Oman

A casa del sultano

Negli ultimi anni il tranquillo regno del sultano Qabus bin Said al Said è diventato una meta turistica richiesta. Che non vive all’ombra di grattacieli come i vicini emirati e non ne emula le manie di grandezza. Perché l’Oman è tutto un altro mondo. Con qualche punto interrogativo nel suo futuro.

di Elisabetta Lampe

Ogni giorno gli omaniti si chiedono con apprensione come stia il loro sultano. Per gli alti funzionari del regno, come per l’ultimo dei cammellieri nel deserto, le notizie che trapelano sulla sua salute e sui periodici soggiorni all’estero per cure mediche contano assai più dell’andamento dei prezzi del greggio o di quello della Borsa omanita. Perché Qabus bin Said al Said è diverso dagli altri potenti che governano nella Penisola Arabica: un monarca assoluto visto come un padre buono, l’uomo saggio e illuminato al quale l’Oman deve pace, prosperità e condizioni di vita impensabili ancora pochi decenni fa. E la cui storia personale è la chiave per capire l’unicità di questo Paese nel lembo sudoccidentale dell’Asia. Quando nel 1970 rovesciò, con un incruento colpo di Stato, il dispotico e oscurantista padre Said bin Taimur, Qabus era un trentenne colto e riservato, reduce da studi in Inghilterra e all’accademia militare di Sand­hurst, nel Regno Unito. Con una visione occidentale su molte cose, buone amicizie in Europa (in particolare con sir Timothy Landon, alto ufficiale britannico che lo affiancò come consigliere nei primi anni di regno) e gusti raffinati. Nel suo bagaglio aveva anche un soggiorno in Germania come cadetto, corsi di economia e business administration, un lungo viaggio d’esplorazione intorno al mondo. In più, una profonda conoscenza di religione, storia e cultura del sultanato, acquisita a Salalah, dove il padre lo aveva relegato al suo ritorno dall’Europa. Proprio quegli studi e la consapevolezza delle pessime condizioni in cui versava il popolo omanita, all’epoca poverissimo e assai retrogrado, lo spinsero a scalzare il padre dal trono. Il giovane Qabus cambiò il nome del suo regno (da Sultanato di Muscat e Oman, eredità di vecchie divisioni territoriali, in Sultanato dell’Oman tout court) e avviò una serie di profonde riforme grazie ai proventi del petrolio, il tesoro che ancora oggi determina circa l’80% del Pil omanita, creando scuole, strade, ospedali, reti elettriche, acquedotti, musei, università e servizi d’avanguardia. Ma anche recuperando e preservando antiche tradizioni come l’artigianato e la produzione di incenso. Poco a poco, l’Oman è così uscito dal buio, diventando un modello di sviluppo equilibrato che però non perde di vista il contesto internazionale e le esigenze del mondo globalizzato. Il sultano si è ritagliato un ruolo di rispetto anche sullo scacchiere mediorientale e internazionale, scegliendo con accortezza alleati e partner commerciali (specie nel delicato settore petrolifero) e dimostrandosi un carismatico negoziatore. Nonostante alcuni tagli alla spesa pubblica dovuti alle recenti cadute dei prezzi del greggio, Qabus non ha mai smesso di investire a favore del suo popolo. Basta scorrere le pagine del Times of Oman per farsi un’idea di come vengano impiegate le ricchezze del sultanato, dagli screening per prevenire le malattie oncologiche alle cliniche veterinarie mobili o i corsi di sostegno per genitori di bambini autistici. Non stupisce quindi che l’Oman, dove si professa una versione più tollerante dell’Islam (l’ibatismo), sia stato sfiorato solo marginalmente dalla Primavera araba. Nel marzo 2011 ci fu qualche protesta e un dimostrante fu colpito a morte dalla polizia; i giovani in piazza chiedevano riforme politiche e più lavoro. Il sultano rispose prontamente: sostituì dodici dei suoi ministri e diversi funzionari in odore di corruzione e chiuse la vicenda con nuovi benefici e un ritocco verso l’alto a salari e sussidi di disoccupazione.

