Luca Natali Stradivari

La musica nel sangue

Incontro al castello con l’ultimo discendente del leggendario liutaio. Tra improvvisazioni al pianoforte, souvenir rivoluzionari e viaggi sentimentali intorno al mondo.

di Cecilia Falcone foto di Mattia Balsamini

Incontrare l’ultimo erede di Antonio Stradivari, leggendario creatore di violini, è una full immersion nei misteri e nell’evoluzione della musica. Luca Natali Stradivari, talento del pianoforte e compositore, a 28 anni ha già all’attivo concerti in giro per il mondo, da Londra a Shanghai, e a settembre esce con Il Re pazzo (Milano Dischi – Stradivarius), cd che raccoglie le sue composizioni per piano e archi. Ci accoglie nella residenza di famiglia, il Castello Stradivari a Castell’Arquato, vicino a Piacenza, dove in questi mesi sta lavorando anche a un’altra creazione: «Sto costruendo uno Stradivari, un Luca Stradivari!», scherza, mentre ci mostra le parti di un violino in progress. «Ci vogliono diversi mesi, ma l’ho quasi finito. Il violino è come una persona, ha bisogno di abbronzarsi, ora per una settimana deve stare sotto a delle lampade speciali, per far scurire il legno. Poi seguirà una serie di trattamenti, chiamata “la preparazione”, che è uno dei segreti di Antonio Stradivari: lui preparava il legno con vari strati di vernice, non solo per migliorarne l’estetica ma anche la conservazione. Sono tecniche inserite nella tradizione Settecentesca, che lui ha avuto la genialità di portare a perfezione e che poi sono andate perse nell’Ottocento, dando vita a miti e teorie. Ma a Cremona ci sono ancora maestri liutai come il mio, Daniele Ciaccio, che le conoscono e le insegnano a bottega come una volta, non per soldi ma per condividerne la bellezza».
Il giovane Stradivari ci accompagna attraverso le stanze del castello, un suggestivo palcoscenico pieno di pezzi d’arte e richiami simbolici ad antichi saperi – compreso un soffitto che lui stesso ha affrescato con il motivo del toro etrusco e che «mi è costato un mese di agopuntura per il mal di schiena» –, da cui emerge la sua romanzesca storia familiare. Racconta che solo due figli di Antonio hanno proseguito con l’artigianato e, dopo il ’700, il tratto distintivo dei suoi avi è stato piuttosto la passione artistica, insieme a un certo spirito rivoluzionario. «Sono molto legato alla parte risorgimentale della mia famiglia, meno conosciuta. Cesare Stradivari era il medico chirurgo personale di Garibaldi e direttore del giornale L’indipendente dell’alto Po, un combattente: quando viene deluso dall’Italia che Mazzini sta creando, si ritira nelle valli piacentine, diventa un pioniere delle vigne in zona, scrive un libro sull’allevamento dei bachi da seta e contribuisce anche a scrivere il libretto per l’opera I Promessi Sposi di Amilcare Ponchielli. A Castell’Arquato c’è ancora una sua stele che recita “Morì nemico di ogni tirannide, sacerdotale o regia”. Anche Pietro ed Enrico partecipano ai moti per l’indipendenza. Il figlio di Cesare, Libero, più snob ed esteta, reduce dalle campagne militari, sposa una ricchissima donna ungherese di discendenza nobiliare e a cavallo tra ’800 e ’900 fa costruire il castello, in chiave medievale. Mio nonno, Mario, era avvocato, e forse proprio per questo doveva sfogarsi: restano negli annali le feste e le rappresentazioni teatrali che ha organizzato in queste sale. E, per diletto, faceva anche il direttore d’orchestra. Mia madre Antonia è un’attrice accademica, sono cresciuto ascoltando le opere e interpretandole insieme a lei, come in un gioco. So praticamente le parti di Don Giovanni e Leporello a memoria. Una famiglia di pazzi».
Non stupisce quindi che Stradivari Jr., cresciuto in un ambiente culturalmente così esplosivo, a 13 anni abbia iniziato a suonare il violino (anche se lo attribuisce alla visione del film Master & Commander. Sfida ai confini del mare con Russell Crowe) e poi un numero indefinito di altri strumenti, abbia scritto poesie pubblicate dalla storica casa editrice Pulcinoelefante, abbia studiato Etnomusicologia, lasciandosi affascinare dalla cultura asiatica, dal Gamelan balinese e dal Kūnqǔ, una delle più antiche forme di opera cinese. E presto ha iniziato a sentire che Cremona, la città d’origine, gli stava stretta. Cosa considera oggi casa? «Gli affetti. E mi sento a casa nel bosco, in qualsiasi bosco. O quando compongo al pianoforte e mi ritrovo. E casa è anche la Cina. Quando sono là va tutto bene e ho un rapporto particolare con i suoi