Ipogeo 4.0

Fascino mimetico

Immergersi nel paesaggio naturale fino a scomparirci dentro: è l’idea alla base di un complesso residenziale e agricolo sull’isola greca di Milo. Dove persino i confini vengono ripensati in una nuova ottica, quella del dialogo.

di Cecilia Falcone
 foto di Yorgis Yerolymbos

Il nuovo lusso – in un mondo in cui la quotidianità si svolge in spazi confinati e i dettagli delle nostre vite al contrario sono sempre più esposti – è immergersi letteralmente, quasi scomparire, nella natura. Sull’isola greca di Milo, nelle Cicladi, quest’ambizione si materializza in un progetto architettonico e culturale in divenire. I Voronoi’s Corrals, ideati da Deca Architecture, sono un complesso residenziale e agricolo di 90 000 mq, composto da cinque elementi, ognuno dei quali definito appunto da corrals, recinti che richiamano i muretti a secco usati nei secoli per delimitare le colture e gli allevamenti. Il progetto si ispira al diagramma di Voronoi, dal nome del matematico russo che l’ha formulato, e infatti ripartisce un piano, cioè il territorio, in base alla distanza tra punti individuati in specifici sottoinsiemi. Seguendo questo principio, gli architetti non hanno tracciato linee, ma hanno scovato i punti più spettacolari e adatti dove posizionare una veranda, un letto o un albero, e ci hanno sviluppato il progetto intorno. Guidati da un’intenzione programmatica: l’integrazione con il paesaggio naturale.
«L’ambiente qui è talmente ricco che bisogna camminarci dentro per cogliere le differenze tra le varie aree: le scogliere calcaree sulla costa, gli altopiani coltivati, la macchia bassa delle Cicladi», ci spiegano Alexandros Vitsos e Carlos Loperena, fondatori di Deca. «È quello che ci ha spinto a formare corrals diversi: muoversi tra loro amplifica il senso di appartenenza al luogo». Se l’Orchard Corral contiene il più grande uliveto dell’isola e il Preservation Corral è dedicato a preservare alberi da frutto in via di estinzione, l’Hourgalss Corral, l’utimo nato e protagonista delle foto in queste pagine, ha un altro primato: è una residenza ipogea, così inserita nella topografia da «sembrare che sia sempre stata lì». Lo sottolineano gli autori, candidati al Mies van der Rohe Award 2022 per l’architettura.

L’abitazione sotterranea, suddivisa in spazi comuni e quattro camere da letto, di proprietà di un finanziere che vive negli Stati Uniti, capovolge i canoni della villa di vacanza opulenta, stagliata prepotentemente nel panorama, a cui ci hanno abituato decenni di aggressività edilizia. Qui non c’è nessun clamore, anzi. A risuonare sono solo le onde dell’Egeo, il vento e il frinire degli insetti. O al limite il sibilare di un serpente visto che, nel tentativo di far convivere la vita selvatica e quella domestica, sono state tenute in considerazione proprio tutte le specie.
Il basso impatto ambientale e il fascino bucolico di un edificio che si mimetizza nel contesto, come gli animali e le piante più smart insegnano, è evidente. Ma com’è abitare sotto la superficie della terra? «Chi risiede in questo edificio, oltre alla connessione con l’ambiente, ha anche un maggior senso di privacy. Ci sono poi vantaggi pratici, per esempio un miglior comfort termico, perché i tetti piantumati con erbe aromatiche offrono un eccellente isolamento. Ma l’aspetto più importante degli spazi ipogei è considerare attentamente la luce naturale e la ventilazione, motivo per cui abbiamo integrato cortili, lucernari e muri di sostegno estensibili. Il risultato è una casa scolpita, più che costruita, in cui c’è ariosità e un flusso costante tra gli spazi interni ed esterni», spiegano gli architetti.
Se si osserva dall’alto la struttura ad alveare irregolare – il diagramma che dicevamo – il nucleo delle celle è costituito da oblò, inconsuete finestre che catturano la luce solare e la riversano verticalmente nelle stanze ipogee. Il nome Hourglass si riferisce a questo gioco di clessidra, perché gli oblò sono controllati con sistemi meccanici a diaframma, come quelli delle vecchie macchine fotografiche: a seconda delle ore del giorno il diaframma si apre e si chiude, scandendo idealmente il tempo con sfumature di luce e ombra. Di notte, i lucernari si trasformano in osservatori astronomici privati. All’interno, in corrispondenza degli oblò, un disco di metallo circolare nasconde una lampada lineare.
Se all’esterno gli spessi muri di pietra grezza fanno pensare a un mondo chiuso e misterioso, all’interno le geometrie inaspettate, le pareti bianchissime e le grandi vetrate cancellano ogni memoria delle architetture sotterranee arrivate a noi dall’antichità. Piuttosto la corte interna, funzionale all’equilibrio energetico, restituisce il senso dell’impluvium romano, la grande vasca-atrio per la raccolta dell’acqua piovana nelle domus patrizie: era da lì che si irradiava la luce nelle stanze, ed era quello il cuore della comunità domestica e delle sue attività.
Comunità è una parola ricorrente nel progetto dei Corrals, che prosegue da dieci anni e coinvolge botanici, artigiani, contadini, operai, in uno scambio di saperi e relazioni. «Il ruolo dell’architettura in quest’epoca può, anzi deve, essere ridefinito e diventare determinante nella costruzione di spazi che interpretino la sfida ambientale e aiutino a pensare un futuro», riflette Marco Brizzi, docente dell’Università di Firenze e curatore d’architettura. «In un caso come questo mi colpisce la visione generale degli architetti, l’intuizione di accantonare il tema della villa turistica a uso temporaneo per ripensare l’idea di ambiente in senso collaborativo. È vero che il territorio è diviso in recinti, ma non hanno nessuna funzione difensiva, anzi innescano un dialogo: è un progetto che parla di confini ma li smentisce nel momento in cui li cita. Un argomento molto importante per un intervento che si sviluppa ai margini meridionali dell’Europa».

Questa rilettura sovversiva del concetto di confine si inserisce nella ricerca degli architetti che, ora di base ad Atene, si sono formati all’Università di Berkeley e hanno sviluppato strategie di sostenibilità in diverse parti d’Europa. «Quando un progetto in un contesto naturale così privilegiato non si omologa ai modelli tradizionali di intervento», spiegano, «ci vogliono energia e impegno per chiarire a tutti le proprie intenzioni: dalle autorità locali alle squadre di costruttori. All’inizio può sembrare un ostacolo, ma in realtà è un’opportunità. Per mostrare il nostro approccio abbiamo costruito modelli fisici del paesaggio nel suo complesso, fornito campioni dei materiali e completato la documentazione per i permessi con studi in 3D. Alla fine questo ha permesso a tutti di comprendere il progetto a un livello più profondo e di abbracciarlo». Chissà che non diventi anche un precedente fortunato per aggiornare le norme che regolano l’edificazione sulle isole più ricche e selvagge d’Europa. Quelle in cui il modo migliore di esserci è “sparire” dentro la loro bellezza.