L’Alighieri transformer

Il Poeta dalle sette vite

Non si vive di soli versi. Bellicoso, ma sentimentale, visionario, ma perdente, sapiente, ma incline all’intrigo. Dante sopravvisse (per miracolo) a mille traversie. Abile, astuto e fiero come un gatto

di Stefano Cardini
 illustrazione di Alberto Casagrande

1. Il guerriero
E non si creda di sola penna. Anzi. Correva l’anno 1289, quando l’11 giugno, giorno di San Barnaba, Durante Alighieri, detto “Dante”, si schierava in prima linea nella piana toscana di Campaldino, fra i cavalieri dell’esercito con il quale la guelfa Firenze sfidava la ghibellina Arezzo. Dante era cavaliere e anzi, più precisamente, “feditore”, scelto cioè tra le famiglie più in vista per procurare battaglia per primo, esponendosi ai maggiori rischi. Firenze vinse, a scorno dell’Imperatore e a gloria del Papa. Il poeta avrebbe rievocato in seguito l’episodio, ammettendo il terrore che lo invase per la ferocia della battaglia, che costò ad Arezzo, sconfitta, centinaia di morti e migliaia di prigionieri, di cui ottenne indietro a riscatto soltanto una parte, in un’epoca in cui con 2 000 soldati si poteva tranquillamente conquistare un intero Regno. Ma l’indole bellicosa del nostro Durante non si fermò certamente lì. Bandito dalla sua Firenze come Guelfo Bianco, avrebbe dato più volte battaglia contro i Neri della sua Firenze nel tentativo di porre termine, inutilmente, al suo mortificante esilio. Non avrebbe mai più rivisto la sua città, il poeta. Sperimentando per quasi vent’anni, da Verona a Forlì, a Ravenna, “come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”, recita la Commedia. D’altronde, come si sa almeno dai tempi di Omero, la poesia canta in definitiva due cose: la guerra e l’amore.

2. Il sentimentale
E infatti: come definireste voi uno che a nove anni incontra una fanciulla “ottenne” del suo sestiere in abitino rosso: Beatrice Portinari, detta “Bice”. Giura che da allora “Amore signoreggiò” la sua anima. E tuttavia, da quel momento, non le rivolge parola, fino a quando, ormai sposata e diciassettenne, la reincontra, lei lo saluta e lui… niente, proprio non ce la fa… né a né ba’… E tuttavia, avrebbe poi scritto, vide allora “tutti li termini de la beatitudine” al sol sentire la sua voce. Benché la notte la sogni, nuda, in preda alla passione, null’altro sarebbe accaduto tra i due. Anche perché Bice, a soli 25 anni, sarebbe ahimé volata in cielo. Capiamoci: a quel tempo non è che incontravi una tipa, oltretutto sposata, e le potevi dire: “Bella lì, m’hai proprio charmato, eh!”. Ti tagliavano le orecchie e mozzavano la lingua. Però, insomma, scrivere l’intera Cantica paradisiaca della Commedia su un amore così non è da tutti. Genio e lungimiranza.

3. Il secchione
Difficile dire se avrebbe scritto la Commedia avesse dovuto studiare con la Dad. Ma non si deve credere che a Dante avessero impartito chissà quale istruzione. Allora, era già tanto se a forza di scudisciate s’imparava a leggere, scrivere e far di conto oltre ad apprendere qualche rudimento d’un “latinaccio” universalmente conosciuto e utile nel ceto intellettuale, ma elementare. E tuttavia, quel che lesse gli piacque sì tanto, che ci diede dentro di buzzo buono con un maestro tutto suo, quel Brunetto Latini, ahimé aretino, umanista ante litteram che lo iniziò alla filosofia e alla letteratura latina, discipline che allora comprendevano anche matematica, astronomia, fisica, etica, teologia. Insomma, lo scibile umano raccolto in un tutt’altro che agile compendio, di cui Dante diventò un maestro universalmente riconosciuto, travasandolo anche nella sua magistrale opera. Boccaccio – un biografetto da nulla, ne’…? – racconta che all’Università di Parigi, che era un po’ la Silicon Valley del XIII-XIV secolo, il sommo, già anzianotto, partecipò a una disputa tra “li filosofi”, sorta di torneone per sapienti: “quattordici quistioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, cogli loro argomenti pro e contro fatti dagli opponenti”, ai quali Dante replicò a memoria in perfetto ordine, suonandole ai pro come ai contro, “la qual cosa quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata”.

