Sileno Cheloni

Nella stanza dell’alchimista

Un viaggio nell’universo olfattivo di un maestro profumiere, anche un po’ stregone, che ci ha aperto il suo laboratorio fiorentino alla scoperta di profumi su misura ed essenze che sono un labirinto di ricordi.

di Giuliana Matarrese

Ceri accesi incorniciano una libreria olfattiva, dove al posto dei volumi sono posizionate boccette con i nomi scritti a penna, a catalogare essenze dall’onomastica misteriosa; divani in velluto puntellano la stanza con le pareti color ottanio; si cammina calpestando tappeti, i sensi inebriati dall’incenso effuso nella stanza da antichi turiboli, dai boccioli di rosa usati per profumare il tè per gli ospiti, da sentori di neroli e gelsomino, oud e cedro; sul tavolo in legno sono disposte boccette e vecchi manuali impolverati, le sedie imbottite sembrano aspettare un conclave di alchimisti e stregoni, pronti a riti pagani. Più che un laboratorio fiorentino – nel quartiere bohémien di San Niccolò – dove si creano incensi, profumi per il corpo e la casa, l’Ol’Factory di Sileno Cheloni sembra l’antro di un negromante, una wunderkammer dove si pratica l’arte dell’esoterismo. «In effetti, la stessa parola, profumo, deriva dal latino per fumum», spiega Cheloni, a suo agio sui divanetti rosso porpora, «e vuol dire “attraverso il fumo”. Già in epoca pre-cristiana si bruciavano incensi e legni per favorire un incontro con il divino, invocare una sorta di entità superiore. Un’arte antichissima, dalla quale sono stato sempre affascinato». Nato a Lucca, Cheloni ha vissuto diverse vite, prima di incarnarsi nella sua versione attuale, quella di parfumeur che, in qualche modo, sublima tutte le sue precedenti esperienze: pittore, interior designer, artista, capace di immaginare e portare in vita universi lontani. Una vocazione, quella verso la creazione di profumi, disvelata grazie a un incontro, quello con il maestro di Cipro, figura dai contorni fumosi del quale Cheloni non è disposto a rivelare molto, forse consapevole che il mistero è parte del processo di “risveglio ascetico” alla quale il maestro lo ha iniziato. «Ero sull’isola in un viaggio alla ricerca di me stesso: la dimensione spirituale ha sempre fatto parte di me, vangare il giardino della propria anima è necessario per ampliare i propri orizzonti. Grazie a lui ho scoperto l’uso della profumeria, così come era concepito in origine: quella dell’estasi religiosa, della capacità delle essenze di alterare gli stati psicofisici, connettendoci a un mondo di ricordi. L’insegnamento tecnico è arrivato solo in un secondo momento». E, proprio parlando di ricordi, Cheloni torna con la mente al primo profumo di cui ha memoria. «Ci ho ripensato di recente, perché sono passato da una vecchia profumeria in Garfagnana, ritrovando quella boccetta, un after shave di Capucci che usava mio padre, e l’ho ricomprato per affetto. Da bambino vedevo che lo usava e poi, quando sono stato finalmente adolescente e ho potuto aprirne il flacone, confesso di esserne rimasto deluso. Si trattava di una fragranza commerciale, seppur di gran successo, mentre io ero attratto da altre suggestioni. Per questo motivo, forse, mi sono anche sempre interessato alla creazione dei flaconi». E in effetti, durante il Pitti 2020 Cheloni ha presentato la boccetta che contiene le sue creazioni, e che ricorda molto l’ampolla alchemica usata in epoca medicea per contenere i veleni. «Le essenze, soprattutto quelle naturali, sono intossicanti: la bravura di chi le crea sta nel mantenere il giusto equilibrio, affinché non causino tanto un’intossicazione, quanto uno stato di euforia, un inebriamento sensoriale». Un approccio, quello di Cheloni, che ha da subito conquistato diverse maison, che a lui hanno chiesto di creare identità olfattive ad hoc, come nel caso di Harrod’s, dei Baglioni Hotel & Resorts, di Gucci, Cire Trudon, solo per citarne alcuni. In seguito è stato direttore creativo di Aqua Flor, per poi decidere, dieci anni dopo, nel 2019, di tentare l’esperienza in solitaria. «Era arrivato quel momento in cui la creatura che avevo contribuito a fondare era divenuta più grande di me, e nel contempo la mia visione di ciò che doveva essere un profumo si era ampliata» spiega. «C’è stata la necessità di uno scisma, che per quanto doloroso era obbligatorio. A volte mi dico, ironizzando, che sono stato un visionario: ho deciso di investire nel retail, in uno spazio fisico, e sei mesi dopo tutti i negozi erano chiusi per Covid. Ho concluso che era necessario trarre da questa esperienza il meglio, impararne, se possibile, una lezione». E però il meglio doveva ancora arrivare, visto che di recente l’imprenditore Daniele Cavalli, figlio dello stilista simbolo dei primi 2000, ha deciso di acquisire una quota di maggioranza nell’impresa di Sileno Cheloni, con l’obiettivo, probabilmente, di espanderne la portata ben oltre i confini di Firenze. «Avevo già lavorato con Daniele in precedenza», spiega Cheloni, «costruendo l’identità sensoriale del suo ristorante, l’Atelier de’Nerli (situato nel quartiere di San Frediano, ndr). Ci siamo da subito trovati in sintonia, ho riconosciuto in lui la capacità di creare mondi e dimensioni parallele, in tutte le sue imprese (oltre all’Atelier, il 35enne Cavalli ha fondato lo studio di registrazione Heavy Soul Studios, ndr). Con lui c’è la volontà di rivedere e ampliare l’offerta commerciale in un mondo che è totalmente diverso da quello di un anno e mezzo fa, adattandolo anche ai canali web». Nel frattempo, però, i clienti continuano a entrare nel laboratorio con la curiosità rispettosa di chi varca la porta di una dimensione parallela, alla ricerca di una fragranza che il profumiere d’Oltrarno può realizzare anche su misura, dopo un colloquio di un paio d’ore, intimo come una seduta con lo psicologo. «Si emozionano tutti, si vanno a toccare ricordi anche dolorosi, alcuni profumi particolarmente riusciti sono entrati a far parte, con le dovute modifiche, della mia collezione fissa, come nel caso di Firmamento: in origine l’essenza era stata pensata per la prima donna che ha fatto una passeggiata nello spazio, e che desiderava un profumo che le ricordasse la sensazione che aveva provato, per una frazione di secondo. Ci sono note indefinibili, polverose, di curcuma e di incenso». E tra fragranze battezzate con nomi come Sangueblu, Xisma, Satanel, Argentovivo, c’è una ricerca che ancora ossessiona Cheloni: «La mia ossessione sono le materie prime, e viaggiare cercandole. Come profumiere amo ogni odore, anche quelli sgradevoli: le molecole “puzzolenti” servono da fissatori dei profumi, se usate in maniera equilibrata consentono al profumo di essere persistente. Però ricordo ancora quando in Oman, su invito di uno sceicco, mi sono ritrovato in un bazaar, rapito da un’acqua di rose dal retrogusto affumicato: ho scoperto che la producevano su un altipiano rurale, ho convinto l’autista a portarmi, scoprendo un anziano signore che, tra forni e incensi, produceva l’essenza in una piccola stanza con una brandina appoggiata per terra. In quel momento mi sono ritrovato a desiderare anche io quella vita parca, semplice, e in effetti vivo accanto al mio laboratorio. In fondo cos’è il profumo, se non uno stato d’animo?».