Jazz Club

Lo swing made in NYC

Lunedì, ore 19.30. Serata big band a Greenwich Village. Con il biglietto acquistato online in mano, una folla freme nell’attesa di sentire le band scatenarsi sul palco, una dopo l’altra. La notte sarà lunga…e.

di Elisa Morère

Ginocchia, dita e teste degli spettatori battono il tempo, a ritmo. Sul piccolo palco, la band in giacca e cravatta è già in un bagno di sudore. Gli occhi chiusi per la concentrazione, le vene della fronte ingrossate, le guance rigonfie, 15 musicisti entrano subito nel vivo con Unit 7 di Sam Jones. Poi si leva l’assolo incattivito del sassofono, che manda in trance l’intera sala. Da brava habitué che non vuole svelare la sua prima volta, e dato che non so fischiare, applaudo come fanno tutti battendo le mani sul tavolo. Soffio sulle nocche. Sulla scena, decisamente più elegante, un musicista picchietta dolcemente il suo contrabbasso in segno d’estasi. Una scena, questa, che si ripete al Village Vanguard, al Minton’s, al Birdland, allo Smalls, in tutti questi jazz club patinati – o di recente apertura – che si possono stanare a New York. Folle d’amore, il pubblico, profano e non, ascolta questa musica che ha plasmato la città, che l’ha accompagnata nella sua storia, a volte lasciandola persino un po’ stordita. Schiacciata su un divano occupato da troppi ascoltatori, o seduta di traverso su una sedia scomodissima, vivo, a mio modo, un risveglio magico, cercando di ricostruire il mio jazz, dalla sua precaria esistenza fino alle numerose leggende che lo circondano. Nato a New Orleans poco prima dello scoccare del XX secolo, il ragtime – musica sincopata che risuonava nei quartieri a luci rosse di St. Louis e New Orleans, padre putativo del jazz – avrebbe dovuto scomparire in questo profondo Sud. E invece no, migra verso gli Stati del Nord insieme ai lavoratori afroamericani sull’orlo della carestia, acclimatandosi nei quartieri della cultura underground nera di Chicago, per terminare la sua corsa a Harlem, verso il 1917. I tasti del pianoforte sono massacrati da pianisti con il ritmo nel sangue, mentre le coppie ballano lo swing in appartamenti affittati per un festino, in bordelli o sale da ballo come l’Arcadia Ballroom. I giganti del jazz, invece, passano, per i club di New York, il Village Vanguard su tutti. I bianchi, in smoking, affascinati da questa febbre jazz, si uniscono presto alle danze della comunità nera, incantati da geni bizzarri, che non saprebbero decifrare uno spartito ma suonano un’incredibile musica non scritta. Ne è un esempio Chick Webb, povero, nero, affetto da nanismo (da qui il soprannome “Chick”, pulcino): non sa solfeggiare, ma diventerà il più grande batterista della sua epoca e imporrà sulla scena una mocciosa di 15 anni: Ella Fitzgerald.