Morigerato (o quasi)
A se stesso il sultano ha riservato lussi tutto sommato contenuti, o almeno esibiti con parsimonia. Tra questi, il palazzo reale Al-Alam (dove però non abita) nella capitale Muscat, affacciato su una piccola baia della Città Vecchia e circondato da splendidi giardini, e lo yacht reale Al Said (15 850 tonnellate di stazza) con flottiglia ed elicotteri di supporto, anch’esso usato per lo più per rappresentanza o per viaggi all’estero. Nel 1996 fece notizia una Ferrari station wagon fatta costruire su misura a Maranello, con carrozzeria resistente ai missili, vetri antiproiettile e diamanti sul cruscotto. Sebbene la si sia vista raramente in circolazione, quell’auto gli valse – almeno agli occhi degli occidentali – la fama di eccentrico. In realtà il vero vanto di Qabus, che in Europa si è appassionato alla musica colta, è la Royal Opera House nel quartiere Al-Qurum, alle spalle della vecchia Muscat. In questo mae­stoso edificio del 2011, dotato di un’ottima acustica, versione moderna dell’architettura islamica, i sudditi possono assistere (spesso a prezzi popolari) a concerti classici, opere liriche, balletti e musical, jazz sessions ed esibizioni di cantanti e complessi di musica tradizionale araba. Non di rado in cartellone spiccano nomi di artisti e orchestre di fama mondiale, come Placido Domingo o i Solisti Veneti. Il monumento più importante della capitale, anch’esso intitolato al sultano, è però la Grande Moschea del 2001, per la quale Qabus non ha badato a spese: tonnellate di marmi e pietra arenaria di prima qualità, una cupola dorata alta 50 metri, enormi lampadari tempestati di cristalli Swarovski e, in terra, un tappeto di oltre 4 000 metri quadrati pazientemente annodato a mano in anni di lavoro da uno stuolo di tessitrici iraniane. All’ora della preghiera, la moschea può contenere più di 6 000 fedeli. Il più alto dei suoi cinque minareti arriva a 90 metri, l’altezza massima che il sultano ha stabilito per tutte le costruzioni del suo regno. A differenza dei vicini emirati, dove i giganti di vetro e acciaio crescono come funghi in una competizione sempre più agguerrita, l’Oman non possiede grattacieli, a parte qualche modesto palazzone di uffici nelle aree riservate al business. È forse la sorpresa più grande quando si atterra in Oman, e ancor di più quando si arriva a Muscat via mare. Lo scenario della Città Vecchia che si materializza sembra uscito da una fiaba orientale: un susseguirsi di piccole insenature davanti a uno sfondo di alture rocciose dai toni rossastri, in cui sono stipati piccoli edifici bianchi alternati a cupole e minareti. Nella baia centrale di Matrah si cela il grande suq di Muscat, uno dei mercati coperti più vecchi e fascinosi d’Oriente, che frastorna con i suoi colori, gioielli e un penetrante profumo d’incenso. La Corniche di Muscat (il lungomare) è dominata da due fortezze merlate del periodo portoghese, testimoni dell’intensa e a tratti avventurosa storia del sultanato. In tutto il Paese se ne scorgono centinaia di altre, molte consumate dal tempo perché fatte di argilla: castelli, torri di vedetta, bastioni difensivi, residenze di imam e luoghi di sosta per mercanti. Le più significative, tra cui quella di Jabrin, sono state restaurate di recente e rappresentano ora un inconfondibile landmark dell’Oman.

