Non è solo (purtroppo) un’emergenza sanitaria di portata globale, quella del Covid-19. La pandemia in 3 mesi di tempo ha messo spalle al muro diversi pilastri – a volte fondanti – delle economie, imponendo limiti che nessun ente governativo o azienda poteva immaginare. Quando però il cambiamento diventa questione di sopravvivenza, si riscopre il valore dell’azione collettiva e dell’innovazione sociale, capace di agire prontamente con azioni concrete, o anche solo facendo quanto non è mai stato fatto prima. Oggi è forse venuto il momento di pensare più che al presente immediato, a un futuro diverso che fin d’ora dobbiamo costruire, mettendo in campo nuove visioni, modelli produttivi e codici creativi, sostenuti dall’impellente necessità di cambiare. The Good Life ha deciso di raccogliere le più interessanti Smart News della settimana: idee, spunti di riflessione, capaci di raccontare prospettive, sfide, inciampi e risalite.

1 Giugno 2020

WORKOUT: RIPARTIRE Sì, MA CON UN FISICO BESTIALE…

Cosa succede ad un brand di sportwear quando l’attività fisica mondiale viene messa in pausa da una pandemia? Niente (o quasi). A dimostrare l’assunto sono stati in questi mesi i giganti del settore, da Nike a Puma passando per adidas, che hanno spinto i consumatori a re-inventarsi atleti anche tra le mura di casa, perché la scelta è di appartenenza a una “community” più che di abbigliamento…
Nella prima settimana di aprile adidas ha lanciato la campagna #hometeam, mettendo a disposizione sulla app Runtastic diversi workout, eseguiti dai propri atleti: il difensore del Bayern Monaco David Alaba, la sciatrice olimpica Mikaela Shriffin, la pallavolista Laura Ludwig. Non è mancato il côté solidale: per ogni ora di attività atletica completata, il marchio ha donato un dollaro al COVID-19 Solidarity Response Fund dell’OMS. Il Ceo Kasper Rosted ha definito la campagna “la più efficace di sempre” nel coinvolgere i consumatori: uno sforzo che ha richiesto il 60% dei suoi asset globali, secondo il report dei risultati trimestrali, e che ha accelerato lo spostamento sul digital, in termini di marketing e vendite. Le vendite da e-commerce sono salite del 35% nel primo trimestre, del 55% a Marzo arrivando a tre cifre all’inizio di aprile, quando sempre più Paesi sono stati costretti al lockdown.
I cugini di Puma, invece, hanno lanciato una campagna social chiedendo ai propri clienti di condividere come si mantenevano in forma rimanendo a casa, reclutando i loro testimonial per dare il buon esempio: il video di Cara Delevingne che fa yoga sulla Instagram live chat del brand ha generato 80 mila visualizzazioni. E se di certo il marchio ha visto le vendite diminuire a causa delle chiusure degli store, le crescite sulla piattaforma online sono salite del 40% nel primo trimestre.
E poi arrivano i mezzi pesanti: Nike ha messo a disposizione un’intera costellazione di attività, sponsorizzata dai suoi atleti sulle diverse app e piattaforme, come la Nike App, la Nike Run Club App e la Nike Training Club App creando sessioni di allenamento live o corsi propedeutici a corsa, danza, hip-hop e difesa personale. I dati raccolti dall’ecosistema digitale hanno sancito la massiva partecipazione della community: in Italia i Nike member sono raddoppiati, quasi triplicati se si guarda la sola città di Milano. Nella Fase 1 di lockdown, la app NTC (Nike Training Club) ha posizionato l’Italia come primo Paese europeo per quantità di workout eseguiti (oltre il 25% del totale EMEA per i mesi di marzo e aprile, una crescita che sfiora la quadrupla cifra percentuale rispetto allo stesso periodo dell’anno passato). E i nuovi utenti sono stati principalmente donne (58%) con un aumento sugli under 18 (+660%). Torneremo quindi più forti e allenati di sempre… perché ci sarà da correre, non c’è dubbio!

AMLETO VA DI MODA
Sfilare o non sfilare? Questo è il dilemma… La fashion week come la conosciamo sembra diventato un interrogativo quasi amletico che toglie il sonno a marchi e istituzioni. Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci ha dato all’eco dei social il suo diario della quarantena, un cahier de doléances di cosa si è perduto e cosa si è ritrovato in questi mesi di lockdown, chiarendo poi in una conferenza digitale che il marchio non ha più intenzione di adattarsi al tempo stanco della stagionalità, preferendo scegliere anche una nuova onomastica. Basta così cruise, pre-fall, fall-winter, etichette che hanno ormai perso qualunque significato: il marchio si muoverà al proprio, e ben più musicale, ritmo, scandito da ouverture, notturni, madrigali, concerti e minuetti che faranno da colonna sonora al nuovo percorso creativo. Una scelta che non è piaciuta a Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda italiana che frena sulla questione. In una recente intervista con Fashion Network, il manager pugliese ha infatti detto che «dovremmo avere quattro settimane separate per uomo e donna due volte all’anno, poiché si tratta di settori diversi. In generale, penso che questo sia il modo migliore per mantenere il giusto equilibrio tra questi due ambiti. Sono due settori diversi, con buyer, rivenditori e produttori diversi». Due settimane, quattro settimane, zero settimane, pare che il problema sia fermo al palo, o meglio al calendario. Poi Capasa lancia un ramoscello d’ulivo in difesa della libertà di ciascun brand (perché in Italia la formula sistema-moda non è ancora proprio chiara, un sistema sì, ma di individui autonomi, per carità!): «Credo nella libertà; è per questo che dobbiamo aspettarci che il mondo sia fluido e i brand siano liberi di fare ciò che vogliono. Alcuni faranno sfilate con un pubblico limitato, altri show virtuali, o un fashion movie oppure un video dettagliato della loro collezione. Se ci vuole un minuto o 30 minuti per esprimere le tue idee, è una tua scelta». E nel frattempo proprio in collaborazione con Capasa e CNMI, solo qualche giorno fa Instagram ha presentato nel corso del webinar “Ideas for digital fashion week” una dettagliata guida per una futura settimana della moda digitale, come quella che si terrà a Milano a luglio. Divisa tra show ed esperienze di shopping, tra le nuove funzionalità ci saranno badge digitali che i follower potranno acquistare tramite Instagram Live e pubblicità su IGTV, i cui ricavi, per la prima volta in assoluto, saranno condivisi con il content creator, a cui andrà il 55% di quanto investito dall’inserzionista. Il futuro, insomma, è (quasi) arrivato.