Passaparola
No, il jazz non si conserva nella naftalina: al contrario, si muove veloce. Basta aprire bene le orecchie o fare affidamento al passaparola. Avete mai sentito parlare di Too Many Zooz? Un esempio da manuale, questo ragazzo. Sax baritono di 28 anni, Leo Pellegrino (questo il suo vero nome) non era considerato il primo della classe alla Manhattan School of music. Allora, suonando in metropolitana con il suo gruppo, ha trasformato il suo dilettantismo in un progetto artistico, battendo più di un record su YouTube, destando l’attenzione di Beyoncé e… della pubblicità. Allo stesso modo, se trovate un cartellone che annunci un certo Sullivan Fortner, autore dello splendido album Moments Preserved, precipitatevi! Il jazz si intrufola ovunque e coinvolge sempre di più i giovani. Come Robert Glasper, figura in crescita che sul suo piano ha saputo incrociare la musica elettronica con il jazz-rap. O Shabaka Hutchings, sassofonista di 33 anni, che, circondato da musicisti sudafricani (The Ancestors), offre dei pezzi così folgoranti che ci si infligge volentieri una coda interminabile per visitare l’Empire state building se in cuffia si ha il suo primo album. È chiaro che le sale seguono questi prodigi, che a volte scovano già agli esordi. The Owl Music Parlor di Brooklyn mescola così esperienze diverse in un locale underground decisamente meno soffocante rispetto ai grandi club. Mostro il biglietto, prima di gettarmi nell’antro. Scavalco dei musicisti stravaccati sul marciapiede, che provano un pezzo alla chitarra. Recentemente aperto da Oren Bloedow – un veterano della scena rock – che si dà da fare seriamente al bar, The Owl fa il pieno di quasi trentenni ultramodaioli, e dotati di una certa nonchalance. Qui sei autorizzato a rovesciare il bicchiere di birra chiacchierando durante il concerto, o lanciare applausi sfegatati all’amica in preda all’ansia da prestazione che saluta con coraggio dal palco. I club, a ben guardarli, sono posti formativi. Ben Wolfe, bassista e compositore di fama (procuratevi urgentemente il suo album Fatherhood), ha debuttato all’iconico Blue Note, fondato nel 1939 e ancora attivo. Poi ha suonato con Diana Krall e Gregory Porter, e insegna anche nella prestigiosa Julliard school. A 57 anni, resta a caccia di talenti in erba. «Mi piacciono molto la cantante Cécile McLorin Salvant, il vibrafonista Joel Ross, il trombettista Giveton Gelin o Immanuel Wilkins, ha 20 anni ed è già un brillante sassofonista e compositore. Tutti talentuosi, con dei bellissimi colori musicali, sono dei doni del cielo!» E gli anni nei quali i grandi del jazz passavano da New York, fanno brillare gli occhi di nostalgia a Mr. Wolfe. «Ci facevano sognare con la loro allure, il loro humor, il loro modo di suonare. Il jazz non è una musica popolare, nel senso che è un’arte difficile con un pubblico ridotto. Ma questi club fortunatamente continuano a vivere e formano delle comunità coese, come il meraviglioso Dizzy o il Fat Cat, dove i giovani possono farsi le ossa». Da citare anche lo Smoke, che ha sostituito l’Augie’s – posto favorito dallo scrittore Paul Auster; lo Smalls, amato dagli specialisti; la Jazz Gallery, davanti alla quale giovani appassionati senza biglietti sperano di entrare, e dei musicisti, principianti o meno, si mettono artisticamente “a nudo” misurando la loro reputazione su uno spartito. Davanti a loro, ci sono dei puristi niente affatto turbati da un arredo essenziale composto da un poster di Billie Holiday, attaccato con delle puntine sopra a delle sedie pieghevoli. Per sbaglio ho prenotato un tavolo per quattro, per la gioia dei furbetti. Mi viene offerto un bicchiere, perché una francese solitaria in un posto del genere non può che essere un’autentica jazz dipendente. Le luci si spengono, l’incantesimo comincia. «Adoro questi club perché favoriscono il costituirsi di gruppi grazie a incontri fortuiti. Per contro, se producono giovani musicisti, ahimè, producono pochi spettatori giovani. Chi diverrà celebre o no? È un enigma. Miles Davis si disperava nel 1953. Nel 1956, fatto fin sopra i capelli, diventa l’immenso musicista che conosciamo grazie a una disciplina di ferro: ha fatto le scelte giuste; ha ingaggiato John Coltrane e Sonny Rollins, Bill Evans, Keith Jarrett», mi confida Michel Jules, che presenta Les Années Jazz su France Bleu e presiede Rouen Jazz Action. Ricorda ancora Wolfe, che ha frequentato il circuito negli Anni 80 e 90: «C’era più lavoro, si correva da un palco all’altro, anche la notte era differente, frenetica. Mi ricordo che si entrava senza pagare. Ci si nascondeva sulle scale per ascoltare i concerti. Oggi, la tentazione è di raccogliere gli applausi con gli assoli. I musicisti sono sedotti dalla notorietà e da questa competizione tipicamente newyorchese. Ma ficcatevi in testa che il jazz si suona in gruppo! E non ci si guadagnerà mai la fortuna di un Kanye West». Vecchio studente della Manhattan school of music, il batterista Guilhem Flouzat, 33 anni, conferma. Ha scorrazzato per i club newyorchesi per sette anni prima di stupire gli amanti del genere con A thing called Joe, album del 2017: «Siamo tutti virtuosi del nostro strumento e il club ci insegna i codici. Sbattersi lì dentro è faticoso ma permette di farsi un nome, anche per 50 dollari a concerto, davanti a tre persone e con un lavoretto d’appoggio. Ci si ritrova anche di fronte a dei pezzi grossi. Al Fat Cat ho visto suonare Justin Brown. Un batterista magnifico, il cui percorso va dal gospel al jazz. Ascoltandolo, avevo la sensazione di fare l’ottovolante al luna park. A New York il jazz è pompato al massimo. Vi ho scoperto ugualmente degli artisti immensi, che non provano tutti il bisogno di competere. Penso a Eric Harland, che sa mettere in risalto i suoi colleghi. Quel che conta per lui, è questo momento di comunione quasi sacra».