Piste carovaniere
Ogni fortezza ha una caratteristica e una posizione particolare, lungo la costa o all’interno, dove passavano le antiche carovaniere. La leggenda vuole che quella di Bahla, oggi nel Patrimonio mondiale dell’Unesco, sia abitata da spiriti maligni. A Nizwa, distante un’ora e mezza da Muscat (ci si arriva con un’autostrada che di notte è… illuminata a giorno), sorge la fortezza più importante e scenografica di tutte, nel luogo dove un tempo si incrociavano le principali strade commerciali del Vicino Oriente. Affiancata da un vivace suq, è una cittadella circondata da oasi e montagne, riedificata più volte nel corso dei secoli e ora perfettamente restaurata. Un labirinto di scalette, passaggi nascosti e stanze che con la sua esposizione allestita nella ex prigione racconta la storia di Nizwa e di tutto l’Oman, dalle antiche dinastie all’arrivo dei portoghesi, che lo colonizzarono all’inizio del XVI secolo e vi rimasero fino al 1650. In seguito gli omaniti, esperti navigatori e abili commercianti, svilupparono anch’essi mire coloniali conquistando Zanzibar e parti della costa orientale africana. Un capitolo, però, non sempre glorioso: ad arricchirli fu anche il traffico di schiavi che venivano importati in cambio di incenso e altre merci e poi rivenduti oltreoceano. L’incenso pregiato, coltivato ancor oggi nel Sud dell’Oman, attorno a Salalah, era ambitissimo già nell’antichità, portato in dono dai Re Magi e consumato copiosamente dai Romani nelle loro feste. Oggi le costose gocce di resina dell’arbusto Boswellia sacra sono un ambito souvenir e vengono impiegate per creare sofisticati profumi come l’Amouage, costosissima fragranza made in Oman.

Il dono di Qabus
Il restauro della fortezza di Nizwa è uno dei grandi doni che Qabus, sempre attento a mediare tra passato e presente, ha fatto al suo popolo. Prima di ammalarsi di cancro e doversi assentare per lunghi periodi di trattamenti all’estero, il sultano era solito compiere ogni anno un tour in diverse regioni dell’Oman: visitava scuole e istituzioni, parlava con i notabili e con la gente comune per conoscerne problemi ed esigenze, e non di rado interveniva con generose donazioni. Qabus è stato anche il primo regnante della Penisola Arabica a dare qualche spazio alle donne, concedendo loro il diritto di voto nel 1994. Sebbene siano ancora poco visibili in politica e nel management, le omanite partecipano a livello agonistico a varie discipline sportive come il tennis e la vela, per la quale è stato varato un apposito Women’s Sailing Programme. I maschi coltivano passioni sportive di gusto anglosassone come cricket, hockey su prato e volley, ma soprattutto una singolare versione dell’ippica popolare in tutta la Penisola Arabica: le corse dei dromedari (detti camel, all’inglese). In queste adrenaliniche competizioni che si tengono in varie località (tra cui Seeb, Bidiya e Salalah) e prevedono sostanziosi premi, gli animali solitamente non sono montati da fantini in carne e ossa. In sella siedono piccoli robot dalle sembianze umane e vestiti di tutto punto, muniti di redini e frustino; vengono manovrati via radio dai proprietari dei dromedari che seguono la corsa in pick-up correndo su una pista parallela. Un singolare espediente per evitare, come accadeva in passato, che giovanissimi fantini, scelti per il loro peso esiguo, possano cadere e finire calpestati. Trasmesse anche in televisione, le convulse corse sollevano molta polvere e assicurano lucrosi business agli allevatori.

In cerca di avventura
Per i turisti le avventure e gli sport sono altri, ma non meno avventurosi. Come i tour in fuoristrada tra le dune del deserto di Rub Al-Khali, i trekking nei wadi (letti di fiume prosciugati) o le arrampicate nei canyon che scavano i massicci Monti dell’Hajar, alla scoperta di paesaggi solitari e spettacolari. Kayak e canoa, oltre alle immersioni subacquee, si praticano invece tra i fiordi del Musandam, la suggestiva penisola all’estremità nordorientale del Paese che è una delle più recenti conquiste del turismo in Oman. Prima che fosse costruita la strada costiera dal confine con l’emirato di Ras Al-Kaimah a Khasab, uno spettacolare tracciato scolpito parzialmente nella roccia, e soprattutto prima che arrivassero le navi da crociera che da qualche anno fanno la spola tra Dubai, Abu Dhabi e Muscat, questo frastagliato lembo di terra a ridosso dello Stretto di Hormuz era di difficile accesso e popolato solo da pescatori. Ora i loro dhow, i tradizionali barconi arabi, sono coperti di tappeti colorati e portano i turisti alla scoperta dei fiordi in uno scenario che ricorda vagamente una Norvegia desertificata. Da queste acque passava anche il contrabbando – tollerato dal sultano per motivi strategici – verso l’Iran, quando il potente vicino era ancora soggetto all’embargo internazionale: da Khasab partivano motoscafi carichi di computer, televisori e suppellettili d’ogni tipo.