25 Maggio 2020

MUSICA DAL VIVO? MAGARI IN UN DRIVE-IN

Quando torneremo sotto i palchi, ad ascoltare musica live? E soprattutto, come si farà a ricreare l’atmosfera “da concerto”, in tutta sicurezza? Domande alle quali l’industria musicale sta tentando di rispondere, dopo che Assomusica (Associazione italiana organizzatori e produttori spettacoli di musica dal vivo) ha stimato che entro la fine della stagione estiva, la perdita per il settore dei live ammonterà a 350 milioni di euro. E la previsione in effetti tiene conto del fatto che i principali organizzatori, da Live Nation a Comcerto passando per Vertigo hanno di recente annunciato lo stop a tutti i grandi eventi dell’estate (Umbria Jazz, Firenze Rocks, Lucca Summer Festival tra gli altri), rimandati al 2021. Secondo un’indagine condotta dal MI AMI Festival e da Rock.it, volta a saggiare gli umori del pubblico che di solito frequenta i concerti, il desiderio di live rimane alto, anche se il 75% degli intervistati (15.000 utenti, al 70% sotto i 30 anni) dichiara che in tutta probabilità non ritornerà all’esperienza della musica dal vivo prima del 2021. E per allora, si spera, in un quadro di crisi economica generale, che il costo dei biglietti non aumenti, anche se il 12,3% è convinto che sia necessario, per fronteggiare i costi aggiuntivi che richiederanno le misure di sicurezza.

E i concerti in streaming? Solo la metà degli intervistati ha dichiarato di apprezzarli, ma solo una percentuale minima, l’1,6% si dichiara disposto a pagare per fruirne. E proprio parlando di concerti in streaming il gruppo coreano di K-pop BTS ha annunciato che, a fronte della cancellazione dell’intero tour americano (37 date) il 14 giugno pubblicheranno Bang Bang Con,The Live: un live streaming a pagamento della durata di 90 minuti. Questo live fa seguito a un evento online svoltosi il mese scorso, che ha visto oltre 50 milioni di visualizzazioni e 2 milioni di spettatori simultanei per la visione di filmati tratti da vecchi concerti dei BTS degli ultimi anni. Chissà se altrettanti fan saranno disposti a pagare per vedere la band in versione casalinga… Intanto gli irriducibili del live potranno provare la formula sperimentata dal Club Index a Schüttorf, in Germania, che ha organizzato in un parcheggio il primo concerto “drive in”. Durante l’esperimento di disco car, come è stato chiamato, le 250 macchine e i 500 partecipanti hanno assistito ad un dj set dal vivo con performer, ballerini e spettacoli di luci. Bye bye “pogate” sotto al palco? Staremo a vedere.

TAKE CARE… GRAZIE SIGNORA ARTE!
Quando l’arte unisce l’Italia, sostiene gli ospedali e trasforma le mascherine in un oggetto artistico che pone l’attenzione sullo sguardo. Sguardo che va puntato nella giusta direzione. Come ha fatto Erika Suzuki, che ha trovato nella profondità degli occhi, che emergono come unico approdo in un volto “mascherato”, una via per comunicare al mondo. Come? Con Smile: un progetto editoriale che affronta la situazione pandemica cercando di trovare un comune denominatore in un linguaggio universale come quello dei nostri occhi. A dare forza al suo messaggio anche le parole di Massimo Martignoni, storico dell’arte e giornalista, che ne interpreta il senso mentre i visual di Erika catturano la nostra attenzione (zikibanzai.com).

Già proprio l’arte che di sostegni ne ha ricevuti ben pochi, è scesa in campo ogni giorno in questi mesi. Con mostre online, con progetti e laboratori da fare a casa per intrattenere anche i più piccoli. Aprendo gli archivi. Adesso lo fa in maniera sostanziale, lasciando un segno tangibile per la comunità. La Cy Twombly Foundation, una fondazione privata senza scopo di lucro istituita nel 2005, che da sempre promuove lo studio la preservazione dell’eredità culturale dell’artista Cy Twombly, ha deciso infatti di fare una donazione di 500.000 $ (478.000 €), a sostegno di una struttura ospedaliera della Città di Gaeta. Proprio a Gaeta l’artista americano ha trascorso parte della sua vita, facendo di questo paese della provincia Latina la sua seconda casa dagli Anni 90 fino alla sua scomparsa, nel 2011. In segno di riconoscenza verso questo gesto senza precedenti, il Comune ha intitolato il nuovo centro diagnostico alla memoria di Cy Twombly.

