Pietre parlanti

Nel Giardino Sonoro

“Sciola è lo sciamano che accoglie, accompagna, accarezza anche me. Sento i suoi calli sfiorare la mia fronte, lo vedo, lo seguo, estasiato…”. Una di 40 storie incredibili che hanno segnato l’Italia.

di Giorgio Terruzzi
 illustrazione di Stefano Grassi

Ho conosciuto Pinuccio Sciola anni fa, a Milano. Credo fosse il 1986. Il ricordo di quell’incontro è rimasto vivido. Ogni volta che compare, il mio petto si scalda, si allarga un po’. Accade spesso perché sul tavolo dove lavoro c’è una sua piccola scultura. Creta. Una figura umana possente nella muscolatura, la testa piccina, le mani sui genitali. Quando la osservo, compaiono altre mani, le sue. Enormi, ruvide, scolpite pure loro. Le mani e gli occhi chiarissimi, due occhi buoni. Era stato amico di Beppe Viola. Beppe, il Mago Merlino che mi aveva insegnato a vivere, insegnandomi a lavorare, a ridere dei nostri guai. Beppe era morto da quattro anni, era morto da un minuto, era in mezzo a noi quella sera, divertito e fiero. Ci aveva presentati e avvicinati in un istante, in un sorso di vino. Pinuccio Sciola, più basso di me. Sembrava gigantesco, un gigante è rimasto nelle immagini conservate di quella sera.
Lo uccise un tumore, 13 maggio 2016. La notizia produsse un dolore acuto e il desiderio di conoscerlo più a fondo. Imponente, più del corpo, era la sua ispirazione, smisurata la sua passione. Fissavo l’uomo di creta sulla scrivania. Gli somigliava. Pensavo: Pinuccio non morirà mai.“Quando non ero e non era il tempo; quando il caos dominava l’universo; quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione. Da allora il mio tempo è rinchiuso in una crosta durissima. Ho vissuto ere geologiche interminabili; immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica. Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo. Il mio tempo non ha tempo”. Era questa, diceva, la sua carta di identità. Queste le parole che mi accompagnano mentre da Cagliari viaggio verso San Sperate. Sono pochi chilometri, direzione nord e mi piacerebbe avere accanto la mia famiglia intera, gli amici, una folla, perché la meta è un regalo, una epifania. È il Giardino Sonoro di Pinuccio.Un tappeto d’erba, alberi di arance, centinaia di sculture.
Pietre intagliate. Pietre liberate. Parlano, cantano, suonano. Sciola le andava a cercare, le riconosceva all’istante. Tagli geometrici inferti seguendo un cifrario celeste e carezze per ascoltare la loro musica. Nessuna percussione. Le mani, quelle sue mani grandi così simili alla pietra, oppure un sasso piatto e mosso sulle feritoie. Pinuccio, folgorato da chissà quale lampo, animato da una energia instancabile. Lavorava, lavorava, non si fermava mai, piedi nudi sulla terra, sempre. Calcare e basalto. Il pedigree di ogni pietra per dare origine, densità e timbro alle voci. Suoni liquidi perché dall’acqua calcificata, fossilizzata, viene il calcare; suoni cupi perché dal fuoco viene il basalto.
Le sculture sono menhir da soggezione, sono piccoli xilofoni, sono vive, illuminate dalla luna, dal fuoco acceso nell’agrumeto. Il luogo è sacro, è un dono offerto a ogni ospite. Sciola è lo sciamano che accoglie, accompagna, accarezza anche me. Sento i suoi calli sfiorare la mia fronte, lo vedo, lo seguo, estasiato. Disse: “La Sardegna è la più bella scultura del Mediterraneo”.
Disse: “La pietra è natura, la natura è madre”.
Disse: “Ogni volta che accarezzo una pietra vedo la reazione della gente e so di avere una missione, ossia quella di ricreare un nuovo rapporto con la natura che sarà di più attenzione, di più amore, di più rispetto verso la madre terra”.