Ombre sul domani
Quale sarà il futuro dell’Oman? È stato calcolato che le riserve petrolifere del Paese sono assicurate per almeno altri 15 anni, ma già da tempo si studiano possibili alternative, possibilmente redditizie. A Duqm, sulla costa tra Muscat e Salalah, conosciuta per le rocce di arenaria erose dal vento, è appena partita la realizzazione di un enorme progetto nella Special Economic Zone. Accanto al rinnovato porto petrolifero e ai cantieri navali, tra i più grandi e moderni del Medio Oriente, nei prossimi 25 anni sorgerà una futuristica città industriale di 100 000 abitanti con un proprio hub marittimo, impianti di dissalazione dell’acqua marina, allacciamento alla rete ferroviaria che in futuro collegherà tra loro gli Stati del Golfo Persico e bacini per l’acquacoltura. Un’altra voce di sviluppo è il turismo, che da qualche anno registra un boom. Il governo ha già elaborato un piano di sviluppo fino al 2040 che mira al traguardo di 5 milioni annui di visitatori stranieri. Prevede alberghi di lusso in varie località del Paese (soltanto nel 2017 si sono aggiunte 2 000 nuove camere a 5 stelle), in particolare lungo le splendide spiagge del Sud attorno a Salalah. E naturalmente la crescita degli attracchi per yacht e navi da crociera, l’ampliamento dell’aeroporto internazionale di Muscat e un nuovo centro congressuale e fieristico. Il tutto nel rigoroso rispetto della sostenibilità, per preservare le ricchezze culturali e paesaggistiche a vantaggio delle future generazioni.
Nell’immediato, però, l’interrogativo più pressante riguarda la successione dell’ormai 77enne sultano, la cui vita e salute sono da sempre tutelate da una fitta cortina di discrezione. Nella biografia personale di Qabus compare un solo, brevissimo matrimonio con una cugina, poi più nulla. Le rare uscite in pubblico degli ultimi tempi mostrano ancora un uomo di grande fascino e carisma, vagamente somigliante al miglior Omar Sharif, ma visibilmente dimagrito. Non avendo né figli né fratelli, c’è il rischio che in assenza di un erede naturale la sua scomparsa scateni dissidi tra i parenti più prossimi. Un vuoto di potere, oltretutto, potrebbe rintuzzare antiche tensioni tribali e svegliare gli appetiti della casta militare. Fedele al mito della sua saggezza, il sultano però ha messo le mani avanti. Nel 2011 ha aggiornato con un’apposita clausola la Legge Fondamentale del 1996, che funge da Costituzione dell’Oman. Vi è stabilito che alla sua morte, se il consiglio familiare non saprà accordarsi sul nome del successore entro tre giorni, andrà aperta la busta sigillata che il sultano ha preparato da tempo e in cui è indicato il suo erede al trono. Secondo Yoel Guzansky, ricercatore dell’Università di Tel Aviv, il candidato più accreditato sarebbe il cugino Assad bin Tariq al Said, nominato vice primo ministro nel marzo del 2017 e già da molti anni a fianco di sua maestà come stretto collaboratore.
Il compito del futuro sultano sarà tutt’altro che facile. Dovrà fare propria la visione del mondo del predecessore e la sua capacità di mediazione, mantenere la rotta della neutralità nell’insidioso mare mediorientale, assicurare al popolo che i benefici fin qui ottenuti non vadano perduti e rafforzare l’immagine ospitale e tollerante del suo Paese. Intanto i sudditi di Qabus, il cui compleanno (18 novembre) per una curiosa coincidenza cade nel giorno della festa nazionale omanita, si augurano che Allah voglia donargli una lunga vita.