L’estate del 1969

La versione di John

La morte di Brian Jones, Easy Rider, Charles Manson e Woodstock: gli eventi che, 50 anni esatti fa, hanno cambiato il mondo visti attraverso gli occhi di un testimone d’eccezione.

di Ezio Guaitamacchi

Londra, 21 luglio 1969 – Studi della Emi a Abbey Road. “Ciao John, bentornato… Anche tu hai fatto le ore piccole?”. Geoff Emerick è il fonico di fiducia di George Martin, il produttore dei Beatles. Lavora con i Fab Four dal 1966, da quando, appena ventenne, aveva impresso il suo marchio all’album Revolver. È lui ad accogliere Lennon che, nonostante gli occhiali da sole, non riesce a celare il bisogno di sonno. John, lì per unirsi ai Beatles e registrare una canzone promessa a Timothy Leary, era rimasto alzato sino alle 5 del mattino. Come altre centinaia di milioni di persone aveva visto Neil Armstrong mettere piede sulla Luna. Per John, si trattava dell’ennesima emozione di un anno eccezionale. A fine gennaio, con Paul, George e Ringo, aveva suonato sul tetto della Apple Records, a Savile Row, per quella che sarebbe stata l’ultima apparizione pubblica dei Beatles. In marzo si era sposato a Gibilterra con Yoko Ono e in aprile, insieme a lei in un hotel di Montréal, aveva dato vita al “bed-in” di Give Peace A Chance prima di registrare The Ballad of John and Yoko a Abbey Road. In quegli stessi giorni, Lennon continuava a fare progetti con Brian Jones, il biondo fondatore dei Rolling Stones, colui che aveva inventato il nome del gruppo e messo a punto la loro miscela di rock e blues. Ma poi Mick e Keith avevano preso il sopravvento su tutto: gestione e direzione della band, composizione dei brani, persino ascendente sulle fan. Anita Pallenberg, fascinosa fidanzata di Brian, era passata da un giorno all’altro nelle braccia di Keith Richards.

“Quei due bastardi mi stanno fregando tutto”, aveva confessato Jones a Lennon, “prima la musica, ora la compagna… ma una cosa non potranno mai portarmi via: il marchio The Rolling Stones”. Secondo la legge inglese, infatti, il copyright è automatico da quando è di pubblico dominio. E tutti sapevano che il nome “The Rolling Stones” era un’idea di Brian. Per questo, a metà giugno, quando con un comunicato stampa si annunciava che Jones non era più parte del gruppo, una delegazione degli Stones e del loro management si era recata nel Sussex, alla Cotchford Farm, la villa appartenuta a A. A. Milne (il creatore di Winnie Pooh) che Brian aveva acquistato nel 1968. Lì gli “emissari” degli Stones erano giunti con una proposta irrinunciabile: un acconto e un vitalizio milionario in cambio dell’uso del nome Rolling Stones. “Non potrà mai esistere una band chiamata The Rolling Stones senza di me”, aveva risposto seccamente Brian Jones. Due settimane dopo, il 3 luglio, il suo corpo veniva trovato sul fondo della piscina della Cotchford Farm. Nessuna autopsia e nessuna inchiesta avrebbero mai chiarito causa e dinamica della morte. Di una cosa, però, tutti erano certi: Brian Jones era un nuotatore provetto.

“Anch’io sono stufo delle dinamiche dei Beatles”, continuava a ripetere John a Brian, “è ora che facciamo per conto nostro”. E così i due avevano registrato un brano insieme e si vociferava che anche Jimi Hendrix fosse della partita… Poi Lennon aveva deciso di acconsentire a un ultimo album con i Beatles. Prima però, si era preso qualche giorno di vacanza con il primogenito Julian, l’amata Yoko e la figlia di lei Kyoko. La famiglia Ono-Lennon era nelle Highlands scozzesi quando la Austin Maxi guidata (male) da John aveva sbandato ed era finita fuori strada. Uno spavento, qualche punto di sutura e tre giorni di degenza; in ospedale Lennon era stato raggiunto dalla notizia della morte di Brian. Non ci poteva credere… così come non poteva credere ad altri eventi che sarebbero capitati di lì a poco…

