New York

Splendori e miserie di una megalopolio

Una spettacolare ondata di nuovi grattacieli è certamente segno di un’economia che corre. Molti abitanti della metropoli, infatti, a dispetto della crisi del 2008, sono diventati sempre più ricchi. Ma non tutti, anzi. Dieci anni dopo, 1 su 2 riesce a malapena a pagare l’affitto di casa e 1 su 6 si è ridotto a mangiare alla mensa dei poveri.

di Patrice Piquard

È quando, arrivando dall’aeroporto Jfk, si passa davanti all’Unisphere – un globo terrestre alto 42 metri costruito nel 1964 all’interno del Flushing Meadows Park – che si può abbracciare con lo sguardo lo skyline di Manhattan. Dal 1972 al 2001, questa linea dell’orizzonte era definita dalle due torri del World Trade Center a sinistra, e dall’Empire State Building a destra. Poi, senza più il World Trade Center, si era creato un vuoto. Ma dal 2007 lo skyline è in continua trasformazione. Tra i grattacieli che superano i 305 metri, i fatidici 1 000 piedi, otto sono stati costruiti negli ultimi dodici anni. Il nuovo quartiere di Hudson Yards, dominato da una torre nord di 386 metri d’altezza, ha cambiato il volto della Manhattan ovest. Il One World Trade Center – il cui punto più alto raggiunge i 541 metri – e i grattacieli vicini hanno ridisegnato il Financial District. Le silhouette sottili delle torri del Billionaires’ Row, il viale dei miliardari (di cui tre raggiungono tra i 428 e i 470 metri d’altezza), hanno modificato il nord di Midtown. Ed è solo l’inizio, visto che, secondo il Council of Tall Buildings and Urban Habitat, 15 strutture alte più di 305 metri sono in corso d’opera o già approvate. Midtown est accoglierà numerose torri appena meno alte della Bank of America Tower (366 metri), sulla 42esima. Questa ondata immobiliare, che spesso rimodella interi quartieri, interessa anche il progetto di Manhattan West, proprio accanto a Hudson Yards, quello d’Essex Crossing nel Lower East Side, e quello di South Street Seaport nel Financial District, senza contare i cinque immobili del Riverside Center nell’Upper East Side. E l’ondata non si limita a Manhattan. Anche il Queens riscopre il fascino della verticalità. A nord del nuovo quartiere immobiliare di Long Island City, di fronte a Midtown, gli enormi progetti di Astoria Cove e Halletts Point trasformeranno Astoria. Nella parte est, il sindaco Bill de Blasio dice di voler costruire 11 250 appartamenti a Sunnyside. Infine, anche Brooklyn cresce in altezza. Nel quartiere di Williamsburg (di fronte a Lower Manhattan), con le sue torri svettanti, il progetto Domino Sugar Factory andrà a modificare la sponda dell’East River. E più a sud, il gruppo cinese Greenland Holding costruisce un complesso di 17 immobili a Prospect Heights. Nonostante storicamente i maxi progetti immobiliari fossero destinati a ospitare uffici (su modello del Rockefeller Center, terminato alla fine degli Anni 30), i due terzi dei grattacieli eretti a partire dal 2010 sono a uso residenziale, e sempre più spesso molto lussuosi. Settore ipertrofico, il Real Estate, in pieno boom, rappresenta il 10% del Pil della città. È indice della buona salute di cui gode l’economia: da un decennio, New York surfa sul più lungo ciclo d’espansione mai registrato. «Dagli Anni 70 agli Anni 90, la città ha sofferto di una crescita debole, di una crisi fiscale che l’ha quasi mandata al tappeto, di un esodo degli abitanti e di un alto tasso di criminalità. Ma poi la sua economia è cresciuta con un ritmo mediamente maggiore di quello del resto del Paese», spiega Jason Bram, economista presso la Federal Reserve Bank di New York. La città ha incassato bene anche il colpo inferto dalla crisi del 2008. Se Wall Street ha visto dissolversi Merrill Lynch, Bear Stearns e Lehman Brothers, la bassa percentuale di proprietari (32%) e il costo elevato degli immobili hanno protetto la città dai drammatici fallimenti provocati dalla crisi dei subprimes.