Da Nord a Sud a volte ci si chiede se questo Paese riesca a pensarsi come un unico corpo. Nell’emergenza, ancora non alle spalle, abbiamo provato ad essere “uno”. La stessa riflessione diventa tema per una residenza d’artista promossa da Artissima e Torino Social Impact e rivolta a talenti emergenti dal background multiculturale e migratorio. Caterina Erica Shanta (Germania, 1986) e Liryc Dela Cruz (Filippine, 1992) che l’hanno vinta, avranno l’opportunità di vivere a Torino presso Combo per un mese per realizzare un’opera video che risponda proprio alla riflessione “Quante Italie?”. E così storie apparentemente “lontane” diventano lo strumento per mettere al centro il tema dell’identità e della cooperazione, attraverso un confronto sincero e profondo con i mille volti della città di Torino.

18 Maggio 2020

DON’T WORRY BE HAPPY!

“A tutti gli scrittori e ai nati con la camicia sparsi per il mondo!” Parte così l’appello di Freitag lanciato da Allan Dransfield, Executive Vice Pleasident for Global Happiness. Già avete letto bene, a discapito dei pregiudizi sull’ilarità d’oltralpe il brand svizzero ha creato una carica per promuovere la felicità nel mondo! Come? Con una nuova sfida globale, la #donthurry_challenge: un progetto ad alto tasso serotoninico, che ogni settimana su Instagram propone una sfida da fare a casa (dal costruire un Totem all’illustrare il paesaggio fuori dalla propria finestra). Alla fine del challenge sarà costruito un wall (virtuale nenache a dirlo) con un mosaico collettivo di idee. «Sembra che ultimamente persino la Terra abbia preso alla lettera il nostro motto DON’T HURRY BE HAPPY. E quindi, ora che siamo tutti stati pazientemente in quarantena, abbiamo messo a punto una serie di attività altamente scientifiche che possono essere svolte comodamente tra le proprie mura domestiche, con l’obiettivo di diffondere il più possibile l’immunità di gregge contro l’infelicità. Dopo tutto, anche la felicità è contagiosa. È possibile che i partecipanti vengano pervasi da una forma di lieve euforia, una sorta di escapismo artistico, seguita da una sensazione di benessere e spirito di condivisione nel momento in cui le rispettive opere diventano parte di un mosaico collettivo di idee».
Nuove forme di narrazione, quindi, come quella proposta da metà maggio da B&B Italia che lancia il podcast THE COUCH, curato da David Plaisant, che mette al centro della conversazione la casa, ovviamente, ma racconta curiosità e fatti inediti del brand legati alla «cultura del design», attraverso dialoghi personaggi mitici del settore e non solo. I primi 3 appuntamenti sul divano sono: What makes a home? Scopriamo quanto sia cruciale lo spazio domestico per la nostra cultura. Tracciamo le origini del moderno home design e vediamo come può essere sia un rifugio che una piattaforma di creatività. Tra gli ospiti: Michael Anastassiades, designer. Tom Morris, scrittore ed esperto di interior design. Professor Penny Sparke, accademico di design. Si prosegue con Know your couch. Dal design radicale e sperimentale alle pubblicità irriverenti che segnano un’epoca, esistono divani che raccontano una storia. Come la poltrona UP5_6 di Gaetano Pesce, Sity di Antonio Citterio e Le Bambole di Mario Bellini. Oltre a Citterio e Piero Lissoni, tra gli ospiti anche Nina Yashar, gallerista e imprenditrice, e Catharine Rossi, autrice. E infine: Crafted industry. Il design nella sua vera essenza riguarda la creazione di oggetti che possono essere realizzati e utilizzati ancora e ancora. Il maestro del design italiano Mario Bellini ha discusso di questo processo e guarda indietro di 50 anni fino alla creazione dell’iconico divano Camaleonda.

Ma il benessere si può diffondere, oltre che con sfide di creatività, anche con azioni pratiche di Welfare. Doucal’s, manifattura calzaturiera con sede nelle Marche, per capire come essere vicina ai suoi dipendenti, ha lanciato un sondaggio per definire una serie di benefit per i dipendenti, che potranno così usufruire di servizi gratuiti a scelta libera che spaziano dalle visite mediche ai buoni per i libri scolastici. Ora, con la diffusione del Covid-19, il panel dei servizi a scelta potrà essere ampliato con una polizza anti-Covid per tutti i collaboratori prevedendo una diaria per i ricoveri e una indennità. A questo si aggiunge un progetto formativo di Personal Long Life Learning: «Oggi più che mai dopo mesi di chiusure prevalgono paure e incertezze economiche che stanno diffondendo sfiducia nel futuro. Noi vogliamo rilanciare il messaggio affermando che la Conoscenza è il vero Welfare, il vero benessere psicologico per i nostri collaboratori e per tutte le loro famiglie. Stiamo attivando un piano formativo continuativo e in evoluzione, per tutti i dipendenti, e vorremmo estenderlo ai fornitori, sulle tematiche inerenti all’educazione finanziaria in termini di gestione del bilancio familiare e di tutte le tematiche economiche che ci riguardano quotidianamente. Questa crisi ci ha fatto riflettere ancora di più sui concetti di reddito, risparmio, investimenti per l’istruzione dei figli e per la nostra pensione. Questi argomenti sono obbligatoriamente legati con il futuro nostro e quello dei nostri figli», spiega Gianni Giannini, titolare e direttore creativo di Doucal’s. I corsi saranno erogati in presenza fisica e fruibili anche a distanza, in modalità smart e digitale, con il supporto di docenti universitari e operatori specializzati del settore finanziario.

