Passione meccanica

Pettinari moto: il regno delle meraviglie

Un viaggio in quella che sembra soltanto un’officina. E invece è il tempio delle due ruote. Restauri, classic bike, gare e una felicità immortale s’intrecciano a maglia stretta in un luogo sospeso tra pista e leggenda..

di Giorgio Terruzzi
 Foto di Claudia Pasanisi Fashion editor Concetta D’Angelo

È un’officina. È un tempio. È un’isola dei tesori. Si trova a Cinisello Balsamo, a nord di Milano, contiene una storia lunga tre generazioni, da Carlo I° a Carlo II° con Domenico nel mezzo. Pettinari “Classic & Racing Bikes”. Il tesoro ha due ruote e un motore. Moto. Di ieri, di oggi, vocate alla pista spesso e volentieri, destinate alla strada, personalizzate, possedute da clienti innamorati della velocità. Vale a dire della meccanica che rende una motocicletta un’opera d’arte; dello stile che caratterizza un oggetto di razza. Dal manubrio al tachimetro; dal freno al cilindro, dal parafango alla carena. Elettronica, per forza. Fresa, tornio, mani magiche e sporche d’olio ancora e per fortuna, come accade soltanto dove resiste un’arte del fare alimentata dalla passione.
Domenico Pettinari viaggia verso gli ottanta dopo aver viaggiato sui duecento orari per una vita. Ha addosso un’energia da ragazzo che scalpita, ha ereditato dal padre e trasmesso al figlio il potere magico del vero artigiano. Officina e pista, dieci anni di Motomondiale prima di dedicarsi a chi gli chiede di riportare in forma vecchie regine dell’asfalto, a cominciare dalle leggendarie MV Agusta. Tre e sei cilindri, smalto rosso per colorare le classifiche, le domeniche dell’Italia da corsa: «Mio padre Carlo cominciò con i trattori, nel lodigiano. Nel dopoguerra prese ad adattare all’uso civile motociclette militari. Aprimmo un garage in via Padova a Milano, dentro c’erano duecento moto da accudire. Avevo sei anni. Papà era già un esperto di prodotti inglesi, Triumph e BSA, e degli impianti elettrici delle DKV, bicilindriche tedesche. Morì presto, quando di anni ne avevo undici».
Cominciò allora il giro del mondo motoristico di Domenico Pettinari. Ogni tappa un insegnamento, una scoperta, una dottrina acquisita: «Da via Padova a via Amadeo, concessionario Guzzi, a viale Piceno in una officina specializzata in Triumph. Lavoravo come dipendente e intanto pensavo alle corse. Quando nacque Carlo, il mio primo figlio, decisi di mettermi in proprio, anno 1968, sempre Milano, via Paruta, insieme a Giancarlo Dobelli, figlio di un pilota di sidecar che aveva vinto il Mondiale. Già, Sidecar… una pazzia assoluta. Era una piccola officina colma di passione, frequentata da tre piloti, Zubani, Spinello, Patrignani, che avevano bisogno di una mano. Sì, ma il mio socio, Dubelli, aveva altri introiti mentre io faticavo a tenere in piedi la baracca. E in ogni famiglia che funziona c’è una donna che ha vista lunga e piedi per terra. La mia? Clara, mia moglie, è così da sempre, ancora adesso. Fu lei a porre la questione: “va bene la passione ma serve un bilancio quadrato”. Così decisi di accettare l’offerta di Pasetti, importatore Triumph. Conobbi Vanni Blegi e Renato Galtrucco. Amici, milanesi, benestanti, fissati con le pieghe. Guadagnavo più con le mance che con lo stipendio. Finivo di lavorare in officina e nel garage di casa preparavamo le moto da corsa. Blegi e Galtrucco erano stati a Daytona per la 200 Miglia, eravamo gasati con l’America, le tute colorate, le grafiche dipinte sulle carene. Correvamo e vincevamo».
Ah, che epoca, che bellezza. Per chi è stato giovane negli Anni 70, un tempo dorato, con dentro più di un pizzico di esterofilia; c’è un nome leggendario, Bepi Koelliker, l’uomo che ha fatto conoscere il made in England in Italia. Un vero signore del motore: «Lavorai per lui a lungo. Era un mondo a parte. Domandava: Domenico cosa serve? Un banco prova? Pronti. Un grande uomo. Sapeva che di notte stavamo in officina per preparare le moto destinate al Bol d’Or, la grande classica francese di durata. Arrivava, rimaneva per portarci a cena nella notte, sigarette Dunhill, accendino d’oro, fiaschetta di whisky nel taschino. Volle persino che lo accompagnassi all’incontro con la Regina Elisabetta. Nobiltà d’animo e signorilità senza metterla giù dura. Non come nel motocross. Un anno di gare. Fango, palta, hostess dappertutto, un inferno. Niente a che vedere con l’asfalto, la pista».
Velocità e corse, al netto delle parentesi. Con Gianfranco Bonera in sella, un amico, un grande campione, pilota ufficiale MV, pilota del Team Gallina. «Passai alla Yamoto, importatore Yamaha, Casa per la quale corse anche Giacomo Agostini a fine carriera. Bonera si era rotto il femore a Imola, la sua carriera era a rischio e così accettai la proposta di Gilera per sviluppare la 125 raffreddata ad acqua e la bicilindrica: troppi cavalli, un progetto senza futuro. Venti gare all’anno più i test. Molti sacrifici e pochi soldi. Passai alla Honda, ancora corse con la tre cilindri guidata da Guido Paci che sarebbe morto a Imola nel 1983 durante la 200 Miglia. Mi avevano promesso di assumere mio figlio Carlo appena conclusi gli studi. Promessa non mantenuta. Me ne andai, destinazione Pasetti, importatore Triumph, Norton e Bultaco a Cinisello. Mi concesse di lavorare in una parte della sua officina per un affitto simbolico. La Pettinari Moto prese vita così».

