Metropolis

Terra chiama Luna

Orizzontali, molecolari, osmotiche, coltivabili, robotiche, altamente ingegnerizzate, policentriche e verdi. Come migrazioni, cambiamenti climatici e pandemie stanno cambiando le nostre città: gli habitat dove entro il 2050 vivrà il 75% dell’umanità di tutto il Pianeta

di Stefano Cardini

È il 1973 quando Gerry e Sylvia Anderson girano il film Spazio 1999, la risposta europea a Star Trek. In un futuro immaginato intorno alla fine degli Anni 90, la Terra, a causa dell’inquinamento globale, costruisce sulla Luna una base chiamata Alpha, dove alcune centinaia di persone si occupano della gestione delle scorie nucleari stoccate nell’emisfero nascosto del satellite. Fino a quando una deflagrazione atomica provoca il distacco della Luna dalla sua orbita costringendo la base a vagare in cerca di un pianeta dove dare inizio a un nuovo futuro. Scongiurando catastrofi nucleari e angoscianti viaggi interstellari, si può dire che è sulla Luna, se non su Marte, che anche gli architetti stanno cercando di recuperare, come l’Orlando furioso dell’Ariosto, il senno delle nostre città sovraffollate, inquinate e per il 30% ridotte a slum. Niente paura: non saremo per forza costretti ad andarci ad abitare a cavallo di uno dei razzi della SpaceX del multimiliardario Elon Musk. Ma di fronte alla prospettiva di una popolazione urbana mondiale destinata a crescere ogni anno di circa 60 mln di persone, il 75% delle quali nel 2050 secondo l’Onu vivrà in città, l’imperativo progettuale diventa imparare a vivere sulla Terra facendo economia delle sue risorse come se fossimo in un ambiente molto meno ospitale, come la Luna, appunto, o Marte.

Meno megatorri, più open space
Sherpa nella nostra indagine sulle città future è Alessandra Coppa, che al tema ha di recente dedicato Architetture dal futuro. Visioni contemporanee sull’abitare (24 Ore Cultura, 2020), dal quale The Good Life ha selezionato le immagini di queste pagine. La prima domanda da farsi è se e che cosa la pandemia cambierà nel nostro modo di progettare le città. La crisi sanitaria in corso, infatti, è un effetto collaterale sull’ambiente dello sviluppo demografico, della densificazione urbana e della mobilità globale. Mentre il lockdown ci ha costretti a ridurre i consumi energetici e l’inquinamento atmosferico accelerando un percorso di responsabilizzazione verso il Pianeta già in atto. «La densità e la verticalità perseguita da anni dagli urbanisti per preservare l’ambiente si presenta ora come un nemico da combattere», spiega Coppa, «poiché è accusata di essere la principale causa del contagio insieme alla commistione malgestita tra ambiente extraurbano e urbano».
È necessaria, quindi, una nuova attenzione verso una densità compatibile con lo sviluppo sostenibile e il rischio di pandemia. Il nostro modo di stare insieme, quindi, prosegue, «sarà d’ora in poi dettato dai cambiamenti nel nostro comportamento dovuti ai “gesti barriera” e alla necessità di stare più a lungo in casa». Quest’ultima diventa così un “dispositivo”, come quello già prefigurato da Ugo La Pietra e da Tokyo Ito: uno spazio fisicamente minimal, ma potenzialmente infinito, con ambienti polifunzionali capaci di ricoprire e ibridare più funzioni, eventualmente per durate limitate di tempo. Spegneremo forse definitivamente i riflettori verticali sulle torri firmate da archistar come capolavori d’arte, fallici totem attorno alle cui icone abbiamo per anni fatto danzare le nostre fantasie progettuali più sfrenate, per accenderli orizzontalmente su spazi pubblici capaci di integrarsi con quelli privati e consentirci di vivere al chiuso o all’aperto senza rischiare il contagio: ambienti semichiusi o semiaperti, trasparenti, osmotici, areati e illuminati dalla luce naturale. “Mai sprecare una crisi”, d’altronde. La frase è di Rahm Emanuel, ex sindaco di Chicago, citato da Carlo Ratti, tra gli architetti di cui Coppa ha raccolto i pareri. E così, lo studio omonimo ha ideato, insieme a Italo Rota, Cura: un’unità di terapia intensiva in container facile da produrre e spostare in giro per la città. I disegni, disponibili in rete open source, sono già stati usati da alcuni Paesi per l’emergenza, dal Canada agli Emirati Arabi.