COMMUNITY ITALIA
Quest’anno anche gli open day delle università si sono fatti online, nel rispetto delle regole imposte dal Covid-19. Niente giro per i chiostri, nessuna immersione di fantasia nelle aule pregne di quel “profumo” di sapere…. Forse proprio per recuperare quello spirito ideale che spinge giovani leve a varcare la soglia degli atenei che la mobilitazione creativa è passata all’azione. Come? L’Istituto Europeo di Design ha lanciato IED per l’ITALIA: «Oggi siamo più che mai consapevoli d’essere parte di una comunità globale e quindi anche le soluzioni devono essere globali, che la forza risiede nell’unione e non nella divisione – dichiara Emanuele Soldini, direttore IED Italia. IED per l’Italia nasce da queste convinzioni, è una chiamata a raccolta dei creativi che compongo la comunità IED e non solo, affinché tutte le loro migliori idee non vadano perse, ma anzi supportate nel loro sviluppo e messe al servizio del bene comune». Bene, appello lanciato! 15.500 persone: questa è la community tra studenti, docenti e staff. Ma sono invitati anche pensatori e creativi da tutta Italia, per proporre le proprie idee in ambito prodotto, servizi, comunicazione attraverso la compilazione di un’application dove è essenziale finalizzare a chi si rivolge il progetto e a quale necessità risponde, ecc. Alcune idee sono già arrivate e riguardano sopratutto piattaforme e gallery virtuali per l’arte, la formazione a distanza, ma anche progetti per il futuro rilancio del Paese. Una volta valutati tutti i progetti ricevuti, IED selezionerà le migliori proposte e si attiverà per supportarle nella loro concretizzazione. Per informazioni è possibile scrivere a progetti.speciali@milano.ied.it.

Ma per ripartire non bastano le idee. Ci vogliono anche aiuti concreti. E si sa, quando il popolo italiano viene chiamato a sostenere una giusta causa o a promuovere progetti intelligenti non mancano le risorse. Per questo partirà il 18 maggio la campagna di crowdfunding sul portale 200Crowd.com per rafforzare la community di piccole e medie imprese italiane di design pronte a ripartire. Anche perché il digital export italiano nel 2019 è cresciuto del 15%, raggiungendo quasi 12 miliardi, il doppio rispetto ai 6 miliardi del 2015. L’iniziativa è sostenuta e ideata dalla piattaforma commerciale Design Italy, classificato come startup innovativa, e sarà attivo per 2 mesi (fino a metà luglio). «In questo momento di restart siamo entusiasti di tornare operativi con una campagna di crowdfunding che, siamo certi, raccoglierà l’interesse degli investitori nel momento del rilancio nazionale. Il Made In Italy rappresenta un fortissimo asset e può, oltre che deve, essere un punto di partenza per ridare vigore all’export e cogliere l’opportunità data dalla crescente domanda di “bello e ben fatto” on line» –spiega Roberto Ferrari, Founder e Ceo di Design Italy«L’obiettivo di raccolta è tra i 150k e i 300k. Guardando al 2021 siamo molto ambiziosi, con il raggiungimento di un fatturato di 1.7 milioni che ci consentirebbe di incrementare le attività di marketing, lanciare progetti speciali già in lavorazione e continuare negli sviluppi digitali».

11 Maggio 2020

Il lusso che verrà

Il mercato del luxury non si riprenderà subito dalla crisi. Ma i più veloci a rialzarsi saranno coloro che meglio sapranno interpretare il ruolo di “piattaforme della creatività” e comunicarlo al mondo. È quanto risulta dalle tabelle di dati e di analisi presentati lo scorso 7 maggio da Altagamma in un webinar che ha cercato di gettare una luce sullo scenario di qui al 2025 di uno dei settori trainanti dell’economia italiana, che nel 2019 ha fatto registrare nel mondo 281 miliardi di euro di fatturato, con un’aspettativa di crescita, prima che esplodesse l’emergenza sanitaria, del 4%. Il futuro cui dovranno adattarsi le imprese top di gamma della moda, del design, della gioielleria e del vino, ma anche del turismo, della ristorazione e dell’hospitality a cinque stelle, parla di una crisi a due cifre, che alla fine dell’anno potrebbe registrare una perdita di fatturato anche al 15/20%. Se lo scenario più pessimistico dovesse verificarsi, parleremmo di una perdita doppia rispetto a quella del 2008/9. La ripresa mondiale dovrebbe comunque iniziare entro la fine dell’anno, in Cina, grazie ai soprattutto ai consumi interni della middleclass, vero e proprio driver mondiale e farebbe del Paese il più grande mercato mondiale del lusso (oltre il 50%). Stati Uniti, Europa e Resto del mondo, invece, inizieranno la risalita nel 2021. Per ritornare ai livelli pre Covid-19, tuttavia, l’Italia dovrà attendere la fine del 2022. Ma quali saranno i driver di questa ripresa? L’e-commerce, già in crescita, subirà un’accelerazione, dato che il lockdown ha abbattuto le ultime barriere psicologiche. La stessa cosa vale per gli outlet, considerati la porta d’ingresso al mercato del lusso per middleclass e giovani. Mentre il retail tradizionale, per rimanere concorrenziale, dovrà radicarsi nel territorio “città per città”, così da arricchire la experience e il contatto personale con il cliente. Il passaggio a uno stile di comunicazione omnichannel è destinato a compiersi definitivamente. Mentre i valori d’impresa vincenti nel post Covid-19 saranno radicamento sul territorio, innovazione, sostenibilità, responsabilità sociale verso gli stakeholder e soprattutto intimacy: capacità di intrattenere e coinvolgere emotivamente il cliente. Assisteremo, infine, a un passaggio generazionale. Entro il 2025 Generazione Z (sotto i 24 anni) e i Millennials (tra i 24 e i 39) supereranno in termini di consumi Generazione X (tra i 39 e i 54) e Baby Boomers (tra i 54 e i 64) sommate.

