Misuro, ergo sum

In corsa contro il tempo

Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione: l’epopea dello sport come guerra contro ogni approssimazione.

di Marco Morello

Quando noi in pantofole divoravamo serie tv, videogame e sushi, mentre impigriti facevamo la spola tra incontri digitali e riunioni online, il loro smart working era trovare un modo per non fermarsi mai. Pedalando su una bici inchiodata in salotto, inventando maratone attorno al divano, sfiancandosi di addominali, contorsioni ginniche per stimolare muscoli di cui è legittimo ignorare nomi ed esistenza. Nonostante i lockdown a singhiozzo, le zone rosse e i coprifuochi, i grandi atleti non hanno perso di vista il loro unico obiettivo: arrivare pronti alle Olimpiadi di Tokyo 2020, che l’anomalia ce l’hanno impressa in quel nome sfasato. Nello straordinario, però, ritorna l’ordinario, e vive l’esigenza basilare: che tutto lo sforzo sia riconosciuto in gara. Cronometrato e registrato senza tentennamenti o ambiguità. Ovunque una competizione internazionale sia basata sul tempo – o sui suoi derivati –, il cronometraggio ufficiale è affidato ad una delle marche svizzere specializzate: da Tissot a Longines, da Omega a Swatch, e così via. Dietro però c’è un’unica società specializzata, Swiss Timing, un’azienda di Swatch Group che si occupa di cronometraggio sportivo. Poiché Omega è stato il cronometrista ufficiale di quasi tutti i Giochi Olimpici dal 1932, era inevitabile che sviluppassero un profondo legame professionale in questi anni di lavoro fianco a fianco.

Omega Timing è il marchio che è scaturito da questo rapporto speciale. La traiettoria del cronometraggio dei Giochi procede, perciò, lungo una sensata dicotomia: se l’eccezionalità dell’elemento umano, la straordinarietà del gesto atletico resta l’essenza di ogni disciplina, la sua misura si dirige verso una sempre maggiore scientificità. Ieri c’erano i cronometri azionati da un giudice, adepti inevitabili della sua prontezza di riflessi; poi, sono arrivate le fotocellule, il fotofinish, le immagini scattate a raffica, le diottrie aumentate, i superpoteri delle macchine, che catturano 10mila fotogrammi al secondo per stilare le classifiche ufficiali. Tutte soluzioni per annientare le variabili esogene, cancellare gli spigoli d’interferenza sulla purezza della performance. Il Var del calcio, a confronto, pare una moviola da dilettanti. È merito della tecnologia, in parte della consapevolezza delle leggi della fisica. Un esempio: il colpo delle pistole tradizionali per dare il via a una corsa, arrivava un attimo dopo a chi partiva dalle corsie lontane. Uno svantaggio colpa del suono, che viaggia più lento della luce. Allora, Omega Timing ha collegato una pistola elettronica ad altoparlanti posti alle spalle di ogni atleta, che così sentono il rumore all’unisono. Sensori di pressione impediscono di staccarsi dai blocchi prima degli altri, o meglio intercettano gli smaniosi precoci; il vecchio timer che non andava oltre il decimo di secondo è stato sostituito da un ossessivo della precisione che fraziona il secondo fino al suo milionesimo. A voler fare filosofia, il tempo è immutabile, scorre identico. Si affina, la maniera di sezionarlo e dunque raccontarlo agli atleti, ai giudici che devono premiare e squalificare, al pubblico, che dà per scontati numeri e statistiche al galoppo sullo schermo, frutto anch’esse di un percorso di perfezionamento verso il real time: il privilegio di sapere com’è finita, chi ha vinto, nell’istante esatto in cui una prova si conclude. Le ultime Olimpiadi alzano la posta delle difficoltà introducendo discipline inedite. Non è un debutto né un lambire l’azzardo per Omega, che ha già potuto cesellare la sua liturgia nel corso di numerosi eventi internazionali. Anche procedendo con l’emulazione e l’estensione delle sue medesime intuizioni: nell’arrampicata sportiva, all’esordio ai Giochi a Tokyo, userà le piastre di contatto, che consentono agli atleti di fermare il cronometro non appena arrivano in vetta. Lo stesso avviene già in vasca, dov’è il nuotatore a sigillare il suo tempo con un tocco. La maison ha accumulato una collezione sterminata di gingilli futuristici, viaggia in Giappone con un bagaglio oltremodo ingombrante, porta con sé 400 tonnellate di attrezzature, alla fine avrà steso 200 km di cavi e fibre ottiche. Nel beach volley userà telecamere 007, capaci di seguire e scrutare palloni e giocatori; nell’equitazione si affiderà a sistemi laser per captare i movimenti dei cavalli; nella ginnastica ci sarà la pose detection, un segugio che valuta la sincronia dei partecipanti. In mezzo a tanto gigantismo, ci sarà spazio per il piccolo e leggero: nell’atletica, targhette con sensori di movimento imboscate nelle pettorine con i numeri di gara, intercetteranno di ciascuno posizione e velocità in tempo reale, così come accelerazione, decelerazione e distanza percorsa. Sarà come indossare un invisibile smartwatch esposto al nostro voyeurismo, che ne confronta le prestazioni: chi sprinta meglio alla partenza dei 100 metri, chi sta guadagnando terreno nei 10mila. Una radiografia condivisa, in grado di rendere le analisi delle gare più accurati. E, al contempo, fornire ai campioni spunti per allenarsi meglio e correggere le sbavature in vista delle prossime competizioni. Partito come una non semplice raccolta del tempo, il cronometraggio è diventato un atto di consapevolezza. Un vocabolario di numeri, un “conosci te stesso” a misura di atleta.