Arcipelaghi tra città e natura
Prima vivere, poi filosofare, dicevano gli antichi. D’accordo. Non vorremmo però ripensare le nostre città soltanto a misura di vibrione. Messa in sicurezza la pelle, dovremo pur darci un motivo per farne qualcosa di buono. Un modo non scontato sarà coltivare orti e viti, che riportaranno in città terra, acqua, prati, campi e alberi divora-CO2, o scalare con giardini pensili i palazzi e le torri ai quali non potremo del tutto rinunciare, se non vogliamo che le nostre città si espandano “dal Manzanarre al Reno”, come direbbe Manzoni, con quell’effetto da informe alveare postatomico chiamato sprawl. Niente paura: non saremo costretti a zappare tra una sessione di Zoom e l’altra boccheggiando sotto una mascherina sanificatrice.
«Il verde urbano è stato considerato fino a oggi un elemento sostanzialmente ancora decorativo. D’ora in poi, invece, deve essere considerato una infrastruttura: come la rete idrica, quella dei trasporti, dell’energia, dei dati digitali…», spiega Coppa. È attorno al ciclo vitale del “verde”, infatti, che le città saranno ridisegnate. E dove la natura non potrà essere reale, sarà digitale, dice Norman Foster, che nel progetto Mars Habitat ha ipotizzato la riproduzione intra muros di fauna e flora, considerate un imprescindibile fonte di benessere in una società che deve attrezzarsi per affrontare più lunghe permanenze in casa, favorite da smart working, e-commerce e spinte dalla pandemia, che sempre secondo Foster purtroppo costringerà alla chiusura almeno un terzo dei piccoli esercizi commerciali oggi disseminati lungo le principali strade delle nostre città. Nella speranza di non ritrovarci troppo spesso a correre in salotto in compagnia dell’ologramma di Bambi, confidiamo in quanti stanno riprogettando gli spazi in chiave green, ma in carne e ossa. Stefano Boeri sottolinea l’importanza di recuperare la molecolarità urbana un tempo tipica dei borghi, capace di garantire nel raggio di 15 minuti servizi raggiungibili a piedi o in bici, e della forestazione, consapevoli che i boschi assorbono il 40% di una CO2 che per il 75% è prodotta proprio nelle città.

Le periferie al centro
Ma non facciamoci illusioni bucoliche: non si tratta di un ritorno a una supposta, poetica semplicità agreste, cui peraltro un cittadino del XXI secolo ha la stessa probabilità di sopravvivere di una panda nel deserto dei Gobi. Gli olandesi di UNStudio profetizzano sensori digitali che misurano dentro e fuori le case e archiviano in cloud dati biometrici, ottimizzando temperature, livelli d’irrigazione, luce, composizione e umidità dell’aria e consumi, per facilitare approvvigionamenti alimentari ravvicinati e automatizzati. Quello che accade fuori da “quella che un tempo chiamavamo città”, per riprendere la formula di Rem Koolhaas, il più influente teorico vivente dello sviluppo urbano, è ormai essenziale. Spiega Manuel Orazi, docente all’Università di Ferrara e direttore della collana di architettura di Quodlibet – che ha appena pubblicato a firma di vari autori Periferie del cambiamento e La città degli orti, dedicati all’entroterra milanese: «Il recupero degli spazi e dei microspazi interstiziali e marginali abbandonati lungo le tangenziali, le ferrovie, le strade e le altre infrastrutture che solcano le enclavi residenziali e industriali dell’hinterland è un processo decisivo per contrastare gli effetti più deleteri dello sprawl urbano». A quel 98% del Pianeta che non è città, ma che del suo sviluppo subisce gli effetti, anche Koolhaas ha dedicato la ricerca, presentata al Guggenheim di New York: Countryside, The Future, un lavoro che non evoca certo impressionistici déjeuner sur l’herbe in stile Manet o romantiche passeggiate nella brughiera leggendo Jane Austen. Le necessità urbane colonizzano e condizionano anche tutto ciò che sta fuori dal perimetro storico delle città, spazi ingegnerizzati che talvolta, anziché a misura d’uomo, sono a misura di robot. Ancora Orazi: «Koolhaas documenta distretti agricoli in Giappone coltivati da droni guidati con sistemi computerizzati, dispositivi impiegati oggi un po’ dappertutto nelle produzioni pregiate, per esempio nelle Langhe. Ma anche “contadini” – se ancora vogliamo chiamarli così – che in Cina vivono in torri di 16 piani e pendolano alla rovescia fra città e campagna. E città-serra olandesi di servizio all’agricoltura, paesini della campagna tedesca ripopolati da rifugiati e attivisti ambientali, villaggi cinesi trasformati in infrastrutture che integrano officine, e-commerce, logistica». Il futuro della città, insomma, lo si vede gettando lo sguardo oltre la sua linea d’ombra e la polarizzazione tra centro e periferia. Per inoltrarsi in quella parte rimossa del Pianeta che non possiamo più ignorare.