Il centro della finanza mondiale
Oggi, New York troneggia sulle megalopoli più ricche del Pianeta. Il Pil dell’area metropolitana, che conta 20 milioni di abitanti, raggiunge 1 717 miliardi di dollari – che equivale a quello del Canada, la decima economia mondiale, ed è solo del 10% inferiore a quella della Grande Area di Tokyo, che conta 37 milioni di abitanti. Dal canto suo, Manhattan, il cuore del reattore, dichiara un Pil di 630 miliardi di dollari per 1,6 milioni di abitanti, che significa 386 000 $ a testa: una cifra record. È qui che vivono i 105 miliardari della città (un altro record). Questa ricchezza deriva innanzitutto dal fatto che New York è il centro nevralgico della finanza mondiale. Certo, il settore bancario e assicurativo, che dà lo stipendio a 339 000 persone, ha riguadagnato solo la metà dei 40 000 posti di lavoro persi durante la crisi del 2008, e la sua crescita è due volte meno rapida rispetto al settore privato. Gli impieghi che hanno cessato di esistere a causa dell’irruzione delle tecnologie dell’informazione, la fuga degli hedge funds verso Greenwich, nel Connecticut (tasse statali più basse e scenario campestre), l’istituzione di filiali a Miami (un mercato finanziario in piena espansione, con poche tasse) e la fine di profitti enormi conseguiti grazie a Opa ostili, seguiti da uno smembramento della società acquisita, spiegano questa relativa perdita di tono. Ma sette dei primi dieci gruppi con sede a New York – tra cui JP Morgan, MetLife, Goldman Sachs e Citigroup – fanno parte della finanza. Il settore produce il 20% del Pil della città, e i suoi stipendi restano stratosferici: 328 000 $ a testa in media nel 2017. Ogni impiego nella finanza ne genera altri due nella ristorazione, nell’industria dello spettacolo, nel settore immobiliare e in quello dei servizi per la persona: infermieri, cuochi, chauffeur, domestiche, maestri di yoga… La potenza di New York è anche dovuta alla 65 imprese classificate da Fortune 500 che qui hanno il loro quartier generale: il doppio rispetto a Chicago e il triplo rispetto a Dallas. Verizon Wireless, Pfizer, Philip Morris, WarnerMedia, Colgate-Palmolive, 21st Century Fox, American Express e Viacom sono alcuni dei colossi locali. Per concludere, la città fa breccia nell’hi-tech. La cattiva accoglienza riservata nel 2019 a Amazon – che ha rinunciato a una seconda sede con 25 000 impiegati a Long Island City (Queens) per le proteste delle autorità locali, che denunciavano i 3 miliardi di dollari di sovvenzione offerti all’impresa e il rischio di vedere i canoni d’affitto esplodere nel quartiere – non ha compromesso la crescita del settore. La trasformazione digitale è al suo apice nelle banche, nelle catene commerciali, nelle agenzie di pubblicità e negli studi di consulenza. Goldman Sachs, Citigroup e JP Morgan hanno assunto 7 000 analisti, specialisti della blockchain e sviluppatori di app. Google (7 000 dipendenti, un numero destinato a raddoppiare), Amazon (5 000) e Netflix, in procinto di insediarsi, pescheranno anche loro tra le migliaia di diplomati alla Cornell Tech, al Data Science Institute della Columbia University e alla Tandon School of Engineering della New York University. La città si prefigge anche di diventare il paladino della lotta ai crimini informatici. Dal 2010 al 2017, l’impiego nel settore hi-tech è cresciuto del 65%, raggiungendo 134 700 dipendenti, che in media sfiorano i 150 000 $ a testa.

