John Margolies

Souvenir dall’età dell’innocenza

Il fotografo ritrasse le costruzioni a bordo strada più bizzarre degli Stati Uniti. Pompe di benzina a forma di teiera, insegne kitsch, motel, drive-in, dinosauri: gli 11 700 scatti, resi disponibili online dalla Library of Congress, sono un viaggio nell’immaginario on the road tra Anni 60 e 70.

di Cecilia Falcone  foto di John Margolies

L’indicazione di Quentin Tarantino per i designer di produzione del film C’era una volta a Hollywood, intenti a ricostruire il paesaggio losangelino di fine Anni 60, è stata: “Immaginate un bambino di 8 anni seduto sul sedile posteriore di un’auto: che cosa vedrebbe dal finestrino?”. In questo ricorso alla memoria fanciullesca di un viaggio on the road c’è l’essenza della cultura americana, la stessa che anima l’immenso archivio fotografico di John Margolies. Per più di trent’anni il critico dell’architettura ha percorso le strade degli Stati Uniti per immortalare le insegne bizzarre, le pompe di benzina costruite a forma di aereo, o cappello, o stivale, le riproduzioni gigantesche di dinosauri, bufali e scampi, i drive-in, i diner e i motel eccentrici, stagliati sul bordo desolato delle statali come attrazioni dimenticate da un circo di passaggio. Ma la loro esistenza non era affatto casuale: la gara alla decorazione più kitsch e sorprendente era l’espressione di uno spirito imprenditoriale e fiducioso, legato al business in crescita esponenziale delle automobili e dei servizi correlati. Uno stratagemma per far convergere gente e denaro in luoghi sperduti nel nulla, ma anche un monumento – in senso letterale e metaforico – all’eccezionalità di ogni singola esperienza di viaggio.
L’intera generazione dei boomers si è formata con questo immaginario. Come Tarantino, Margolies ha iniziato il suo progetto attingendo ai ricordi dei viaggi in auto con la famiglia, scanditi dalla carrellata di assurde costruzioni che gridavano al ragazzino che era: Guardami! Guardami!

Così, nei primi Anni 70 ha imbracciato la macchina fotografica – una Canon 35 mm –, ha noleggiato le auto più confortevoli che poteva permettersi – preferibilmente Cadillac – e ha cominciato la sua avventura reportage, che si è estesa per qualche decennio e più di 160 000 km. Ha viaggiato quasi sempre da solo, se si escludono le inseparabili borse frigo per mantenere fresca la pellicola. Il suo lavoro è stato pubblicato in diversi libri, tra cui The End of the Road: Vanishing Highway Architecture in America (1981), Home Away From Home: Motels in America (1995), Roadside America (2010). Ha contribuito a definire i canoni del post-modernismo, supportato nel lungo viaggio di documentazione dal Guggenheim e da importanti associazioni per l’arte americana. L’ultima mostra si è tenuta nel 2015 all’Henry Ford Museum di Washington. Nel 2016, anno della morte di Margolies, la Library of Congress ha raccolto e digitalizzato 11 700 suoi scatti, che ora sono disponibili online.

I soggetti sono i più strampalati, come dicevamo, ma hanno tutti almeno un paio di elementi in comune: il cielo azzurro e la pressoché totale assenza di persone. Era l’intento programmatico del fotografo restituire un’immagine nitida e non sentimentale, non condizionata dall’interazione umana, di quegli artefatti a bordo strada. E per ottenerla attraversava gli Stati dormendo in motel, appostandosi all’alba per gli shooting (“Quando tutto è fresco e nessuno ti disturba”, come ha scritto nella prefazione dell’ultimo libro) e aspettando, nelle giornate meno clementi, che il tempo cambiasse e le nuvole scomparissero.
Nato a New Canaan, in Connecticut, nel 1940, Margolies già a 13 anni aveva sviluppato un certo senso per l’osservazione documentale e stilato una lunga lista dei diversi marchi di benzina incontrati nel tragitto verso Orange Beach. Questo interesse è sfociò in una laurea in giornalismo e storia dell’arte all’Università della Pennsylvania. Ha scritto su riviste di architettura e nel 1970 ha fatto parlare di sé organizzando una mostra su Morris Lapidus, architetto neo-barocco che ha reinventato i resort di Miami. Era la prima smaccata rivolta nei confronti del buon gusto mainstream; poco dopo ne seguì una seconda: un saggio inneggiante alle meraviglie del Madonna Inn, l’hotel di San Luis Obispo, California, famoso – ora – per il design a metà tra uno chalet svizzero e i casinò di Las Vegas.
Margolies è stato un visionario e un anticipatore: oggi la sua dedizione verso gli aspetti più giocosi, originali e apparentemente secondari dell’architettura americana è diventata la base di un patrimonio nazionale, una memoria da conservare e condividere. L’ha spiegato bene in un’intervista al The Globe and Mail, quotidiano canadese, nel 1987: “La gente pensa che una cosa importante debba essere grande, un vero monumento. Considerano importante il Municipio di Toronto, ma non le meravigliose stazioni di servizio a forma di castello di gnomo che ci sono in città, un’influenza che da Detroit ha strisciato attraverso il confine e ha inquinato il vostro bellissimo ambiente conservatore”. La personalità unica, l’individualità espressiva di quei pezzi di artigianato, di vernacular architecture, come la chiamano gli anglosassoni, un’architettura spontanea e locale, è stata in gran parte cancellata dalle super highways e dai centri commerciali tutti uguali, riprodotti in scala in ogni parte del mondo. L’ironia vuole che ora milioni di neo-fotografi, gli Instagrammer globali, sarebbero pronti a macinare chilometri per un selfie saturo di colori davanti a un benzinaio a forma di teiera.
Quando Margolies scattava, non era ancora in voga il termine “Americana” : quello che nella moda, nella musica, in letteratura designa gli elementi più rétro, popolari e – perché no – pacchiani della tradizione statunitense. Oggi è un trend, che accompagna il bisogno di recuperare qualcosa dello spirito perduto, soprattutto mentre gli Stati Uniti affrontano l’emergenza socio-economica e il tono delle elezioni presidenziali non fa certo pensare a un futuro radioso. In questo contesto, le immagini “out of the blue” di Margolies sono come messaggi spensierati dall’età dell’innocenza. Un souvenir perfetto, come i gagliardetti in feltro, le cartoline e i sottobicchieri vintage, che il fotografo ha collezionato per una vita, nella sua casa di Manhattan.