abitanti: si tende a pensare che non concedano facilmente l’amicizia, ma nel mio caso è il contrario. Ho conosciuto dei ragazzi cinesi mentre ero all’università e intuitivamente ho legato con loro, è stata la mia testa di ponte per andare a lavorare là, e mi sono reso conto che capivano la mia musica come se l’avessero scritta loro. In Cina ho scoperto con sorpresa di poter avere successo senza bisogno di creare prodotti commerciali, continuando a sperimentare linguaggi musicali originali. Mi affascina molto anche la loro lingua, la scrittura per immagini, i caratteri, le parole composte: per esempio “treno” è “la macchina di fuoco”, mi fa impazzire. Adesso so tenere una conversazione in cinese e quando mi dicono “ma non è difficile?” penso: “ha mai tradotto una versione dal greco? Il verbo einai ha dieci pagine sul Rocci!”. Il cinese è molto più facile».
Quando non è impegnato in concerti dall’altra parte del mondo, l’import-export (come lo chiama giocosamente) continua, grazie alle masterclass per studenti internazionali che tiene in collaborazione con diversi conservatori italiani. Alla base del suo insegnamento c’è la convinzione che «l’essere umano è per natura armonico e musicale, è un istinto che devi semplicemente tirare fuori, senza pressioni e preconcetti». E ci sfida: «Volete venire al piano? Scommettiamo che in dieci minuti riuscite a suonare qualcosa?». Noi preferiamo osservare lui, mentre si lancia in un’improvvisazione senza neanche guardare i tasti e girato di tre quarti verso di noi, come fa in concerto. «Io sono nato per suonare il piano, le cose migliori che ho scritto sono nate quando non mi esercitavo da mesi. Se sembro distratto è per dimostrare che non importa quello che suoni, non importa la nota, se sbagli o meno, il mio obiettivo è esprimere e creare una relazione quasi personale con il pubblico. In un secondo, instaurare un rapporto intimo con degli sconosciuti, perché l’arte è la cosa più intima che ci sia», chiarisce.
E se le restrizioni per arginare il Covid non favoriscono lo scambio di emozioni, Stradivari le elabora a modo suo, lavorando in questi giorni a una nuova composizione, dal significativo titolo Inferno. «Per il 700esimo anniversario di Dante ho pensato di interpretare la cantica della Divina Commedia in chiave moderna, stilando dei parallelismi tra le bolge dei dannati e la nostra percezione degli ultimi due anni di pandemia: anche noi siamo stati divisi per categorie, l’individuo è sparito e con lui le intenzioni. Ho cercato di esprimere questi concetti con una formula di cinque note che si ripete e crea un’onda di compressione. È la descrizione, più semplice possibile, di quello che molti di noi hanno vissuto, in particolare i musicisti, nella speranza di una catarsi collettiva. Anche se non so se verrà mai eseguita perché in Italia, il Paese dell’arte, sono stati riaperti prima gli stadi degli auditorium…», spiega con amarezza. Già lo scorso dicembre aveva dato vita a una provocazione poetica, insieme al fotografo August Columbo, inscenando un concerto senza strumenti, sotto la neve, davanti ai cancelli chiusi del Museo del violino di Cremona. La notizia era rimbalzata sui quotidiani locali, ma non aspettatevi di vedere questa o altre performance di Luca Stradivari sui social. Già solo contattarlo è un’impresa da investigatori. «Quando le persone realizzano che non sono su Facebook o Instagram, mi rimproverano di essere fuori dal mondo. Invece penso che sia proprio perché non ho una realtà virtuale che sono ben presente nel mondo. Vedete com’è attuale l’idea platonica, il dualismo tra il mondo delle idee e il mondo reale? La gente ha scoperto che per far soldi basta puntare su ciò che abbiamo tutti in abbondanza, me compreso, cioè l’ego. Queste piattaforme virtuali lo enfatizzano, e così ora tutti vogliono essere influencer. Ma di Chiara Ferragni ce n’è una sola e io la apprezzo molto (è anche una compaesana cremonese), perché ha segnato una strada non ancora battuta, ha trovato l’idea originale, ma poi basta, quelli che vengono dopo sono delle copie mediocri. E c’è un altro punto: ciò che è oscuro è molto più affascinante, spiegare è limitare l’altra persona e anche te stesso. Pensate a Shakespeare: non abbiamo ancora capito chi era, forse il conte di Oxford. O ad Antonio Stradivari, un personaggio indefinibile e per questo ancora più interessante. Togliere l’ego dall’equazione è un concetto asiatico antico, bello. E poi è così che nascono le leggende», sorride.