Qualche settimana prima, si era rifatto vivo Peter Fonda, l’ultimo rampollo della “royal family” hollywoodiana, capitanata dal padre Henry e dalla sorella Jane. Nell’estate del 1965 in una villa del Benedict Canyon, come raccontato da Lennon in She Said She Said, Peter aveva condiviso un’esperienza allucinogena a base di Lsd con i Beatles. Ora aveva realizzato il suo sogno cinematografico: un “road movie” psichedelico, un “coast-to-coast” motociclistico alla ricerca della libertà. Easy Rider, prima pellicola con una colonna sonora rock, si stava affermando nella “nuova Hollywood”, certificava lo status di regista/attore di Dennis Hopper e lanciava la stella Jack Nicholson. Aveva già vinto la Palma d’Oro a Cannes, debuttato negli Usa e stava per sbarcare in Europa. Fonda voleva invitare John alla première del film ma, purtroppo, dalla California, non arrivavano solo “buone vibrazioni”. Qualcuno aveva informato John che, proprio nello stesso Benedict Canyon in cui lui e George avevano sperimentato paradisi lisergici, le canzoni dei Beatles erano state usate come colonna sonora di omicidi efferati. L’8 agosto, nella villa di Cielo Drive di proprietà del regista Roman Polánski, c’era stata una strage. Sua moglie Sharon Tate, nuova stellina di Hollywood (26 anni, incinta di otto mesi), i suoi amici famosi Jay Sebring (il parrucchiere delle star), Wojciech Frykowski e l’ereditiera Abigail Folger erano stati trucidati insieme al giovane guardiano della villa. Sulla porta di casa, scritta con il sangue, la parola “pig”. La sera dopo, un altro omicidio, con lo stesso rituale. Questa volta, era toccato a una coppia “normale”: i coniugi Leno e Rosemary LaBianca. Ma i simbolismi erano ancora più inquietanti: sul ventre di Leno era stata incisa la parola “war”, su un muro di casa “death to pigs” e sulla porta del frigo “helter skelter”: tutte frasi tratte da The White Album dei Beatles. La polizia brancolava nel buio. Molti sapevano che la villa di Cielo Drive era teatro di festini a base di droga e sesso estremo tanto che Polanski, mentre la giovane moglie incontrava i suoi efferati assassini, era a Londra a spassarsela con la bella Michelle Phillips dei Mamas & Papas. “Roman era sicuro che l’autore della strage fosse il marito di una delle donne che avevano fatto sesso con lui, forse proprio John Phillips”, aveva detto il suo amico Peter Lawford, cognato dei Kennedy e membro del “rat pack” di Frank Sinatra e Dean Martin. Il 18 luglio era stato proprio Lawford a informare Lennon che anche il senatore Ted Kennedy aveva avuto un incidente automobilistico su un’isola attigua a Martha’s Vineyard. Nell’auto, finita in acqua, era morta la sua segretaria (e non solo…) Mary Jo Kopechne. Fine della carriera politica: la “maledizione dei Kennedy” aveva colpito ancora.

Intanto, in California se la polizia indagava tra spacciatori e divi dello show biz, il colpevole degli omicidi Tate-LaBianca era qualcun altro. Charles Manson, un ex-carcerato ossessionato dai Beatles e alla disperata ricerca di popolarità, era riuscito a plagiare una ventina di adolescenti scappati di casa che aveva trasformato nella sua fedelissima ”family”. Manson era riuscito a entrare in contatto con i Beach Boys e altri personaggi della controcultura rock californiana: da Neil Young ai Mamas & Papas. Ma non era riuscito a piazzare le sue canzoni. Riteneva di essere stato preso in giro e cercava giustizia: incoscienza e droga avevano fatto il resto. Catturato, Manson era diventato il mostro da prima pagina, la prova che la controcultura hippie era un pericolo tanto che, per la prima volta nella storia, un Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, avrebbe dichiarato in tv che Manson era un assassino prima del verdetto. Eppure, tutto ciò non sarebbe stato sufficiente a fermare la rivoluzione. Una settimana dopo le stragi della Manson Family, mezzo milione di giovani si ritrovava a festeggiare la prima “tre giorni di pace, amore & musica” di sempre, la madre di tutti i festival rock: Woodstock. Lennon sapeva tutto perché Artie Kornfeld, uno dei due organizzatori del festival nonché ex-discografico della Capitol, era un suo amico e gli aveva chiesto di partecipare. Ma John e Yoko, dopo essere stati arrestati a Londra per possesso di stupefacenti, avevano problemi a ottenere il visto per gli Usa. In compenso, da The Who a Jimi Hendrix, da Joan Baez a Janis Joplin, passando per la più eccitante novità rock di quell’estate, il super gruppo Crosby, Stills, Nash & Young, in tanti erano della partita. E nonostante poche settimane prima dell’evento la città negasse l’autorizzazione, costringendo gli organizzatori a trasferirsi a Bethel nella fattoria di Max Yasgur, nonostante le strade bloccate che avevano costretto pubblico e artisti a raggiungere il Festival con mezzi alternativi, nonostante un violento acquazzone che trasformò il luogo del festival in area disastrata provocando ritardi enormi nella scaletta, il “Woodstock Music and Art Fair” entrò nella leggenda. Conosciuto grazie al film/documentario di Michael Wadleigh, vincitore di un Oscar, il suo spirito libertario, pacifista e alternativo, la sua musica vivono ancora oggi. Perché, proprio come diceva John Lennon: una buona idea non muore mai.