Divario sociale in crescita
Tra gli altri newyorchesi che si guadagnano bene da vivere, bisogna menzionare i 593 000 impiegati del servizio pubblico. Alcuni lavorano per il governo federale, la maggior parte per lo Stato e la città: sono molto sindacalizzati e questo ha garantito loro compensi che non sono paragonabili a quelli vigenti altrove. I decani delle università pubbliche si mettono in tasca fino a 700 000 $ l’anno, gli ispettori di polizia si attestano sui 170 000 $… In media, i funzionari che operano nel Sud dello Stato di New York (che comprende la città) hanno guadagnato 110 400 $ nel 2016, contro i 71 100 $ di chi lavora nel privato. L’economista John Littlefield – basti, come referenza, il blog Saying the Unsaid in New York – afferma persino: «Qui ci sono tre classi sociali, di cui due si arricchiscono. I quadri dei grandi gruppi e i membri della finanza vedono la parte dei loro stipendi nel settore privato crescere in continuazione. E i funzionari dello Stato e della città negoziano ogni anno con i politici gli aumenti di stipendio e pensione. Per contro, la terza classe, che chiamo “i servi”, vede il suo tenore di vita abbassarsi: il guadagno medio nel settore privato (compresi quadri e dirigenti) del Sud dello Stato di New York è diminuito del 6% tra il 2002 e il 2016». I “servi” lavorano principalmente nella sanità e nell’assistenza sociale (784 000 posti), nel commercio al dettaglio e all’ingrosso (494 000) e nel settore alberghiero-ristorazione (367 000). Rappresentano la quasi totalità degli autisti di taxi e di Uber. Questo scarto crescente tra la busta paga intascata ai vertici e quella sul gradino più basso della scala spiega perché il reddito di un nucleo familiare newyorchese su due è inferiore a 57 800 $ l’anno, mentre quello medio raggiunge 96 200 $ l’anno: c’è chi guadagna davvero poco e chi guadagna cifre enormi. Allo scadere dei dieci anni di crescita, e nonostante la città sia governata da un democratico, è dal 2008 che il tasso di povertà (19%) non si abbassa di una virgola. Supera il 30% nella maggioranza dei distretti del Bronx. D’altronde, il tetto per entrare nella statistica è così basso – meno di 15 000 $ l’anno a persona, meno di 32 000 $ l’anno per una famiglia con due figli – che la città calcola un tasso più realistico, registrando che ci sono “poveri” e persone “sulla soglia della povertà”: insieme rappresentano il 43,6% della popolazione newyorchese, mentre il tasso di disoccupazione (4,3%) è tra i più bassi!

Combattere la povertà
È nell’area metropolitana di New York che le disuguaglianze sono più forti, davanti a quelle di San Francisco. Gli afroamericani e i tre milioni di cittadini nati all’estero, spesso abbonati ai “lavoretti” formano al maggioranza della corte che fatica ad arrivare a fine mese. «Il servizio di pasti gratuiti che organizziamo nelle scuole e nelle mense dei poveri soddisfa il bisogno di 1,4 milioni di newyorchesi che non possono pagarsi un pasto tutti i giorni: bambini, pensionati, madri di famiglia, lavoratori indigenti… e non riusciamo a soddisfare tutte le richieste con un budget di 68 milioni di dollari», spiega Margarette Purvis, presidente della Food Bank for New York. Per combattere la povertà, la città l’anno scorso ha alzato il salario minimo a 15 $ all’ora, a scapito dei titolari che sono riusciti a far detrarre da questa somma una “mancia fortettaria” per i mestieri di servizio! Ma secondo l’Ong United Way of New York City, la paga oraria che permette a un genitore celibe con un figlio di sopravvivere senza aiuti è di 24 $ nel Bronx e di 40 $ nella zona sud di Manhattan. La ragione principale è da rintracciare nel canone elevato degli affitti, che in media è aumentato del 4% annuo dal 2009. La Citizens Budget Commission rileva che il 21% dei locatari spendono dal 30 al 50% del loro reddito per l’alloggio, mentre il 23% ne spende più della metà. Questo eccessivo carico finanziario sta alla base dell’esplosione del numero dei senzatetto da dieci anni a questa parte (+70%), un livello mai riscontrato dagli Anni 30: nel 2018, 133 000 persone (di cui 46 500 bambini) hanno trovato ricovero nei dormitori municipali per senza casa. E oltre 25 000 altri senzatetto sono stati presi in carico da associazioni o dormono per strada. «La crisi degli alloggi presenta diversi aspetti: intanto, la sproporzione dei progetti destinati a ospitare edifici di lusso; poi, le frodi dei proprietari per aumentare il prezzo nei 960 000 appartamenti in teoria vincolati a una “stabilità dei canoni d’affitto”, nonché – in 150 000 casi dal 2000 – per svincolarsi da ogni regolamentazione ed entrare nel libero mercato; infine, l’assenza di finanziamenti e la cattiva gestione da parte della Housing Authority dei 175 000 alloggi popolari, che cadono a pezzi», spiega Matthew Murphy, direttore del Furman Center della New York University. Di fronte alla gravità della situazione, lo Stato di New York ha votato, nel giugno 2019, una legge di riforma dei canoni d’affitto a prezzi bloccati. I proprietari non potranno più né aumentare l’affitto del 20% fino al subentro di un nuovo locatario, né far pesare sul canone più di 15 000 $ di lavori di manutenzione ogni 15 anni, e neppure entrare nel mercato non regolamentato laddove il canone superi 2 774 $. Una misura che non impedisce ai newyorchesi di provare un profondo senso di ingiustizia, sapendo che i più ricchi fra loro acquistano delle penthouses a 20 o 50 milioni di dollari nei grattacieli di Hudson Yards e del Billionaires’ Row. Il record mondiale è stato polverizzato lo scorso febbraio, quando il gestore di hedge funds Kenneth Griffith ha speso 240 milioni di dollari per un fourplex (cioè un edificio composto da 4 unità abitative distinte) di 2 300 metri quadrati al 220 di Central Park South.

