Istanbul

Grandi speranze

A cavallo tra Asia ed Europa, storica capitale di quattro imperi, la megalopoli che fu Costantinopoli e Bisanzio, a dispetto dell’instabilità politica ed economica, puntaa recuperare l’antico ruolo di ponte tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo. Come? Trasformandosi in un immenso hub intercontinentale per la finanza, i trasporti e il turismo.

di Bruno Cianci

IN CIFRE


– Popolazione: prima città turca, Istanbul conta ufficialmente 15.029.231 abitanti (2018), il 18% della popolazione turca; la metropoli si estende su una superficie di 5.461 chilometri quadrati, pari alla Liguria.

– Economia: gran parte del commercio della Turchia passa da Istanbul; la città, inoltre, raccoglie il 40% delle imposte riscosse nel Paese (che conta 82 milioni di abitanti) e contribuisce per il 39% al Pnl. Il 35% dei dipendenti delle industrie turche lavora a Istanbul, soprattutto nei settori turismo, tessile, meccanico, elettronico, chimico-farmaceutico, pelli. Fiorente la produzione di olio d’oliva e tabacco.

– Educazione: la città è sede di oltre 50 università, alcune di discreta fama. Le più conosciute sono l’Università di Istanbul, che è la più antica e trasversale, il politecnico Itü, la Mimar Sinan (facoltà di architettura e di belle arti), le università Marmara, Galatasaray e Boğaziçi, l’unica in cui tutte le lezioni sono impartite in lingua inglese. Vi sono poi altri istituti privati, come le università Sabanci e Koç, che si avvalgono spesso di docenti e di lecturers di fama internazionale.

– Amministrazione: Istanbul è un comune metropolitano (Istanbul Büyüksehir Belediyesi, meglio noto con la sigla Ibb) che comprende 39 distretti, ognuno con a capo un sindaco. Il massimo organo decisionale è rappresentato dal Consiglio Comunale, guidato dallo scorso giugno da Ekrem Imamoğlu. La sua è una figura chiave, esercitando un controllo diretto sugli appalti pubblici e indiretto su tasse, traffico e trasporti.

– Turismo: Istanbul è la città turca con il maggior numero d’ingressi turistici. L’unica in grado di tenerle testa, è Antalya, una meta prediletta dai turisti dell’Europa dell’Est che da alcuni anni a questa parte hanno eletto questa città del Mediterraneo a propria sede di vacanza.

Una volta era un nodo strategico della Via della Seta, dove le mercanzie dell’Estremo Oriente venivano smistate alla volta dei mercati mondiali. Oggi punta a diventare una Via dell’Oro: un polo finanziario globale da dove movimentare, oltre che persone e merci, capitali. Una sfida immensa: nel ranking mondiale delle piazze finanziarie Istanbul è ben lontana da New York, Londra, Hong Kong o Singapore. La città, tuttavia, è abituata alle grandi sfide. E certo l’impresa non spaventa il presidente Recep Tayyip Erdoğan, un leader che, memore del’antico ruolo di custode dei luoghi santi dell’Islam degli Ottomani, sogna di diventare il “califfo del terzo millennio”. In tale ottica, una Istanbul polo del capitalismo “islamico”, più equo e inclusivo perché basato sulla tradizione coranica, sarebbe strategica. E la geografia, almeno sulla carta, potrebbe dargli ragione: tra Dubai e le piazze europee, in effetti, c’è un vuoto che non aspetta altro che di essere colmato. Il luogo dove quest’ambizione proverà a prendere forma è il distretto di Ataşehir, nella parte asiatica della metropoli. Il progetto è identificato dalla sigla Ifc, che è l’acronimo di Istanbul Financial Center. La costruzione di questo complesso faraonico, il maggiore al mondo per superficie e che reinterpreta in una chiave moderna alcuni tratti dell’architettura tradizionale ottomana, è stata avviata nel 2012 su iniziativa del governo centrale turco (che vi installerà le più importanti agenzie governative dell’economia e le principali banche statali) ed è seguito quotidianamente nel suo evolversi dall’ufficio della Presidenza della Repubblica. Nel 2022, a dieci anni dal colpo di piccone che ha fatto segnare l’inizio dei lavori, il complesso sarà inaugurato; dopodiché potremo capire se le aspirazioni avevano un fondamento.