Fase 2: Empathy World
Tra riconversioni della filiera produttiva e produzione di materiali atti a rispondere all’emergenza sanitaria quasi ci si dimentica del grande sforzo che il mondo della cultura sta facendo in questo periodo di lockdown. Ogni giorno è a lei che rivolgiamo il nostro pensiero per immergerci in una mostra virtuale, in un viaggio tra le architetture che torneremo a visitare, in un libro, ecc. Ma c’è una voce che non ci è sfuggita nel coro degli aiuti, dei più vari, che invece ha colto questo sforzo. Quella di Conceria Superior, azienda toscana con sede a Santa Croce sull’Arno – che opera nel settore delle pelli di lusso per l’Alta Moda, amministrata da Stefano Caponi –, che ha fatto il suo controcanto lanciando un aiuto più che concreto al mondo dell’arte. Come? Con una donazione per la ristrutturazione delle aree interne del Monastero Agostiniano di Santa Cristiana in Santa Croce sull’Arno, storico edificio, sopravvissuto a 700 anni di storia, che tornerà al suo originario splendore con il restauro delle travi a volta delle sale interne del Monastero. Un modo per essere vicini anche alla comunità che potrà riappropriarsi di questo posto sopravvissuto a guerre, pestilenze e inondazioni dell’Arno. «In questo momento di emergenza sanitaria e di grande incertezza è stato importante credere fortemente in una nuova normalità, tutta da ripensare insieme, e che non può non considerare quella grande ricchezza artistica e culturale che tutto il mondo ci invidia» – spiega Stefano Caponi – «Non potendo convertire la produzione conciaria per essere concretamente attivi contro la lotta a Covid-19, abbiamo pensato di muoverci su un altro fronte, altrettanto fondamentale. Questa donazione ha permesso di preservare la bellezza di un luogo storico importante per la comunità, dando un segno di speranza per il futuro».
Parola d’ordine “empatia” a quanto pare per questa nuova fase. La stessa che ha voluto ribadire con un messaggio altrettanto forte Valentino. La maison di moda da sempre legata a doppio filo alla sua città, Roma, ha rotto gli indugi con una campagna pubblicitaria speciale, accompagnata dall’hashtag #ValentinoEmpathy. Gli abiti della fall winter 2021 sono stati scattati infatti tra le mura domestiche da molti Friends of Valentino: Gwyneth Paltrow, Naomi Campbell, Laura Dern, Anwar Hadid, Christy Turlington, Ellery Walker Harper, Ghali e molti altri ancora, hanno contribuito a realizzare uno shooting “casalingo” sotto la regia del direttore creativo Pierpaolo Piccioli a scopo benefico. Il progetto charity prevede la donazione da parte di Valentino di un milione di euro a favore dell’ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, in prima linea contro questa crisi sanitaria.

Il brand Italia: un tesoretto da promuovere
Tra le strategie per la ripresa, si conferma la necessità di un’azione di sistema a sostegno del brand Italia, in Italia e all’estero. In una recente classifica di Brand Finance, in termini di immagine e reputazione, il nostro Paese è ora al 18 posto su una lista di 60. Il voto medio di 6,8 dell’Italia non è terribile se si pensa che la Svizzera è al primo posto con un punteggio di 7,6, la Germania è al 4° con uno score di 7,4, l’Olanda è al 12° con uno score pari a 7,1. Più sotto in classifica, Spagna al 16° con score 6,9, Portogallo al 22° con 6,6 e Grecia 34° con 6,0. La scarsa reputazione dell’Italia dipende in parte da fatti concreti, in parte da stereotipi e dall’opinione che gli italiani hanno di loro stessi. Nonostante la passione per i brand italiani, per esempio, olandesi e tedeschi considerano l’economia italiana poco stabile e debole. Inoltre solo l’1% degli olandesi considera l’Italia un paese con elevati standard etici e bassa corruzione, solo il 7% rispetta i leader italiani, solo l’8% considera il popolo italiano affidabile e così via. È inevitabile che questo pesi sulle decisione dei governi di quei Paesi in merito alla possibilità siano concessi finanziamenti a fondo perduto all’Italia. Questa, però, non è un opinione condivisa ovunque. Per esempio in Russia e Usa l’immagine italiana è ottima. Brand Finance ha stimato a ottobre 2019 il valore del brand Italia pari a 2.110 miliardi di dollari. Si tratta di un tesoretto che andrebbe tutelato e sviluppato con una campagna di sistema.

4 Maggio 2020

Come cambierà la ristorazione? Sempre più at home… ma gourmet!

