Il nostro pianeta

Com’è profondo il mare

Tecnologie che strizzano l’occhio ai romanzi di Orwell e di Asimov (ma anche soluzioni molto più rustiche), la voce narrante di una leggenda dei mari, Sir David Attenborough, e molta pazienza analogica. Il documentario di Netflix, Il nostro pianeta, viola la privacy degli abissi, realizzando il sogno di Jacques Cousteau. Protagonista (indesiderato) e assente: l’uomo.

di  Marco Morello

È andata a intrufolarsi negli abissi e a registrare galleggiamenti impensabili, alternando accelerazioni di violenza selvaggia con momenti di lentezza totale: gli squali in branco che cacciano eccitati in un’apoteosi di frenesia alimentare, poi la danza aggraziata di balene e mante giganti sul pelo dell’acqua. Una coreografia esagitata di ballerine obese che, aiutate dalla corrente, si librano con la loro stazza accarezzando l’oceano. Ha inseguito moltitudini di delfini, s’è tuffata dentro sciami di acciughe dal passo schizofrenico, oppure ha catturato da vicinissimo un pescione isolato, stringendolo in un buffo primo piano che sembra una posa studiata ad arte, non un comportamento istintivo. La serie di Netflix Il nostro pianeta è un’immane violazione della privacy della fauna marina, un’operazione di spionaggio naturale senza precedenti. Ha riscritto le regole del racconto documentaristico televisivo (oh sì, anche su pc, smartphone e tablet, ma tanta magnificenza impone uno schermo che sia il più grande possibile) mostrando sequenze sommerse e atteggiamenti dei suoi abitanti mai immortalati prima. C’è riuscita usando quella che ai tempi di Jacques Cousteau era assurda fantascienza, adottando tecniche e tecnologie che Piero Angela bramava nei suoi sogni più perversi e solo di recente ha visto diventare scienza applicabile: utilizzare mosconi leggeri con occhi elettronici dalla vista acutissima, i droni, capaci di fluttuare e quasi sfiorare la superficie dell’acqua senza rovinarci dentro; accendere telecamere minuscole ad altissima definizione, dagli zoom prodigiosi, piazzate con discrezione sui fondali per intercettare lo scorrere della vita quotidiana nelle profondità recondite; confezionare mute da sub con obiettivo, che hanno consentito ai cameraman di nuotare dentro i branchi di pinne, pedinando i loro titolari senza spaventarli, senza ricorrere a motori, propulsori e altre molestie artificiali.

E dove non è arrivata la tecnologia, ha provveduto il vecchio buon senso: soluzioni casalinghe viranti al rustico, come mute metalliche a prova di morso, per dare modo ai cameraman d’infilarsi tra gli squali durante il loro pasto rendendosi indigeribili, non diventando a loro volta il piatto forte del menu. Navicelle spaziali all’incontrario, che anziché salire tra le stelle, scendono in mezzo a quelle marine. Cavalletti con i piedi prensili che non scivolano sulle alghe, ma nemmeno importunano i delicatissimi coralli. Fino alla convinzione scolpita nella testa che Beckett non aveva capito un granché, che Godot vale la pena aspettarlo perché prima o poi arriva nuotando. Perché, più dei grovigli di chip e dei balzi in avanti del digitale, Il nostro pianeta è una titanica operazione di pazienza analogica: per otto episodi da circa un’ora l’uno, che abbracciano anche giungle, deserti, praterie, foreste e ghiacciai, ha richiesto 400 000 ore di monitoraggio con videocamere nascoste, tecnici ibernati in casupole anguste con un secchio come wc per beccare tre secondi di passeggiata un po’ scazzata di una tigre siberiana, partecipare a raduni di massa dei trichechi (una sorta di Woodstock delle zanne), sorprendere un orango ghiotto a banchettare con formiche con un bastoncino. Varrebbe la pena di dare tutti i numeri, ma i più impressionanti sono quelli totali: 6 600 decolli di droni, 911 giorni in mare e 2 000 ore passate sott’acqua a filmare; 3 375 giorni complessivi di registrazione in 60 Paesi, a cura di 600 diverse troupe che hanno fatto oltre 200 viaggi. Significa che in molti casi sono tornati a schede di memoria vuote, che alcune squadre hanno faticato mesi per meno di un minuto nel montaggio definitivo.
Sono le cifre della febbre ossessiva di cui si sono ammalati gli artefici di questo lavoraccio, dai registi in giù: «Volevamo che il pubblico si sentisse coinvolto in un’esperienza di tipo cinematografico. È servito un incredibile gioco di squadra tra chi ha trovato le storie, chi è stato in grado di portarci sul campo a scovare gli animali e chi è riuscito a filmarli», racconta Keith Scholey, uno dei due produttori, veterano del genere assieme ad Alastair Fothergill. Che elenca alcune delle primissime visioni per lo spettatore inserite nel documentario: lo spettacolo ravvicinato, quasi tangibile, dei grandiosi movimenti delle megattere; i coralli delle acque profondissime, raggiunti con un sottomarino; i loro arcobaleni di colore che luccicano negli abissi.