La megalopoli millenaria
Pur senza essere la sede del governo della Repubblica di Turchia, che nel 1923 le preferì Ankara per favorire lo sviluppo di un’area depressa in Anatolia, Istanbul è la prima città del Paese per importanza culturale, demografica, industriale e finanziaria. Gli abitanti ufficiali ammontano a poco più di 15 milioni, ma stime ufficiose parlano di 20 milioni, un dato che colloca d’ufficio Istanbul nella top 10 mondiale delle città più popolose insieme ai maggiori agglomerati cinesi, indiani, a Città del Messico, a Lagos, a Karachi e a Tokyo.
Fondata sette secoli prima dell’era cristiana come colonia di Megara, Istanbul ha assunto diversi nomi nel corso della storia: si è chiamata dapprima Bisanzio (in omaggio all’eroe greco Byzas, o Bisante), quindi Nuova Roma, Costantinopoli e, in epoca turco-ottomana, Istanbul. Lo sviluppo della città crebbe di pari passo con la valorizzazione strategica di una zona di passaggio che ha fatto gola a numerosi imperi e dominatori nel corso della storia. Il primo “boom” risale al periodo di Giustiniano (VI sec. d.C.) quando, per dirla con lo storico contemporaneo Charles King, la crescita «fu in parte alimentata da quella che oggi potremmo definire estorsione», con riferimento ai dazi, salati e arbitrari, che i funzionari romani imponevano alle navi di passaggio lungo il Bosforo, viatico verso i fiorenti porti del Mar Nero.In epoca ottomana (1453-1922) la città divenne un importante centro commerciale, un crogiolo di razze e di confessioni religiose all’interno del quale le differenti comunità godevano di grande libertà e autonomia rispetto al potere centrale incarnato dai sultani. Gli anni d’oro dell’impero turco-ottomano e della sua storica capitale coincidono con il XVI secolo e in particolare con il sultanato di Solimano il Magnifico. Ciononostante della città, in Europa, si ebbero rappresentazioni fantasiose e distorte fino alla metà Ottocento, quando iniziarono a diffondersi scritti più realistici a opera di istruttori militari, diplomatici, viaggiatori, reportagisti, orientalisti, romanzieri come Théophile Gautier, Jules Verne, Pierre Loti, ma soprattutto Edmondo De Amicis: l’autore di Cuore, nel 1877, dedicò infatti alla città un ampio reportage, definito dal Nobel per la letteratura Orhan Pamuk “Il miglior libro scritto su Istanbul”.</h2>

La città sull’acqua e sott’acqua
Al tempo in cui in Europa gli orientalisti spopolavano, a Istanbul era già in corso da alcuni decenni la cosiddetta “conquista del Bosforo”, vale a dire l’espansione dal centro storico della città lungo le due sponde dello stretto che separa l’Europa dall’Asia. Istanbul, però, è diventata quello che è nella seconda metà del XX secolo. Con la diffusione dei veicoli a motore e in particolare delle automobili private, la città ha potuto espandersi verso ogni possibile direttrice, al punto che oggi le sue estremità – da Oriente a Occidente – distano non meno di 80 km e occorrono dalle due alle quattro ore, in ragione del traffico, per percorrerla da un capo all’altro. Le infrastrutture che Erdoğan e il suo partito hanno realizzato negli ultimi tre lustri – che hanno dato vita a una vera e propria città sommersa e parallela, grazie ai tre tunnel avveniristici che attraversano il Bosforo da parte a parte – hanno contribuito ad accorciare queste distanze, che restano tuttavia di un ordine di grandezza davvero enorme. A causa di una complessa topografia, che si sviluppa non solo lungo le rive dello stretto che attraversa la città, ma anche lungo quelle del Mar di Marmara e nell’entroterra, la città non può più dirsi dotata di un centro vero e proprio, né vanta una zona residenziale propriamente detta. Tuttavia, le due parti della città hanno ciascuna un proprio “cuore pulsante”, identificabile con le aree di Beyoğlu-Taksim in Europa e di Usküdar-Kadiköy in Asia. Beyoğlu è l’equivalente turco di Pera, un’area che comprendeva anche il quartiere-città di Galata, per secoli casa della comunità genovese.
Piazza Taksim è nota ai più perché è adiacente al parco Gezi, salito alla ribalta delle cronache ai tempi delle proteste antigovernative del 2013 e perché da qui prende il via il più famoso viale pedonale della città: l’Istiklal Caddesi (“via dell’Indipendenza”) una passeggiata costeggiata da locali e negozi. Ultimamente, essendo cambiata la natura del turismo in Turchia (da qualche anno attrae più turisti da Medio Oriente e Russia che da Europa e Americhe), questa strada ha subito a sua volta cambiamenti che hanno portato alla chiusura di cinema, teatri e librerie storiche a scapito di nuovi caffè e ristoranti, di negozi di souvenir e simili.
Anche la sponda asiatica, comunque, ha la sua passeggiata: si chiama Bağdat Caddesi (“via di Bagdad”). Il richiamo alla capitale irachena è puramente storico-geografico e non ha nulla a che fare con l’atmosfera moderna e raffinata, ideale per lo shopping high-end, che la caratterizza: non lontano, infatti, si trova la stazione ferroviaria di Haydarpaşa, dalla quale si dipartiva la celebre ferrovia Istanbul-Bagdad realizzata dai tedeschi ai primi del ’900. La vicina Usküdar, invece, è assai più conservatrice rispetto alla Bağdat Caddesi e al distretto di Kadikoy in generale: lì vi si possono ancora trovare tracce di una Istanbul che, nonostante la connotazione religiosa del partito Akp di Erdoğan, è destinata a scomparire, travolta nel vortice di una modernità che pare inarrestabile.