Nel frattempo era nato Enrico. Con Carlo formava una coppia perfetta. Diversi i compiti, diverse le attitudini, una vera integrazione. Stroncata da una tragedia. Enrico se ne andò di colpo, aneurisma, in officina. Un lutto che ha segnato l’intera famiglia, che ha modificato il carattere e il percorso del fratello: «Avevo cominciato a lavorare nella nostra officina, mi occupavo delle moto inglesi. Qualche tempo dopo decidemmo di aprire a Milano, con Enrico cercavamo di conquistare una vera indipendenza, occupandoci anche di moto moderne. Honda oltre alle Triumph, in accordo con Carlo Talamo, un altro personaggio decisivo per il motociclismo, non solo milanese. Tornammo a Cinisello per ingrandirci: negozio e officina. La morte di Enrico cambiò le cose per tutti noi. Fu una mazzata perché eravamo sempre insieme. Se ne andò a marzo e nei primi mesi continuai per inerzia, scosso. E quando riaprimmo dopo le ferie estive accusai il colpo. Fu così per un paio di mesi, poi reagii. Mi trovai a gestire settori che erano sotto il suo controllo, dai rapporti con le banche alla contabilità, ero in affanno, ma lo spirito di sopravvivenza fece emergere una parte di me che forse era rimasta in ombra. Imparai a fare cose nuove. In famiglia decidemmo di rinunciare alla vendita per dedicarci al lavoro in officina che per molti versi era più gratificante, avrebbe potuto identificare uno stile, una cura, come poi è avvenuto. Con due ambiti distinti. Mio padre Domenico dedicato alle moto d’epoca, io a quelle moderne. Personalizzazioni comprese, perché nel frattempo sono cambiate le richieste dei clienti. Meno attitudine all’agonismo, molta attenzione all’estetica, al turismo, al viaggio su due ruote, ai raduni. Magari acquistando i pacchetti di ricambi via Internet. Ma la voglia di fare chilometri in moto c’è sempre, abbinata alla passione per i dettagli, per ciò che rende una motocicletta un oggetto prezioso. Le Triumph sono sempre rimaste nel mio cuore anche se ormai ci occupiamo di ogni tipo di moto. Ma la maggior parte dei nostri clienti è appassionata alla Triumph. Fedeli e affezionati».