La ristorazione si reinventa, e pensa nuovi format. Se il settore perderà durante il 2020 almeno 8 miliardi di euro di fatturato (secondo il Centro Studi della Federazione Italiana pubblici esercizi) è già però boom il business dell’home delivery, come succedaneo casalingo alla cena fuori. Il passo successivo è stato quello mosso dai ristoranti stellati, che hanno deciso di trasformare la consegna a casa in un’esperienza gourmet. Un trend che era stato già evidenziato da Vittoria Veronesi, direttore del Master in food and beverage alla Bocconi di Milano. «Nel mondo della ristorazione e del food c’è un prima e un dopo Covid-19: uno spartiacque che ha portato gli operatori di settore a riflettere sia sul presente che sul futuro del comparto, adattando il proprio business in base alle esigenze e alle modalità di consumo emerse a seguito dell’emergenza. In questo senso l’home delivery è e continuerà a essere un driver di sviluppo fondamentale per la ristorazione, che non diminuirà con le riaperture, ma che affiancherà ancora l’attività all’interno dei locali. Questo renderà il mercato ancora più competitivo: per differenziarsi, sarà necessario da parte dei ristoratori arricchire il delivery con aspetti esperienziali unici, soprattutto per i top di gamma». Il tristellato Da Vittorio della famiglia Cerea, ad esempio, arricchisce l’offerta dei 4 menù che cambiano ogni settimana, con la carta dei vini, per permettere un wine pairing con i piatti. Se però i Cerea erano già prima del Covid-19 esperti riconosciuti della ristorazione stellata da asporto, il delivery è una novità per il Del Cambio di Torino, o anche per la storica gastronomia milanese Peck, che porta a casa dei suoi clienti salumi, formaggi, piatti caldi, sempre abbinati ad una copia de Il Corriere della Sera. Una scelta così spiegata dal Ceo Leone Marzotto: «Abbiamo potenziato i servizi di delivery per consentire ai milanesi di mantenere le loro abitudini senza dover uscire di casa. Ma non di solo pane vive l’uomo, e così è nata l’idea di portare a domicilio anche l’informazione del Corriere della Sera. Così importante per vivere in modo consapevole questo tempo pieno di domande e incertezze. Una integrazione di servizi che ci siamo sentiti di offrire ai nostri clienti e che ha riscontrato molti messaggi di soddisfazione». Una varietà di offerta che include anche l’ora dell’aperitivo. Tante le proposte, dallo storico Jamaica Bar al creativo DistrEAT, ristorante sul Naviglio pavese a Milano che oltre al suo kit gourmet (ingredienti porzionati e sottovuoto necessari per la preparazione delle ricette dei suoi chef) ha ideato il kit drink (ogni settimana il menu di assaggi finger food e il cocktail solo svelati via Instagram su @distrat_milano), con il necessario per miscelare il cocktail da sorseggiare mentre si cucina. E se la situazione attuale richiede capacità di adattamento, il Retrodelivery di Retrobottega, a Roma, ha di certo colto la palla al balzo: oltre a consegnare i propri piatti, si è infatti parzialmente riconvertito come fornitore di beni alimentari, frutta, verdura, pane e pasta fresca, eliminando il tedioso problema delle code al supermercato, e nel contempo sostenendo le piccole attività locali. Chi invece non riesce davvero a rinunciare all’idea di una cena fuori può fare affidamento su dinnerbond.it. Sul primo portale italiano dedicato, infatti, si può acquistare ad un prezzo speciale un pranzo o una cena nei ristoranti di Filippo La Mantia, Cristina Bowerman e Luigi Taglienti, tra gli altri, da consumare alla riapertura delle attività (che, secondo l’ultimo DPCM coinciderà con il 18 maggio). Guardando con speranza al futuro che verrà, anche se sarà diverso da come ce lo saremmo immaginato.

Editoria e moda: resisteranno only the Brave…
Negli Stati Uniti si comincia a tirare le somme ed evidenziare dei trend post Covid-19. A farlo è stato il New York Times, secondo il quale il mensile più remunerativo del gruppo Condé Nast, Vogue USA, si appresta ad affrontare una crisi simile a quella conseguente alla bolla immobiliare del 2008 di Lehman Brothers, mentre “the strongest business in company”, parallelamente, è il The New Yorker. La motivazione di questa differenza è nella strategia che i due magazine della stessa casa editrice hanno adottato: anche se infatti i trend negativi della carta stampata in casa Condé Nast sono gli stessi del 2008, e non c’è mai stato un miglioramento, Vogue USA fa affidamento da sempre, in maniera massiccia, sugli investimenti pubblicitari delle principali maison della moda, ora drammaticamente calati, visto che il settore dell’abbigliamento e del retail è uno dei più colpiti. Dall’altra parte il settimanale The New Yorker non ha mai puntato su abbonamenti economici, come le altre testate del gruppo, che utilizzano questa strategia per aumentare i loro numeri di distribuzione, e divenire, di conseguenza, più attraenti agli occhi degli investitori. Insomma, pare finita l’epoca dei magazine glossy, anche se non c’è ancora una chiara strategia su come ripensare il sistema. Il Ceo di Condé Nast, Roger Lynch, ha infatti detto al NYT che «la casa editrice oggi è molto diversa rispetto alla percezione datata che ne si ha all’esterno, fatta di molti drammi, molti eccessi. Non è quella l’azienda che sta affrontando il 2020». E così la direttrice di Vogue USA, Anna Wintour – forse proprio per sostenere il suo principale bacino di utenza, i brand di abbigliamento che investono sulle sue pagine –, ha lanciato in collaborazione con il Council of fashion designers of America, A common thread, raccolta fondi dedicata a piccole e medie imprese, il cui ricavato sarà probabilmente destinato alla ri-organizzazione della fashion week newyorchese in formato digitale. La ex direttrice di Vogue Paris Carine Roitfeld – che oggi dirige il fashion magazine CR – non ha perso tempo per dare un segnale dalla sponda europea della moda e ha organizzato per il primo maggio, in collaborazione con amfAR, Fashion Unites, prima sfilata virtuale visibile in streaming su YouTube tramite il sito dedicato. Totalmente auto-filmata – i video sono stati realizzati dalle modelle che hanno indossato gli abiti del loro guardaroba con lo styling della Roitfeld – l’evento vuole lanciare anche un messaggio di speranza e di unità di fronte a questa crisi. Un fronte comune, quello dei giornali di moda, che cerca nuove strade per salvare il comparto dell’abbigliamento, rimanendo rilevante in una contemporaneità che non si immaginava così complessa. Per i risultati, c’è ancora da aspettare.

