Orhan Pamuk

Balkon

«Ho sentito il bisogno di guardare e riguardare il panorama, o meglio, di fotografarlo, perché avevo difficoltà a scrivere». Così il premio Nobel per la Letteratura 2006, Orhan Pamuk, racconta questa sua avventura in 8 500 scatti realizzati dal balcone di casa sua. Da lì: la città industriale, il Corno d’Oro, il Mar di Marmara… Una poesia per l’anima.

di Micol De Pas

La colonna sonora: Conversations with myself di Bill Evans. L’illuminazione: uno spot sul libro, mentre il buio penetra dalle finestre (o in alternativa, una pioggia quasi estiva). Bene, si può partire: Istanbul, casa dello scrittore Orhan Pamuk, balcone. Lo sguardo è obbligato a proseguire verso il Bosforo, il Corno d’Oro, la città, il Mar di Marmara, catturato dalla bellezza sublime di quel panorama straordinario. Il cervello cerca di assorbire tutto, le luci, per prima cosa, ma anche l’aria, gli odori, la temperatura. È inverno, a quel balcone, precisamente tra il dicembre 2012 e l’aprile 2013, in quei quattro mesi il padrone di casa ha scattato 8 500 fotografie. Facendo una media: 70 foto al giorno, circa una ogni otto minuti, considerando una giornata di 10 ore lavorative.

«Nella mia carriera da scrittore, mi sono accorto che osservare il mare, le montagne o un’isola da lontano poteva accrescere la mia creatività e aiutarmi a dare forma alle mie idee. La vista dal mio balcone era un invito a cercare quiete e introspezione, verso una ricerca intellettuale sempre maggiore. Ma nel dicembre 2012, quella stessa vista divenne qualcosa che mi spingeva all’azione, all’inquietudine, a farmi alzare continuamente dalla sedia, fino a irritarmi», spiega Pamuk. «La causa di tutto questo era senza dubbio la nuova macchina fotografica che avevo messo su un trepiedi installato sul balcone. Grazie a lei e al suo teleobbiettivo, la vista davanti a me era qualcosa di più di un semplice sfondo spirituale o di un reame poetico nel quale potevo trovare conforto ogni volta lo desiderassi. Era un territorio vergine e fertile, pieno di cose che dovevo collezionare e conservare». Così, lo scrittore scatta a raffica per documentare piccole variazioni della luce che filtra tra le nuvole disegnando il mare, non perde un istante di quei tramonti generosi che abbracciano acque e promotori di quell’angolo di mondo, non resiste all’idea di raccontare storie minime di enormi navi cargo che transitano tra l’Asia e l’Europa: vuole registrare. Tutto. Sì, perché improvvisamente il panorama non appare più in forma di paesaggio, di atmosfera. «La nuova macchina fotografica, con il suo teleobbiettivo, ha cambiato il mio ingaggio poetico con il modo di vedere il mondo e ha trasformato i miei interessi negli elementi singoli che formano un paesaggio in una via enciclopedica all’osservare, categorizzare e registrare», racconta Orhan Pamuk. Che si trasforma in un collezionista di immagini, componendo liste tematiche, da completare mentalmente: raccogliere tutte le variazione dei raggi di sole tra le nuvole, tutte le navi cargo che attraversano lo stretto, tutti i tramonti sulla moschea… Impossibile, naturalmente: il panorama è vivo, fatto da mille strati, ognuno composto di densità e luci diverse. Quasi un personaggio, se scattare fosse scrivere: occorreva seguirlo in tutte le sue vicende per conoscerlo veramente.

Quella del fotografo è un’attività che Pamuk non ha mai smesso di praticare, da quando era un bambino. Ma mai ne era stato travolto. Mai altre forme espressive avevano tolto fiato alla scrittura. Questa volta il libro a cui stava lavorando rimaneva fermo, e quel che era stato scritto non era soddisfacente. L’urgenza di narrare per immagini, invece, e la sensazione di dover documentare tanta bellezza, divennero invece impellenti. Almeno finché l’inverno teneva in scacco i cieli sopra il Bosforo. «Ai primi segnali della primavera, cominciai a vedere dei blu, dei verdi e degli arancio che non avevo mai notato prima. In un mattino scintillante di sole non sono andato sul balcone a fare foto. Era una domenica gialla e blu, brillante e multicolore, e le barche del Marmara Yacht Club sfoderavano le loro vele, annunciando la fine dell’inverno e della tristezza. Sono andato sul balcone più tardi, ho fatto qualche scatto, ma senza entusiasmo. Ho ripreso a scrivere, dimenticando la macchina fotografica per intere giornate». Poi, l’oblio. Soltanto cinque anni dopo riprende in mano quelle foto, con l’idea di farne un libro. Ed è come guardarsi nello specchio del passato: ogni scatto sembra aver catturato e mutato in segno il suo umore tetro, nero, di quelle settimane. «Fu una scoperta vedere come ogni foto fosse una sfumatura di quei sentimenti. Avevo dimenticato tutto, persino di avere cercato di entrare nelle vite degli altri, guardando dentro le case o addirittura nelle navi e di aver fotografato a notte fonda o ai primi chiarori dell’alba, come un sonnambulo. Quelle erano foto dello stato della mia anima, molto più che del paesaggio. Così ho scelto il formato del ritratto e di impaginare, spesso, più foto nella stessa pagina».
Il viaggio è giunto al termine. E quel sentire, così pervicacemente documentato da Pamuk, resta. Come un’antologia visiva delle conversazioni con se stesso.

Indicazioni sul libro: Orhan Pamuk, Balkon (con la traduzione dal turco all’inglese di Ekin Oklap), Steidl Editore, 2018. steidl.de