«Ma la sfida di questa serie è stata trovare il giusto equilibrio tra intrattenimento, divertimento ed educazione», aggiunge Fothergill. Perché Il nostro pianeta non è solo un pantagruelico banchetto visivo, né tantomeno un esercizio di stile che amplifica le emozioni strizzandole tra la sigla e i titoli di coda. È stato realizzato in collaborazione con il WWF e ha un unico protagonista assente dalla scena ma incombente: l’uomo. Nell’esibire le meraviglie che si sono conservate, richiama ed elenca tutte quelle che abbiamo distrutto. Il nostro impatto, scomposto sul verde rigoglioso e il blu popoloso. A non rendere la denuncia ridondante ma tagliente, incisiva per sottrazione, provvede il narratore della serie: Sir David Attenborough, 93 anni, la maggior parte dei quali passati a descrivere la stupefacente diversità di ciò che è lontano dal nostro cortile, a dettare i canoni dello storytelling documentaristico. Voce storica dell’emittente inglese BBC, qui combina “chiarezza e intensità” (parola di Fothergill), “un livello di dettaglio della narrazione che è un’opera d’arte” (Scholey). Ascoltarlo in lingua originale – vi diffidiamo dall’impostare il doppiaggio in italiano, notevole ma non c’è partita – farà concordare sul fatto che i due produttori non si sono sbilanciati con le lodi.Anziché godersi il meritato riposo, Attenborough ha aderito al progetto per amplificare, tramite il pubblico mondiale di Netflix, un allarme che lancia da tempo: «È in corso una nuova estinzione e noi siamo in terribile, terribile pericolo» ha spiegato parlando pochi mesi fa durante un incontro del Fondo monetario internazionale. «Abbiamo dieci, vent’anni di tempo per agire. Altrimenti il sistema naturale finirà per collassare», ha aggiunto. E sintetizzando la serie, ha detto: «Non è mai stato così importante capire come funziona il mondo e come aiutarlo. Dobbiamo fare qualcosa senza precedenti: raggiungere un’esistenza sostenibile sulla Terra». Ogni puntata, perciò, si conclude invitando lo spettatore a visitare il sito Ourplanet.com, dove si troveranno una serie di prassi da adottare subito, come scegliere olio di palma certificato che non rubi spazio alle giungle, ridurre il consumo di carne e optare per alimenti più salutari, comprare meno, riutilizzare anziché gettare via. Qui nessuna visione inedita, nessuna stupefacente rivelazione, persino qualche banalità. Ma accettabile, anzi benvenuta se si traduce, finalmente, in un comportamento pratico mosso dalla forza emotiva delle immagini, da quella bellezza esagerata che ancora si nascondeva e per la prima volta è stata rivelata. Proprio ora che rischia di scomparire.