MILANO DESIGN FILM FESTIVAL

7° EDIZIONE – MIND THE GAP

L’appuntamento milanese con il cinema e il design ha festeggiato dal 24 al 27 ottobre, con oltre 20.000 presenze, la sua settima edizione, dal titolo Mind the gap. Sotto la regia di Silvia Robertazzi e Antonella Dedini, fondatrici e direttrici artistiche della manifestazione, e grazie alla collaborazione di Porzia Bergamasco, un programma con oltre 50 film è stato l’occasione per incontri, talk, eventi e premiazioni (a partire dalla prima edizione dell’AFA, l’Architecture Film Award), che hanno esplorato le linee di frattura che attraversano il mondo contemporaneo, dall’intelligenza artificiale alla robotica, dagli immani processi di urbanizzazione e gentrificazione ai flussi migratori, fino alla disparità di genere.

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “Google Youtube” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.

La guest curator Alice Rawsthorn, firma storica del New York Times e autrice, tra gli altri, del dissacrante Design as an Attitude ha selezionato con il consueto anticonformismo dieci film, con titoli spiazzanti come L’annèe dernière à Marienbad di Alain Resnais, per ricordare che non serve un film “di design” per parlare di design, anzi. Dopo di lei, hanno completato il panel degli ospiti d’eccezione Rolf Felbahum, Presidente di quel tempio del design che è il Vitra Design Museum, e Peter Greenaway, il regista che ha fatto dell’architettura la forma del cinema e, forse, dell’esistenza. Felbahum e Greenaway hanno aperto e chiuso la manifestazione, che si è svolta negli spazi del Triennale Milano Teatro, per la serata inaugurale, del Palazzo del Cinema Anteo e del Palazzo dei Giureconsulti, ospiti dell’Ordine Degli Architetti. Il Presidente del Vitra Design Museum ha discusso con Stefano Boeri, Presidente della Triennale di Milano, il film Chair Times. A History of Seating, dedicato alla sua spettacolare collezione di sedie. Peter Greenaway, a fianco dello scrittore Gianluigi Ricuperati, ha commentato il film The Missing Nail, ispirato al Cenacolo di Leonardo. Infine, per i 40 anni del gemellaggio tra Milano e Shangai, il professor Shaonong Wei, Preside della School of Design della East China Normal University, ha raccontato al pubblico le trasformazioni in atto nella metropoli cinese, messe a confronto con passato e presente di Milano.

Se questi protagonisti del Festival, con i loro interventi, hanno tributato al design un significativo omaggio di respiro internazionale, ne hanno anche evocato innumerevoli implicazioni di senso.

L’habitat che verrà: l’Infosfera.
Grazie ai numerosi film sull’argomento, il Milano Design Film Festival è stato una piattaforma perfetta per approfondire questioni legate all’intelligenza artificiale e alla robotica (ElevationMore HumanThan HumanThe Truth About Killer Robots) analizzando un mondo che sempre più s’accompagna a robot, droni e a tutto ciò che nell’innovazione deve tener conto di come l’umanità cambia in relazione alle macchine; così come la progettazione, che nell’idea-progetto di De Lucchi vede le stazioni abitative (Heart Stations) come possibilità per nuove forme di relazione, coesistenze di necessità, bellezza e condivisione

Dietro il progetto: lo storytelling.
Raccontare la persona, la passione, il percorso. I film biografici sono quella forma poetica (Rossana, un ritratto di Francesco Clerici) ben accolta dal pubblico di MDFF come nella proiezione di The women of the Bauhaus, un film che riporta alla luce l’oscurità in cui erano confinate le donne del Bauhaus. L’eterna differenziazione tra il sesso forte e il bel sesso, celata sotto un pensiero apparentemente modernizzatore, per troppo tempo ha cercato di rimuovere l’operato e la lotta di donne che, nonostante tutto, oggi si rivelano nella continuità del ricordo della loro produttività e della loro presenza nella storia del design che oltrepassa, di gran lunga, qualsiasi concetto di tridimensionalità, che secondo Gropius potevano raggiungere solo gli uomini. Se durante una proiezione come questa, l’empatia nasce forte ed evidente a prescindere dall’essere del settore o meno (e dall’essere donna o meno), un motivo ci sarà, ed è chiaro a tutti che va al di là del cinema, dell’arte e del design.

