La carica degli ibridati

Cronache “mostruose”

Complice la pandemia, è iniziata un’immane transizione verso un nuovo stile di vita e di lavoro: delocalizzato, nomade, in equilibrio instabile tra impiego e tempo libero. Da Milano all’Estonia, a Barbados…

di Marco Morello  illustrazione di Giacomo Gambineri

Diario di un esilio infelice e autoimposto. Mi sono da poco trasferito a Milano per avvicinarmi a una vita professionale che non esiste più, o almeno si è presa una pausa a tempo indeterminabile. Eventi cancellati, incontri sospesi, riunioni virtualizzate. Ho scelto una casa in semicentro, a mezz’ora scarsa di cammino dal Duomo e, perciò, dall’affitto sostanzioso. Mi ci ritrovo confinato, a giostrarmi tra interviste su Zoom, sessioni su Meet, videochiamate su WhatsApp. Nulla che non potrei fare altrove, in un contesto decisamente migliore. Con la stessa cifra, o anche meno, potrei permettermi una villetta davanti all’azzurro in Croazia, oppure, spingendomi a Barbados, una con piscina sull’oceano. Se non volessi rifare il letto, pulire, preoccuparmi di cambiare gli asciugamani e ricordarmi di comprare latte e biscotti, potrei coprire un mese intero in hotel, colazione inclusa, optando per una periferia estone immersa nei boschi. Sarei allora a tutti gli effetti un hybrid worker: metà vacanziero, metà lavoratore, in transito – quanto transitorio? – verso uno stile di vita metà nomade metà diversamente localizzato, in equilibrio instabile tra casa e ufficio, tempo libero e lavoro, net communitarism e neo monachesimo. Uno smart worker al quadrato, da remoto, nel senso più ampio.

La community dei nomadi globali
Le mie non sono supposizioni, ma stime calcolatrice alla mano. La fonte è nomadlist.com, la bibbia dei nomadi digitali: una miniera di testimonianze dirette e informazioni sistematizzate per chi vuole esercitare la sua professione da qualunque punto del mondo. Per ogni località è disponibile un database vastissimo, che include variabili al momento imprescindibili come la qualità della sanità pubblica, la densità di popolazione in ossequio al distanziamento sociale, il livello di sicurezza generale (giusto per non finire, attratti dalle sirene del low cost, nella capitale mondiale degli omicidi). E poi, quali sono le temperature correnti, se la gente parla e capisce l’inglese, se è razzista e tollerante verso gli omosessuali, più i pilastri supremi per gli smart workers girovaghi: la velocità della connessione a Internet e il costo della vita suddiviso per affitto di una stanza, un appartamento o un soggiorno in albergo, il prezzo di un caffè o un’intera cena. Insomma, elementi sufficienti per capire che tenore di vita si avrebbe altrove a parità di esborso mensile in Italia. Dove la prospettiva, almeno per i prossimi mesi, è starsene confinati in un bugigattolo con vista cemento, rischiarato dalla luce di un Pc. O qualcosa di meno drammatico, comunque non troppo dissimile. Già, ma come scegliere? Rispetto a prima del coronavirus, il pianeta è un mosaico di lockdown, un puzzle di diffidenze verso lo straniero presumibilmente infetto e untore. Si prenda Bali, che prima era la mecca di qualunque riottoso della scrivania: è vietata. Non lo sono paradisi esotici come Anguilla e Bermuda, nazioni emergenti e rampanti come la Georgia o i Paesi già citati che spalancano le porte a lavoratori di altre nazioni anche in piena pandemia. Concedono visti ad hoc per digital nomad, liberi di trattenersi anche per mesi pur senza un contratto fisso con un’organizzazione del posto – altrove necessaria per non diventare immigrati fuorilegge – purché siano capaci di mantenersi da freelance o lavorino per qualsiasi azienda del mondo. Restano un valore, perché portano valore, spendono denaro. La lista è in continuo aggiornamento (ovvio informarsi a dovere prima di una qualsiasi avventura), ma una volta in regola con i documenti si può rimanere. Nell’Unione Europea un’alternativa è la Svezia, senza restrizioni all’ingresso: sin dagli schermi presenti sull’Arlanda Express, il trenino superveloce che collega l’aeroporto con il centro di Stoccolma, il Paese dà il benvenuto a chi vuole fermarsi per restare, promettendo procedure agevolate. Nei centri urbani i prezzi sono alti, ma spostandosi in campagna o su uno dei mille arcipelaghi attorno alla capitale, le tariffe scendono e i paesaggi, come la privacy in caso di boom di contagi, sono garantiti.

