opere appartenenti a epoche diverse, fino a comporre un affresco tridimensionale, basato sullo studio del linguaggio del corpo umano, la storia culturale dei costumi e l’indagine sui diversi stili espressivi artistici. Allora sarà semplice capire perché l’iconografia di San Giorgio che ha la meglio sul drago può capovolgersi e mostrare – per usare gli stessi simboli – il drago che ha la meglio su san Giorgio. Questione di stile (espressivo). A pescare nel volume, s’incappa nell gesto di resa. Scars and Stripes è il titolo di un dipinto dell’artista americano Wesley James Lock dedicato a Michael Brown, il ragazzo di colore ucciso da un agente di polizia il 9 agosto 2014, a Ferguson, Missouri, benché disarmato. Il dipinto lo ritrae di spalle, con le mani alzate, avvolto in una bandiera americana forata dai proiettili e dalle strisce sanguinanti . Il gesto di Michael è una disperata richiesta di pietà proprio come Francisco Goya la dipinse due secoli prima nel suo Il 3 maggio, inserendo però anche una nota di sfida e di protesta: i compagni del protagonista sono già a terra, il gesto è vano. E tuttavia moralmente necessario. Henri Rousseau, in Spiacevole sorpresa, alla resa aggiunge un pizzico di ironia. Ad alzare le mani, questa volta, è una donna, nuda davanti a un cacciatore intento a sparare a un orso. Simbolo di grazia e bellezza, la donna contrasta con la brutalità della scena. L’atmosfera è però surreale. E lascia indefinito a chi o a che cosa davvero ella s’arrenda. Infine, interpreta la resa anche Jean-Michel Basquiat, lanciando universalmente un’invocazione di rispetto umano. Desistere, a volte, è l’unica chance. E Morris inserisce questo comportamento nel capitolo Autodifesa, forme di sopravvivenza e motori per l’evoluzione della specie. Nelle grandi battaglie, ma anche nelle piccole facezie quotidiane: cosa si fa per sentirsi al sicuro nelle sfide di ogni giorno? Ci proteggiamo a braccia conserte, un gesto inconscio di autoconsolazione o di sfida, come fanno i buttafuori per apparire più grossi. Lo sbadiglio è un gesto contagioso, ma inelegante e sconveniente. Pochi hanno cercato di raccontarlo. Joseph Ducreux ci ha provato in un autoritratto. Il suo è uno sbadiglio imperioso, che coinvolge tutto il corpo, braccia incluse. Ma la mimica facciale è tale da accostarlo facilmente a una smorfia. Di dolore, come quando si beve una medicina amara (Adrian Brouwer, che firma anche una meravigliosa boccaccia nel suo Giovane che fa una smorfia), oppure di fastidio, come ben racconta la scultura in alabastro dal titolo L’uomo infastidito di Franz Xaver Messerschmidt. Siamo tra la fine del 6 e la prima metà del ’700: l’arte figurativa racconta i tanti uomini di cui si compone la società, in uno studio anatomico fisiognomico puntuale quanto il messaggio, quasi didattico, che l’arte manda al suo pubblico. E poi ci sono gli inchini (come quello di una ballerina di Edgar Degas), la derisione (di un gruppo di ragazzini che, con l’indice puntato, mette in ridicolo il personaggio oggetto dello scherno) e le questioni di status, tra gomiti potenti (appartengono a Enrico VIII), pugni semichiusi nell’atto d’impugnare e piedi piantati al suolo, per narrare il potere, contrapposto a corpi piegati e gesti disinibiti dello squallore urbano. C’è altro? Sì, molto ancora. Basta chiudere gli occhi e ripensare a quel che si è visto nella giornata: un campionario sempre ricco di segni preziosi. Oppure, riaprirli per leggere questo libro.