27 Aprile 2020

All’epoca del Covid-19, l’importante è credere

Nell’emergenza, l’affidabilità dell’informazione torna un valore primario. La società di ricerche Dmr Group ha monitorato tra il 2 e il 29 marzo un panel di oltre 25.000 social account rilevanti per moda, lusso, cosmetica e lifestyle, per misurare l’impatto del Coronavirus sui principali social network. Il campione in esame ha pubblicato oltre 1,4 milioni di post, per un engagement pari a 8,2 miliardi e una reach – il numero di persone raggiunte da un contenuto social – di 143,5 miliardi. Media e giornalisti si prendono la rivincita su celebrity, influencer, brand e store. La categoria, infatti, ha registrato il maggior quantitativo di post pubblicati sui social media, con un aumento del 5,8% e un engagement salito del 5,9%. Celebrity e influencer hanno messo a segno un modesto +0,5% per i post, registrando anche un calo dell’engagement dell’1,5%. Brand e store hanno ridotto infine il numero di post del 10,8%, con un decremento dell’engagement del 15,7%. Tra i social, anche in questo caso un po’ a sorpresa, vince Twitter, davanti a Facebook e a Instagram, registrando tra i motori il massimo numero di post (608.400) con una crescita dei contenuti del 2,6% e un aumento dell’engagement del 5,7%. Facebook ha registrato un incremento dei post del 12,1% (426.000) con un +16,3% dell’engagement. Instagram, nonostante un engagement molto superiore agli altri social, ha accusato un calo dei post pari all’1%, al quale è corrisposto un decremento dell’ingaggio dell’1,9%.

Aspettando il Salone del Mobile, il design è virtual

Federlegno ha stimato un calo del fatturato del settore arredo, a fine anno, attorno al 20%. All’inizio il problema circoscritto in principio a Cina e dintorni, ora si è esteso anche al mercato delle grandi forniture contract degli Stati Uniti, perché la logistica internazionale è ferma. E benché la Cina stia ripartendo, non c’è modo di trasportare le merci via nave. In attesa che Federlegno prenda il comando del gruppo, il mondo del design affronta l’emergenza in ordine sparso. L’Italia guarda al Salone del Mobile di Milano e al suo Fuorisalone, format internazionale di successo, come al segnale più significativo della ripresa italiana. Annullato quello che si sarebbe dovuto tenere a fine giugno, il prossimo è stato programmato nell’aprile 2021 e dovrebbe adottare una formula XL, che presenti nello stessa data le novità nei settori casa, cucina, luce, bagno, ufficio. Ma non sono poche le aziende a interrogarsi sul da farsi in vista di quella data. È meglio congelare le nuove proposte in attesa dell’evento 2021 o investire un po’ di tempo e di energie su strategie alternative di comunicazione che possano, se non sostituire, integrare la logica del grande evento? In quest’ottica, anticipando tutti, si è mosso il portale Dezeen con il suo Virtual Design Festival, il primo design festival on line del mondo, dal 15 aprile al 20 di giugno, con interviste ai designer, interventi e discussioni di scenario sul design, l’architettura, la rigenerazione urbana nel mondo dopo la crisi, oltre a presentazioni di nuovi progetti o collezioni. A questi link si possono trovare il programma, le interviste, i videomessaggi.

Milano si rilancia a ottobre con Mind

Spingendo la notte più in là, in attesa della prossima edizione del Salone del mobile, apre a Milano il primo hub d’innovazione interamente dedicato al design. Sorgerà nel nuovo Milano Innovation District (Mind) che occupa l’area che fu di Expo2015 e mira a costruire un Living Lab integrato con spazi di co-working, co-living e co-factory, progettati per sostenere la prototipazione di nuovi prodotti da parte di aziende e start up. Il Designtech Hub, questo è il suo nome, è promosso da Hi-Interiors con l’australiana Lendlease come partner immobiliare, che ha acquisito la gestione dell’area Mind. Con circa 50 postazioni attive, il co-working sarà ospitato all’interno dell’edificio progettato da Michele De Lucchi che, durante Expo 2015, fu il padiglione di Intesa Sanpaolo. Hi-Interiors, annunciando il progetto, ha lanciato anche la seconda edizione di HiHack con la relativa call per fare scouting di nuove soluzioni, prodotti e tecnologie per gli spazi di coworking relativi alla prima fase del DesignTech. La call di HiHack è aperta a piccola aziende e start up.