L’ombra di Nica
A forza di gorgoglii che ti solleticano la pancia per l’emozione, l’occhio scintillante dopo un Mint Julep ben dosato, servito da un barman premuroso – nelle vostre peregrinazioni jazz prevedete un po’ di Alka Seltzer –, le vostre conoscenze di club vi introducono ad altri posti, a nuovi talenti, o vi ficcano in mano con piglio autoritario la guida gratuita Hot house jazz. Su consiglio di Brian Payne, inviato speciale del britannico Jazz journal, mi lancio sulla pista dell’Hotel Carlyle. A seconda del programma, ci si può davvero rotolare per terra dalla felicità, come in quella famosa sera in cui Gregory Porter, star dell’etichetta Blue Note, vi ha fatto risuonare la sua voce di baritono e ha ridato colore al jazz danzante degli Anni 50 – ascoltate il suo eccellente cd di omaggio a Nat King Cole. Poi, con una corsa in taxi, si raggiunge la base, Harlem. Prenotare un tavolo al Minton’s è il massimo. Sgranocchio la mia crab cake ascoltando, questa volta, la voce di Vanisha Gould. Peccato che Woody Allen in questo momento sia impegnato nelle riprese, perché è il suo quartier generale: vi suona regolarmente il suo clarinetto, circondato dalla New Orleans jazz band da più di 35 anni. Lo stesso Woody, ancora giovane, raccontava le sue angosce esistenziali a Miles Davis: «Un giorno sarò capace di far ridere e di suonare il clarinetto come un dio?». La risposta beffarda del grande Miles: «Certo che farai ridere». Dopo l’ora sacra passata al Minton’s, la notte non è finita. «Primo arrivato, primo servito», proclama l’insegna del Village Vanguard, non bisogna lasciarsi superare. L’impressionante trombettista Wynton Marsalis qui è di casa, come John Coltrane prima di lui. Sogno ad occhi aperti, aspettando davanti alla porta. Negli Anni 50, dalla Bentley guidata dalla baronessa Pannonica “Nica”de Koenigswarter, che scivolava silenziosa lungo la 8a Avenue, spuntava Thelonious Monk. Lei, vacillando un po’ sulla stretta scala che scende nel seminterrato – perché il Vanguard è un seminterrato – indossava quella strana pelliccia di visone che la infagottava tutta. Unica bianca in un mondo di neri, la sensibile baronessa con la passione per il canto divenne l’amica fidata dei jazzmen e la loro indispensabile biografa, attraverso centinaia di scatti della sua Polaroid. Protegge questi talenti maltrattati dagli Anni 50, riempie loro il frigo, li toglie dai locali squallidi, li ospita nella sua grande casa: Cathouse. Charlie Parker vi si rifugia per morire, Thelonious Monk vi soggiorna per anni con la sua famiglia. La ricca discendente del ramo inglese dei Rotschild si batte a suo modo contro la segregazione, per il riconoscimento di questi geni, contro i pregiudizi e le leggi che impediscono loro di suonare se gli si revoca la carta del club. Dove sei oggi, Nica? Forse nelle note che si nascondono tra le dozzine di brani scritti per te: Pannonica di Thelonious Monk, Nica di Sonny Clark, Tonica di Kenny Dorham… Mentre aspetto che il portiere del Vanguard mi faccia entrare, ripenso anche a Sonny Rollins o a Roy Elridge, che hanno espresso il desiderio di essere visti solo come artisti, non jazzisti, nella speranza che il jazz passasse infine in “prima classe”. Sognavano sicuramente di sesso e denaro (come volergliene) e a volte, per ridere, della Bentley di Nica.