Disse: “Io non credo di aver aperto nuove strade. Ho trovato il modo di dare a una materia apparentemente muta un suono. Il suo suono. Come l’ho scoperto? Non so. Ti ricordi quando hai conosciuto tua madre?”.
San Sperate è circondato da alberi da frutto, peschi e agrumi. Sciola: nato qui il 15 marzo 1942. Figlio di contadini, cresciuto con l’idea di trasformare in risorse i limiti e le ostilità della propria terra. Una borsa di studio per approdare nel liceo artistico di Cagliari. Firenze per frequentare l’Istituto d’Arte, Salisburgo per entrare nell’Accademia Internazionale dove insegnavano Emilio Vedova, Oskar Kokoschka, Luciano Minguzzi, Herbert Marcuse. Pinuccio è curioso, è una carta assorbente. Nel Campus universitario di Moncloa, Madrid, alla fine degli anni Sessanta trova le scorie della guerra civile nelle proteste degli studenti spagnoli, in Messico lavora con David Alfaro Siqueiros, leader del movimento muralista che in Spagna aveva combattuto contro Francisco Franco. Quando torna a San Sperate ha in mente di creare un paese-museo. Dipinge le facciate delle case, invita artisti da ogni parte del mondo per realizzare murales in ogni piazza, in ogni strada: duecentosessanta opere che rendono questo luogo unico, ancora oggi. L’asfalto blu per convincere gli uccellini a nidificare vicini alla terra. La sua casa, aperta a tutti. La tavola apparecchiata a ogni ora. I tavoli con le sue carte, i suoi disegni intatti, come se Pinuccio fosse appena uscito, nell’imminenza di tornare. Le opere esposte e sparse per il mondo. A Budapest, Monaco, Parigi, Vienna, Venezia, Shanghai, L’Avana. Una scultura sonora alla Triennale di Milano, in omaggio al suo amico Gillo Dorfles, una a Roma per la Città della Musica progettata da Renzo Piano, un’altra nel giardino e sulla tomba di Jacques Prévert a Omonville-la Petite. I “semi della pace” disseminati sul sagrato della Basilica di San Francesco ad Assisi. Chiara, Tommaso e Maria, i figli di Pinuccio, hanno creato una fondazione per tutelare e tramandare. Maria dirige, cura un’eredità pesante, spalanca le porte di casa, del Giardino Sonoro con una dedizione guidata dall’amore per suo padre. Due settimane prima di morire, Sciola era a San Pietro in Vincoli, a Roma. «Perché non parli?» La domanda è leggendaria, rivolta da Michelangelo al suo Mosè.
Pinuccio offrì una risposta: “È marmo di Carrara. Il marmo, a differenza del basalto, del calcare, non parla, non canta, non può”. Lo disse con rispetto. Era una carezza anche quella, offerta a Michelangelo. Le sue mani enormi e scolpite, mosse come mulini a vento nell’aria della basilica.
Andate a San Sperate, è un invito, un buon consiglio. Pinuccio è sempre lì, vi aspetta, appoggia le sue grandi mani sulle spalle di Maria. C’è una sola domanda alla quale non darà risposta. Perché io? Non si sa, non possiamo saperlo. Scelto. Come me, come te, chiunque. Mossi e collocati tutti dalle traiettorie di un disegno impenetrabile. Custodito nel cuore muto di ogni pietra sonora.

Luoghi e volti dell’anima

Il tour sentimentale di un reporter dell’anima dal Friuli alla Sicilia e ritorno.
Edito da Rizzoli, Atlante sentimentale di Giorgio Terruzzi (324 pp., 17 €),
racconta 40 luoghi e 40 personaggi: da Maradona a Fellini, da Don Milani a Maria Montessori,
da Beppe Fenoglio a Carlo Levi, Walter Bonatti, Valentino Rossi.
Ma anche simboli, come il Derby Club di Milano e la Casa rossa di Salina.