Il segreto di Pettinari è presto detto: mantenere la rotta in famiglia e sul lavoro. è una faccenda semplice ed è nel contempo una cosa rara. Domenico non ha dubbi: «Quando decidemmo di rinunciare alla concessionaria, dopo la morte di Enrico, eravamo rinfrancati da una sorta di patto stretto tra noi. Ci guardammo in faccia, Carlo ed io, e la scelta fu immediata: continuiamo per la nostra strada, con l’officina, perché è parte della nostra natura, mentre vendere moto lo è molto meno. è stata la scelta giusta: ci muoviamo su un campo che conosciamo, siamo liberi e gratificati giorno dopo giorno. Appassionati che passano qui in continuazione, chiedono, talvolta rompono le balle, ma in realtà è un piacere incontrarli, discutere di una modifica, di una personalizzazione possibile. C’è chi cerca solo i cavalli, la potenza; chi un tocco estetico particolare, nel serbatoio, in una pedana. E poi ci sono i collezionisti di moto d’epoca. Cominciai con un cliente che aveva acquistato una Honda 350 Four. Non c’era verso di farla andare, riuscii a sistemarla. Era contento, vide in officina una Aermacchi 250 da corsa, simile a quelle che guidava Renzo Pasolini e decise di riportarla in pista. Da lì, non mi sono più fermato. Ancora oggi facciamo sette trasferte ogni anno sulle piste europee per correre con le moto d’epoca. Ho 75 anni, cerco di tirare qualche freno. Senza mollare le mie adorate MV. Con Lucio Castelli, che era meccanico di quella leggendaria squadra corse, abbiamo sistemato i primi quattro esemplari utilizzando i disegni originali. In totale ne abbiamo restaurate quindici, tutte vendute, qualcuna anche ad Agostini stesso. Una MV l’avevo restaurata per uso personale. Quando morì Enrico dovetti venderla perché si trattava di sostenere la sua famiglia, moglie e due figli piccoli. Vendemmo in Germania anche la sei cilindri di Castelli. Non ho rimpianti, proprio zero. è il dolore per la morte di mio figlio che fa male. Ma Carlo è bravo, è forte, determinato. Ne sono orgoglioso. Così come lo sono di mia moglie che ci fa marciare ancora con una energia straordinaria».

Continua a viaggiare in moto Domenico, con qualche puntatina persino in pista: «Sa com’è… sono lì ad assistere un cliente e questo mi fa: dai, provala tu, fai un giro. Se sali su una moto da corsa ti metti a tirare, è inevitabile, la vena si chiude sempre. Però devo accontentarmi della mia Triumph tre cilindri da usare tutti i giorni. è la mia moto preferita insieme alla MV tre cilindri».
Eccola qui, la MV Agostini Replica 500, 3 cilindri. Rossa e magnifica. Una scultura in mezzo ad altre, nel cuore dell’officina Pettinari, con il numero 1 sulla carena e la firma della leggenda, Giacomo Agostini, sul serbatoio. Nell’aria c’è quel profumo che conoscono i patiti del motore. I ferri in ordine negli scaffali, sui pannelli, gli strumenti di una chirurgia raffinatissima. Foto e trofei, cilindri e carene. Carlo ha una figlia che pratica pattinaggio free style. C’è un giovane meccanico che potrebbe rilevare il testimone. Domenico, intanto, non molla mica: «A casa, in cantina, ho attrezzato una piccola succursale. Metti che a un bel momento mi ritiro lì, tre o quattro moto potrei sempre farle. Come durante la pandemia. Chiuso e in salvo, a lavorare come piace a me».