Urgenze, ma senza priorità
Le disuguaglianze sono aggravate dall’incapacità della città di riqualificare le sue vecchie infrastrutture. La ristrutturazione di 150 000 alloggi popolari della Housing Authority, nei quali vivono 400 000 persone (crepe, riscaldamento guasto, infiltrazioni, presenza di piombo), è stimata 45 miliardi di dollari, di cui 25 di “necessità immediata”. Quella della metropolitana, in “stato d’urgenza” dal 2017, 37 miliardi di dollari. Quella dei ponti (di cui il 75% sono obsoleti e fuori norma) 20,4 miliardi di dollari. Quella dei parchi pubblici (dove ciascun giardiniere gestisce 500 000 metri quadrati) a 5,8 milioni di dollari. Quella della Brooklyn-Queens Expressway (che non potrà più sostenere i camion) 4 miliardi di dollari. Quella dell’acquedotto di Delaware (si registrano perdite per 75 milioni di litri al giorno) 2,1 miliardi di dollari. D’altro canto, il progetto Gateway, volto a creare due nuovi binari per i treni Amrack sotto lo Hudson River (per evitare la paralisi della linea Boston-Washington in caso d’intoppi sul ponte in uso) e a ingrandire Penn Station, costerà 30 miliardi di dollari. Di fronte a queste urgenze, il sindaco Bill de Blasio e il governatore Andrew Cuomo non hanno né stabilito delle priorità, né suddiviso in maniera coerente i finanziamenti, né fissato un calendario. Preferiscono accusare Donald Trump di ritardare i finanziamenti federali e annunciare la costruzione di nuovi cantieri: tramway di 18 chilometri da Brooklyn a Queens, il prolungamento delle linee della metropolitana, nuove case popolari… In un certo senso, New York è oggi più ricca e più povera che mai. Trincerandosi a Manhattan, la maggior parte dei 65 milioni di turisti ha un’immagine incompleta della città. Di certo, questa vetrina – che conta il 59% di bianchi e in cui l’affitto medio mensile dei residenti si aggira sui 4 188 $ e in cui i bambini non hanno diritto di cittadinanza (ce l’ha solo il 15% delle famiglie) – ha da offrire i posti più imperdibili, tra cui Hudson Yards, una delle destinazioni Instagram più fotografate del Pianeta. Ma anche gustare una marmitta mongola a Flushing (Queens), vera Chinatown e Koreatown della città, bere un bicchiere di vino scegliendo un libro all’elegantissimo Lit. Bar, l’unica libreria del Bronx (per 1,5 milioni di abitanti) o trascorrere la domenica sulla spiaggia di Brighton Beach, il quartiere di uzbechi e tagiki, ha il suo fascino. Anche se in tutti e tre i casi, strade, botteghe e case popolari ricordano più il terzo mondo di Manhattan.