4. L’ozioso
Non fraintendete. Ozioso il nostro Durante lo era esclusivamente nel senso nobile della parola latina, che vede l’otium contrapposto al negotium, ossia la vita speculativa dell’uomo agiato contrapposta a quella di chi, giorno per giorno, si deve guadagnare la pagnotta con il coltello tra di denti. Poter vivere in un aristocratico otium, d’altronde, è circostanza di gran vantaggio per potersi ficcare nella testolina, tutta intera, la Summa Teologica di San Tommaso e mille altri volumoni sapienti, traducendoli in metri e prose mirabili che ancora oggi sono tra le opere più monumentali e celebrate dell’umanità. A dirla tutta, però, tecnicamente l’Alighieri non poteva dirsi nobile, anche se al tempo in Italia, diversamente da altri Paesi, non era così chiaro cosa questa parola identificasse. La società fiorentina, infatti, era ripartita in magnati, popolo grasso e popolo minuto. Ossia, nell’ordine, da poche famiglie di rango riconosciuto antico, borghesoni arricchitisi più di recente, ma dall’ascendenza più incerta, e piccoli artigiani, bottegai, commercianti. Dante non era un magnate, ma il padre un bel gruzzoletto e diverse terre era riuscito a ottenerli, per lo più prestando soldi a tassi non proprio bassi, (20/25%!). Una percentuale da usurai? Sì, abituati ai tassi d’interesse odierni della BCE… Ma in linea con il credito di allora, sul quale certo non vigilava l’Antitrust. Consentendo al Nostro di dedicarsi agli studi e alla politica senza preoccuparsi troppo del mutuo sulla prima casa.

5. L’orgoglioso
È una vecchia storia, che ancora non è finita, quella del conflitto tra politica e giustizia. Ma sfido chiunque ad averci capito qualcosa quando si trattava delle fazioni medievali: Guelfi, Ghibellini, Bianchi, Neri, Cerchi, Donati, Montecchi e Capuleti… A scuola la regola era: “mandare rigorosamente a memoria… e pregare!”, perché si aveva l’impressione che qualunque scusa fosse buona per quelli lì pur di menare le mani… Fatto sta che l’Alighieri, non magnate, ma amico di magnati come il grande poeta Guido Cavalcanti, intercesse in loro favore presso “il Popolo”, ossia il Comune di Firenze, dove ai magnati, che le mani le menavano da mane a sera gettando la città nello scompiglio, era vietato persino mettere piede all’interno degli organi di governo del Comune. Ma fu quando i Guelfi vincitori si spaccarono in Bianchi e Neri, che il poeta finì nel mirino dei capi fazione avversari. Prima accusa, respinta con forza dal poeta nel gennaio del 1302: corruzione nell’esercizio di funzioni pubbliche. Pena: una multa di 5 000 fiorini e due anni di esilio. Sgradevole, ma affrontabile. Seconda accusa, a marzo: confisca immediata di tutti i beni e condanna a morte sul rogo. Che dici? Forse è il caso di andarsene… E tuttavia, quando nel 1315 gli venne concessa un’amnistia, a patto di pagare una multa simbolica e di ammettere le sue colpe, è lì che venne fuori l’Uomo e il suo formidabile Amor Proprio: «Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria», scrive in terza persona nella celebre Epistola XII, «ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un’altra che non deroghi all’onore e alla dignità di Dante, l’accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s’entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai». Applausi.

6. Il cospiratore
Tutti abbiamo i nostri difetti. E anche il nostro Durante aveva i suoi. Va bene le ambizioni politiche. Va bene non tirarsi mai indietro quando c’è da darsi mazzate, tanto più in un’epoca in cui davanti a Palazzo Vecchio una settimana sì, una no, magnati e popolo si schieravano da una parte all’altra della piazza scatenando la rissa. Ma un tantino di credibilità la perdi se, pur di rientrare a Firenze: dapprima brighi con gli esuli ex nemici, ora amici, Ghibellini attaccando in armi la città; poi, fallita l’impresa, tenti un’oscura e improbabile mediazione con i Guelfi ex amici, ora nemici; infine, attacchi in armi nuovamente e nuovamente esci sconfitto. E dopo tutto questo, ormai su con gli anni, invii dall’esilio missive nelle quali ti proclami exul immeritus, chiedendo la grazia “onde, se io ebbi colpa, più lune a volte il sol poi che fu spenta, se colpa muore perché l’uom si penta”. Non è mai troppo tardi, si dice. Ma a volte decisamente sì.

7. Il visionario
Tra i generi in cui il Nostro ha primeggiato, benché sia meno noto, vi fu quello della “lettera aperta”: l’ars dictaminis, come veniva chiamata, appresa da Brunetto Latini, abilità in cui si produsse più e più volte in occasione delle discese in Italia dell’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Ma né questi né gli italiani se ne lasciarono particolarmente incantare, a giudicare da come andarono le cose. Del mondo, il poeta ebbe infatti una visione che credette profetica e di cui fece pubblico manifesto con le sue lettere aperte, oltre che con le sue opere poetiche e saggistiche, in particolare il De Monarchia. Guelfo, ma diffidente verso la curia romana; uomo di Comune, atterrito però dalla virulenza delle lotte interne ed esterne alle città, era convinto che pace e prosperità potessero essere conseguite dagli italiani soltanto attraverso una saggia divisione del lavoro: all’Imperatore una sovranità sui nostri corpi rispettosa delle autonomie cittadine, al Papa quella sulle nostre anime. La profezia, però, non ebbe fortuna. L’Imperatore, dopo qualche teutonico sforzo, desistette dal farsi incoronare in San Pietro e dall’ammansire i Comuni. Il Papa ai corpi non avrebbe rinunciato fino alla breccia di Porta Pia che nel 1870 sancì l’unità d’Italia. E le città non hanno smesso ancora oggi di far litigi da campanile.