Il Profeta e il Maestrone

Restare miti a 80 anni

Dylan e Guccini: vite parallele di due leggende del folk, internazionale e italiano.

di Ezio Guaitamacchi

Uno ha mitizzato l’altro, l’altro non sa neppure chi sia l’uno. Entrambi, però, hanno influenzato generazioni di “seguaci” cambiando la storia della musica, italiana il primo, internazionale il secondo. Tutti e due, inoltre, sono prossimi a varcare la soglia degli 80 anni, 60 dei quali passati a scrivere canzoni e a vivere l’arte “in modo ostinato e contrario”. Eppure Bob Dylan e Francesco Guccini vivono in modo opposto il passaggio. «Quando si compiono 80 anni non c’è molta voglia di far festa», racconta il Maestrone dal suo eremo di Pàvana nell’Appennino tosco-emiliano. Qui i Guccini vivono da secoli, secondo alcuni documenti storici addirittura dal Cinquecento. Francesco è cresciuto e si è formato in questa minuscola frazione di Sambuca Pistoiese, ma è nato a Modena «sotto una buona stella», commenta con sarcasmo riferendosi alla sua data di nascita: 14 giugno 1940, quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia…

A Pàvana ci sono le radici del Maestrone, le fondamenta del suo canzoniere. Non si può comprendere la sua poetica se non si conoscono storia, carattere e atmosfere di questi posti. Non a caso, 80 anni dopo, Guccini vive ancora qui; non più nel Mulino di Chicon, casa di famiglia e luogo del cuore, ma lì vicino, in una villetta situata poco sotto il ciglio della statale. A lui la quarantena ha fatto un baffo perché non gli ha minimamente cambiato quelle sedentarie abitudini di vita coltivate negli ultimi dieci anni. «Sono in lock down volontario da sempre», scherza, «mi muovo poco o niente, mi piacciono gli audio libri, scrivo e, ogni tanto, guardo la tv. Ascolto pochissima musica e sono anni che non suono la chitarra. Non credo nemmeno di esserne più capace, ammesso che prima lo fossi», dice ironico. Bob Dylan, al contrario, è itinerante: se Guccini ha detto addio al palco, lui dagli anni 90 ha dato il via al Never Ending Tour, una tournée “infinita” che lo porta sui palcoscenici 150/200 sere l’anno. Perché lui non ha radici, almeno come le intende Guccini.

Robert Zimmerman è nato il 24 maggio 1941 a Duluth, Minnesota, città portuale sul Lake Superior, nei pressi della Highway 61, tra Memphis e New Orleans detta “l’autostrada del blues”. Già, perché le radici dylaniane affondano nella musica tradizionale bianca nord americana e in quella afroamericana. I suoi padri si chiamano Woody Guthrie, Hank Williams, Robert Johnson, Blind Willie McTell. Poi, all’università del Minnesota a Minneapolis, anche se solo per un anno, era rimasto affascinato dagli scritti di Dylan Thomas decidendo che quello di famiglia non era un nome granché artistico. Moriva Robert Zimmerman, nasceva Bob Dylan. A metà anni 60 le sue canzoni avevano attraversato l’Oceano e incantato quel ragazzone di Pàvana, che intanto si era trasferito a Bologna per insegnare al Dickinson College: «Dylan era un’altra cosa», ricorda. Era un altro modo di veder la vita, uno che faceva un’altra musica». La scoperta di Dylan l’aveva portato a scrivere pezzi “impegnati” (così si definivano) se non di “protesta”, brani come Noi non ci saremo, È dall’amore che nasce l’uomo e Auschwitz. Nel 1969 Guccini s’era innamorato di Eloise, una sua studentessa americana che, nell’autunno di quell’anno, sarebbe rientrata in patria. Era l’occasione di conoscere il “sogno americano”, che lo accompagnava da quando gli yankees arrivarono a Pàvana, nel 1944, sogno sognato e suonato a Modena e Bologna grazie a Bob Dylan. Nel gennaio del 1970 partì. L’impatto però fu disastroso: «Pochi giorni dopo il mio arrivo in Pennsylvania, il mio mito era andato in pezzi. L’avevano rotto cose serie come il Vietnam e altre più banali ma comunque fastidiose: uno strano misto di trasgressività e moralismo puritano in cui la scelta di principio sembra bastare a se stessa senza fare i conti con la realtà». Tornato in Italia, con una barba retaggio dell’hippismo Usa che l’aveva deluso, Guccini si era tuffato nella musica e nella letteratura. Già, perché lui (uno dei grandissimi della canzone d’autore italiana) ha fatto più libri che dischi. Al contrario del suo mito, Dylan, che di dischi ne ha fatti una cinquantina e di libri ne ha scritti solamente due, vincendo però (meritatamente) il Nobel per la Letteratura… Entrambi, a 60 anni dagli esordi, sembrano cedere ai ricordi di un passato così ingombrante da renderli i più feroci rivali artistici di se stessi. Guccini, trasgredendo una promessa, ha inciso una nuova canzone (Natale a Pàvana, guarda un po’…) musicata da Mauro Pagani su una vecchia poesia del Maestrone, per un album in cui giovani cantanti italiani rifanno i suoi pezzi. Bob Dylan, che a 24 anni aveva titolato un documentario Don’t Look Back, ha annunciato in piena pandemia un album, Rough and Rowdy Days, uscito il 19 giugno, e pubblicato due inediti: uno, scritto dieci anni fa, dedicato alla morte di Kennedy; l’altro, composto durante il lockdown, in cui racconta i suoi molti volti. I ragazzi che contestavano il passato e sognavano la “rivoluzione”, ironia della sorte, sono diventati i Classici ai quali oggi s’ispirano i loro nipoti.