Vacanze-lavoro in quarantena
Basta un po’ di coraggio, insieme alla capacità di mettersi nelle mani giuste. Coerenti con questo clima di avventure professionali con un twist di piacere, tour operator specializzati quali Il Diamante (qualitygroup.it) si sono inventati i soggiorni-quarantena: vai per esempio in Norvegia e, tra una presentazione in Power Point e un documento su Word, a distrarre c’è la danza ipnotica dell’aurora boreale da spiare dalla finestra. Alcuni pacchetti prevedono luxury lodge con consegna in camera di pasti o spesa, così si trascorre con il massimo agio il periodo di isolamento imposto dalle autorità all’arrivo e, una volta terminato, si va a pesca in pausa pranzo mentre la sera si può fare jogging tra le renne. Le ciaspole, volendo, si affittano. Altro approdo da tenere d’occhio, molto ben segnalato nelle community online, è outsite.co, che propone spazi di co-working in Messico, Francia, Spagna, Svizzera e Portogallo. A Lisbona, per esempio, si parte da 29 $ a notte, 174 alla settimana, 616 al mese, per un pacchetto da costruire che include stanze arredate, una cucina ben accessoriata, pulizia ossessiva a prova di ipocondria, supporto 24 ore su 24 e una serie di iniziative settimanali per fare amicizia con altri hybrid workers. Perché il rischio di questo modello è precipitare nella solitudine più cupa in un paese straniero. Vista la pandemia, si perde un po’ quella poesia figlia della promiscuità, degli incontri con sconosciuti che possono finire chissà come. Il nomade digitale con la mascherina addosso è uno spirito libero ingabbiato. Un network a cui rivolgersi, allora, diventa un’evasione. Questo modalità delocalizzata di lavorare è pure il nuovo modo di viaggiare esotico, l’unico davvero praticabile oggi: uno slow travel, per qualche settimana o pochi mesi alla volta, approfondendo un posto diverso. Basta avere lo spirito e l’essenziale in valigia con sé. È la tesi dell’ebook Work from abroad (wfabroad.com) di Drew Sing, americano impiegato in una start-up che si è spostato proprio in Portogallo dopo essere stato in Costa Rica e Canada. Il suo libro è una guida che risponde alle principali domande che frenano chi vorrebbe, ma teme di non potere.

Cambiare vita, ma sul serio
Quando invece si può lavorare ovunque, persino da una nave, ci si può rivolgere a MSC Crociere, che ha sperimentato la formula Smartworking@sea: per salpare con Internet illimitato a bordo. Non staccare dall’ufficio, con davanti un orizzonte cangiante e parecchio edificante. Se poi è l’idea di allontanarsi dal Bel Paese a mettere addosso qualche inquietudine, si può prendere in affitto una casa per un breve periodo, magari in montagna o sulla costa, per sfuggire ai lockdown isolandosi nella natura. Una ricerca di Airbnb ha evidenziato che il 66 % degli italiani impegnati nel settore terziario, e che pertanto non devono recarsi fisicamente in fabbrica, ha pianificato per i mesi a venire una parentesi professionale lontano dalla propria residenza abituale. Gettonatissimi, ovviamente, gli chalet di montagna.
Non resta che da chiarire un punto, allora: l’hybrid working non è necessariamente transitorio, provvisorio. C’è chi ha deciso di renderlo un modello di vita definitivo. Come Luciana Ziggiotto, consulente di comunicazione con varie esperienze in grandi aziende editoriali, che sta facendo il percorso opposto a quello di chi scrive, decidendo di lasciare il capoluogo lombardo: «Mi trasferisco a 60 chilometri da Milano, tra l’Oltrepò pavese e quello piacentino, in una zona splendida di colline e vigneti». La ragioni sono molteplici. Economiche: «Con il budget di un normale appartamento in città, avremo spazio per uno studio, un locale hobby e uno per fare yoga, una cucina enorme e stanze per ospitare gli amici. Più un giardino e un frutteto». Logistiche: «In un’ora si arriva comunque a Milano». Psicologiche: «Vivere in un’altra dimensione, con ritmi umani. Con maggiore vicinanza tra le persone. Che hanno ancora voglia di conoscersi». Sarà forse questa la prossima normalità dell’hybrid working: più che un compromesso tra professione e vacanza, un equilibrio sensato, sostenibile, tra vita privata e lavoro.