Gentrificazione: la crisi della città.
Argomento complesso ma assolutamente centrale che, come apprendiamo dal dossier dell’Onu World Urbanization Prospect 2018, attraversa la problematica di dati concreti sull’aumento della popolazione urbana mondiale di circa 60 milioni di persone all’anno. Così come in crescita è anche la popolazione mondiale che vive in città (con più di 10 milioni di abitanti), che nel 2050 arriverà a essere due terzi della popolazione mondiale. L’attenta analisi di una questione che poi – cinematograficamente parlando – approda al concetto di casa quale rifugio e protezione (The Human Shelter, un viaggio antropologico che esplora la molteplicità di definizione di casa che cambia a seconda delle circostanze) e il corto Non lasceremo Chinatown, dove i protagonisti del documentario raccontano la loro storia e la lotta per non dover lasciare le case in cui hanno vissuto da sempre. Il quartiere e i suoi cambiamenti, attraverso l’osservazione di un imponente processo di gentrificazione, hanno mobilitato gli abitanti della zona, che diventano protagonisti dentro e fuori dal film, presenziando in sala, non come star di una première, piuttosto, come accaniti tifosi di una vicenda per la quale ancora oggi non per tutti è stata trovata una soluzione. Un momento di aggregazione che ha coinvolto il pubblico, sottolineando ancora una volta che il design si può discostare parecchio dall’apparente suono freddo della parola inglese, arrivando anche al sociale, a terreni più bassi, a disegni di altre realtà.

BLOOM: la bellezza come progetto.
La fioritura è movimento verso la crescita e la bellezza che ne può derivare. Antonio Perazzi, paesaggista e botanico, ci accompagna con una selezione di film, denominata Bloom (“fioritura”), che passano, in egual misura, a osservare la delicatezza come potenza distruttiva della natura in relazione all’intervento dell’uomo. Ci aiuta a comprendere come dare forma a ciò che già spontaneamente si crea il suo spazio nel mondo, è un’arte di grande importanza, che sta in ascolto con tradizioni, culture e cambiamenti ambientali che sono anch’essi “gap” ai quali, forse più di ogni altra cosa, oggi dovremmo prestare la massima attenzione. In Between Mountains and OceansI Giardini Del Tè di DanzhangshanL’urlo di VaiaWandering my Gardens sono solamente alcuni dei film selezionati da Antonio Perazzi.

Made in Italy: il sapere nelle mani.
Nel viaggio del festival lascia traccia e ricordo la creatività, la storia e l’artigianalità alla base del successo del design italiano, come nel film Latta e caffè di Antonello Matarazzo che attraverso il racconto del lavoro di Riccardo Dalisi ci parla di tradizioni, di Sud e creatività visionaria che prende vita da un materiale povero come la latta, prestando anche attenzione ai problemi sociali. La tradizione, seppur da un punto di vista molto diverso, arriva anche nella versione appena restaurata dalla Cineteca di Bologna di Ornamento e delitto, unico film diretto da Aldo Rossi, Gianni Braghieri e Franco Raggi, per la regia di Luigi Durissi. Un documento/testimonianza di cui anche il saggio del 1908 di Adolf Loos è ispiratore. Un film sull’architettura che in maniera esplicita, e per passione diretta di Rossi, ha a che fare col cinema grazie al montaggio che vede la citazione di alcuni tra i film apice della sua storia: Senso di Luchino Visconti, Otto e mezzo e Roma di Federico Fellini, Senilità di Mauro Bolognini.

AFA: Architecture Film Award.
Il progetto è ancora tema dominante e un invito all’ideazione che sfocia anche nella nuova iniziativa del premio AFA (Architecture Film Award, a cadenza biennale). Il bando per la creazione di nuove opere filmiche dedicate al design ha visto une numerosa partecipazione internazionale. Grazie a una giuria dedicata, il cui Presidente Maurizio Nichetti ha condiviso la riflessione su cosa sia giusto premiare, se il tema di un film o la sua struttura filmica, si è giunti a una conclusione che ha visto la premiazione di due vincitori, una menzione speciale e il premio del pubblico (Grandma and le CorbusierIris – The Real Things, una riflessione sul mondo delle repliche architettoniche nel mondo e sulla vita vera che comunque attraversa questi spazi, Mario Botta. The space Beyond, a proposito dell’architettura dello spazio sacro). Alcuni dei vincitori che non hanno potuto essere presenti, hanno mandato un video messaggio di ringraziamento al festival e alla giuria. Un video “casalingo” ed emotivo, che non ha a che vedere con le strutture filmiche, ma che il pubblico accoglie con un sorriso condiviso, intravedendo la gratitudine di quel momento che è l’augurio per le opere che in futuro ci saranno.