May Parlar

La geografia della memoria

Nata a Istanbul, cresciuta a New York, e ora di base a Berlino, la fotografa e video-artista riflette, partendo dalla sua biografia, sui nuovi nomadismi della contemporaneità. La direzione verso la quale ci muoviamo, e soprattutto i ricordi che ci lasciamo alle spalle, diventano così protagonisti di due serie che indagano il rapporto con il nostro passato, e il futuro che verrà. Stivali in gomma e camicie puntellano spiagge e foreste della Cambogia e dell’Argentina, in un nuovo atlante dei ricordi illustrato e alienante.

di Giuliana Matarrese

Cosa accadrà a tutti quei ricordi che finiranno per essere dimenticati? Con la serie di scatti Once I fell in time la fotografa May Parlar indaga sul significato d’identità, percezione e appartenenza.
Fotografa e video artist che vive tra Istanbul, Berlino e New York, si è laureata in architettura e in design sostenibile. Al centro del suo lavoro c’è l’interesse di esaminare la condizione umana in rapporto a tutto ciò che è venuto prima e, soprattutto, quel che sarà poi.
In questo suo ultimo progetto ha fotografato una serie d’installazioni temporanee di oggetti sospesi in differenti contesti e paesaggi naturali. I materiali scelti, e che fanno parte del reame della quotidianità, come stivali di gomma, camicie o palline, sono disposti secondo degli schemi curvilinei, seguendo o entrando in contrasto con ciò che li circonda.
Gli oggetti rappresentano le persone e i ricordi che verranno dimenticati, ma non per questo perduti per sempre: in un moto (ovviamente) circolare, torneranno indietro, verranno riciclati, pronti per diventare di qualcun altro.

La formazione accademica di Parlar è qui utilizzata per creare uno sfondo che informa la natura del suo lavoro fotografico. In Once I fell in time gli oggetti protagonisti sono infatti giustapposti a spiagge, foreste e terreni rocciosi. La serie mette in discussione le nozioni di identità, percezione e appartenenza, tanto più fondamentali e in costante mutamento in una contemporaneità globale, che, nonostante certe politiche nazionaliste, rifugge sempre di più la classica idea di confine. Parlar usa l’immaginario per cercare un significato nella coscienza e nella condizione umana.
«Tutti coloro che mi hanno camminato davanti per centinaia di anni su queste strade, tutti i ricordi che hanno raccolto, e le loro lacrime, e la loro gioia, tutto il loro amore, dolore e sofferenza… Dove sono?», chiede la fotografa. «Nella serie Once I Fell In Time» – spiega l’artista – «catturo oggetti mondani in movimento, in luoghi che sono legati a certi ricordi della mia vita (come la strada su cui mio nonno una volta camminava o la spiaggia su cui giocavo a pallone da bambina) per esaminare dove i ricordi esistono, una volta che si smette di ricordarli, se non sugli oggetti e sui luoghi a cui sono attaccati. I ricordi, la loro esistenza ripetitiva e i loro effetti sulla psiche individuale e sociale sono il tema ricorrente nel mio lavoro».

Collective Solitude, che le è valsa l’ingresso nella shortlist dell’Aestethica Art Prize del 2019, è invece una serie di autoritratti che esplorano le nozioni di essere, appartenenza e alienazione. La maggior parte delle immagini della serie sono esposizioni multiple o composite (cioè cornici multiple messe insieme), che mostrano il “sé” come un concetto in continua evoluzione, a volte dividendosi in multipli e reinventandosi continuamente a seconda dell’ambiente circostante, seguendo una tematica, quella del doppio, che ha affascinato scrittori, artisti e psicologi, da Italo Svevo a Sigmund Freud.
Le immagini sono state realizzate in diverse parti della Cambogia, Argentina, Germania, Turchia, Spagna, Stati Uniti e Grecia. Geolocalizzando un’esperienza umana che, come il suo lavoro, non conosce nazionalità, ma solo luoghi che appartengono alla memoria, più che alla geografia.