Un’intera epoca
All’epoca la discriminazione razziale faceva molti danni negli Stati Uniti – ufficialmente fino al 1964, ma in realtà ben più a lungo. Una generazione di giovani tentava di annegarne gli effetti deleteri nella marijuana, nella coca, nell’alcol, nei libri e nella musica. Le minuscole strade grondanti di note limpide attiravano poeti e artisti, tra cui Jack Kerouac, William Burroughs, Allen Ginsberg e Jean-Michel Basquiat, che andava pazzo per il bebop ed era un fan di Dizzy Gillespie, fonte d’ispirazione per i suoi disegni. Colto, non rasato, drogato fino al midollo, al verde, il gruppo si agglutina davanti ai club, buttato con noncuranza sui sedili della Cadillac verde mandorla. L’autoradio a tutto volume riscalda la strada sulle note di Sarah Vaugan, di Count Basie o di “Chu” Berry, mentre sul palco lacrime e sudore si preparano a irrompere nelle cascate di accordi forsennati di Art Blakey o Thelonius Monk, come racconta Jack Kerouac, che aveva anche assistito a un concerto di “Bird” – Charlie Parker – scrivendo queste parole: “fa lavorare i grandi polmoni e le dita immortali; quei suoi occhi distanti e curiosi e umani…”. Artisti neri da un lato, spettatori bianchi dall’altro. Persino la mafia ha avuto il suo momento jazz negli Anni 30, quando aveva il Connie’s Inn, che ha visto sfilare Fats Wallers, Billie Holiday o Louis Armstrong. Gestito da gangster, il Barron Wilkins’ Exclusive Club, un club privato di Harlem per soli neri, impone completo e cravatta al personale, cosa che si addice perfettamente a Duke Ellington. Quest’ultimo ingaggia Bubber Miley e quel pazzo di Sidney Bechet per far risorgere l’autentico groove degli Stati del Sud. Davanti al successo, l’istituzione di Harlem si fa soffiare da sotto il naso Duke dal Cotton Club. Malgrado la discriminazione impietosa imposta dalla mafia, il Cotton è un trampolino, che permette a Duke e alla sua orchestra di registrare dei dischi jungle dal timbro africano, come Black and Tan Fantasy. «Senza la segregazione sarebbe esistito il jazz?» si domanda Michel Jules. «Chi lo sa, ma in parte la creatività è dovuta alla sofferenza». Infuriano battaglie insensate che durano ore, talmente intense da mettere il pubblico ko.

Tempi moderni
Nel 2019, queste leggende alimentano ancora i fantasmi. I turisti vengono a ingrossare le file dei club più famosi. Belli ordinati, questi luoghi un tempo febbrili, a inizio serata offrono un jazz placido, ascoltato in religioso rispetto. Lo stesso che ammanta i concerti di musica classica, alla quale il jazz di oggi tanto vorrebbe somigliare. Di fatto, il jazz non troppo perbene riscalda le sue braci a orari sconvenienti. Quando il borghese si è riportato sull’upper east side, le jam session si scatenano fino all’alba. Incredibile, in questa città dove si paga qualunque cosa, l’ingresso è free. Si formano gruppi sul momento tra musicisti di tutti i livelli che non sempre si conoscono. Si folleggia sugli standard, si lanciano occhiate e sorrisi per sincronizzarsi o improvvisare un assolo. Momenti di grazia notturna, di passione felice, dove in sala come sul palco, a restare sono soltanto i musicisti.