Un cuore d’oro e d’acciaio
In attesa che il nuovo polo finanziario Ifc apra i battenti nella parte asiatica, Istanbul e i distretti finanziari europei di Levent e di Maslak rappresentano il cuore pulsante dell’economia turca. A Levent, che fortunatamente si trova a diversi chilometri dal centro storico della città, hanno sede i grattacieli e gli altri edifici che sono sede di alcune delle maggiori banche turche, tra le quali – per citare solo le principali – Turkiye Iş Bankasi, Garanti Bbva, Yapi Kredi (partner di Unicredit), Qnb Finansbank, Denizbank e Akbank. Anche i colossi industriali Eczacibasi, Sabanci, Akfen, Zorlu e altri ancora hanno scelto Levent come sede del proprio quartier generale. I primi due gruppi in particolare, insieme gruppo Koç, sono attori protagonisti della vita culturale della megalopoli e sono coinvolti in tutte quelle attività filantropiche senza le quali la vita quotidiana della città sarebbe molto più arida.

Il polo dell’arte
Com’è noto, Istanbul è ricca di musei e di vestigia di epoca romano-bizantina e ottomana. Negli ultimi quattro decenni, però, la città è diventata un polo d’attrazione anche per gli amanti dell’arte moderna e contemporanea, grazie soprattutto al ruolo svolto da alcune famiglie notabili e ai gruppi industriali che esse stesse controllano.
Così, dal 1987, su iniziativa della Fondazione di Istanbul per la cultura e per le arti (Iksv), la città ospita un’apprezzata manifestazione internazionale che dal 1995 ha acquisito cadenza biennale: la Istanbul Bienali. La sedicesima edizione dell’evento, nato su iniziativa del gruppo Eczacibasi, ha avuto inizio lo scorso 16 settembre e terminerà il prossimo 10 novembre, una data associata alla scomparsa del primo presidente della Repubblica di Turchia, il padre della patria Kemal Atatürk (1881-1938).
L’edizione in corso, curata dal critico d’arte Nicolas Bourriaud, s’intitola Il settimo continente, ha per sponsor il gruppo Koç e si svolge in tre sedi: al museo Pera (a due passi dall’Istiklal Caddesi), a Büyükada (la maggiore delle isole dei Principi) e all’Antrepo 5 (nel quartiere Tophane). Quest’ultima sede è stata scelta in extremis a seguito del rinvenimento di grandi quantità di amianto negli storici cantieri del Corno d’Oro, la sede precedentemente designata dall’Iksv e che, salvo complicazioni legate allo smaltimento del pericoloso materiale, ospiterà una parte della Biennale nel 2021.
Lo scorso settembre, però, negli stessi giorni in cui ha avuto luogo il lancio della Biennale, ha aperto i battenti anche Arter, un museo d’arte contemporanea che fa capo alla Vehbi Koç Foundation e che è il frutto del lavoro dello studio d’architettura londinese Grimshaw e di colui che, più di tutti, ne ha desiderato l’apertura: il collezionista d’arte Omer Koç.
Situato nel quartiere Dolapdere, assai degradato nonostante la sua centralità, questa struttura ha letteralmente dato il via alla riqualificazione urbana di un’intera area situata in una valle a ridosso di piazza Taksim. D’altronde, la valorizzazione di una metropoli di 20 milioni di abitanti unica al mondo molto difficilmente può permettersi di prescindere dall’iniziativa delle grandi famiglie.

LA CAPITALE DELLO STREET FOOD


Trattandosi di un polo d’attrazione d’immigrati e di genti provenienti dall’Anatolia, dai Balcani, dal Caucaso, dal Medio Oriente e dall’Asia centrale  e orientale, la metropoli del Bosforo  è un “hub” culinario ricco di punti di ristoro. Negli ultimi anni, grazie anche allo chef, drasticamente scomparso, e star della televisione Anthony Bourdain (1956-2018), la città è diventata una meta prediletta dei cultori dello street food: dal kebab, alle köfte (polpette), dal dolma (peperoni ripieni) all’imam bayildi (melanzane ripiene),  dai fegatini (ciğer) al kokoreç (frattaglie arrosto), passando per le zuppe (çorba)  e i meze che precedono il pasto e per i dolci, baklava in primis, che lo terminano. I vecchi quartieri Sultanhmet e Beyoğlu sono pieni di ottimi ristoranti. Imprescindibile, però, è la colazione. In Turchia è importante come la cena nella cultura mediterranea: nei fine settimana è comune trovarsi tra amici o parenti per consumarla in compagnia. Lungo il Bosforo, specie nell’area di Rumeli Hisari, molti ristoranti la servono come brunch “alla turca” con vista sullo stretto. Da segnalare anche i simit, i börek, i lahmacun e le pide, che escono a ciclo continuo dai forni a legna della città.