Piccole grandi storie di contropiede

La crisi chiama, le aziende rispondono. Il brand di design padovano Myyour, specializzato nella produzione di arredi outdoor, grazie al suo know how nel settore plastico, ha deciso di riconvertire tutta la sua produzione al settore ospedaliero. Così, Poleasy, il polietilene facile da igienizzare brevettato dalla società, anziché per gli arredi sarà impiegato per realizzare carrelli, comodini e lettini per gli ospedali italiani e stranieri. Dagli ospedali all’immobiliare, si chiama Home_J (home-journey) la app di Milano Contract District che consente una experience digitale delle soluzioni di arredo mettendo in rete tutti i protagonisti del progetto: costruttore, fornitore di home design e cliente. Milano Contract District ha dal 2016 uno spazio di 1.700 metri quadrati in città che consente ai clienti di Real Estate di sperimentare dal vivo le possibili soluzioni di arredo di brand partner del calibro di Florim, Flos, Listone Giordano, Lualdi, Lema e altri. Con la nuova app, disponibile da maggio, i clienti potranno gestire, tracciare, archiviare, aggiornarsi sullo stato di avanzamento del loro “viaggio” verso la nuova casa, senza mettere piede fuori… casa. Anche nel design, una delle esigenze che l’emergenza porta alla luce, è quella di recuperare presto e rinnovare il contatto con il cliente. Tra i marchi storici del made in Italy, Cassina, con l’iniziativa The Cassina Perspective, ha dato vita a un palinsesto digitale per la sua community, che grazie storica alla collaborazione con la Fondazione Le Corbousier ci invita tramite newsletter e sito a un viaggio nella storia del design attraverso i suoi maestri. Lago, invece, già a metà marzo aveva avviato un servizio di consulenza d’arredo online gratuito per dialogare da casa con progettisti, dealer e designer. Se per aziende come Lago il contatto cliente attraverso il digitale è un campo di attiva sperimentazione da tempo, la crisi sta diventando per molti un acceleratore di idee per elaborare nuove forme d’interazione con il pubblico. È il caso di Antoniolupi che ha innovato e potenziato repentinamente il proprio sito con nuovi tools. Registrandosi nella sezione “my AL” , designer, architetti e rivenditori possono organizzare e condividere il loro lavoro, creare pagine su singoli progetti, prodotti e soluzioni. Stessa accelerazione da Penta, che in queste settimane ha lanciato un nuovo configuratore on line per scegliere anche da casa la propria soluzione di illuminazione. Lualdi, invece, storica azienda leader nel mercato del design delle porte, ha lanciato su Instagram l’iniziativa #mydoors, invitando gli italiani in lockdown a inviare una foto della porta di casa che meglio racconta il momento particolare che stanno vivendo. Ne è risultato un sorprendente ritratto in un interno dell’Italia tutto da visitare all’indirizzo Instagram@lualdi_official. Infine, Lasvit, giovane e innovativa azienda di design ceca, il 19 maggio terrà la sua prima conferenza stampa virtuale: chissà che non apra la strada alla futura press room del Salone.

Architetture nel mondo che verrà

Se la casa è da sempre considerata economicamente un (bene) rifugio, la pandemia ha dimostrato quanto possa diventarlo in senso letterale. Così, esaminate tanto le impreviste esigenze del lockdown quanto il rischio di dover fronteggiare altri contagi, alcuni studi di architettura hanno iniziato a ridefinire i moduli abitativi, progettandoli in stile “Quarantena”. Per Sergey Makhno, fondatore dell’omonimo studio con sede a Lviv, in Ucraina, le abitazioni del futuro saranno “tutte fieramente indipendenti, con il proprio approvvigionamento idrico e impianto di riscaldamento che, per sicurezza, comprenderà anche una stufa, un camino, una caldaia a combustibile solido, un generatore e pannelli solari”. Inoltre, ha dichiarato al magazine Dezeen: «Saranno essenziali anche sistemi di filtraggio dell’acqua e dell’aria, che ne controlleranno elettronicamente la temperatura e la qualità». Per Stanley Sun, fondatore del Mason Studio di Toronto, l’epidemia porterà a rivedere gli spazi comuni nei condomini, che saranno divisi per consentire ai gruppi di inquilini di goderli separatamente o inglobati dentro le case, mentre per Gonzalo Pardo, direttore della madrilena Gon Architects, si farà un maggiore uso di tetti, su cui coltivare micro orti, e di «terrazze disegnate per proseguire nelle aree adiacenti, con salotti che inglobano spazi interni ed esterni». La ridefinizione degli spazi prevederà poi «ingressi in cui disfarsi degli abiti e delle calzature indossate all’esterno». Questo almeno è il parere di Moisés Royo, fondatore della spagnola Muka Arquitectura, aggiungendo che «Le porte si apriranno solo tramite comandi vocali o riconoscimento facciale, per evitare di toccare bottoni o maniglie». Lo hanno preso in parola gli architetti Ivo Tedbury e Freddie Hong hanno già sviluppato un estensione 3d, scaricabile gratuitamente, che consente di aprire le porte senza toccare le maniglie. Ma oltre alle case private, anche gli spazi collettivi dovrebbero essere ripensati, a partire dalle scuole. Alfonso Femia, fondatore dell’omonimo atelier milanese e parigino, ha esposto a Open la sua visione, che anziché concepirle come isole separate, le immagina luoghi permeabili, aperti, piazze ambientali come paesaggi nel paesaggio. Senza temere di demolire i vecchi edifici per ricostruirli in un collegamento costante con aule, spazi aperti, aree verdi.

Oltre la crisi, nasce il cinema 4.0

Secondo il sito specializzato Indiewire, ammonterebbero a circa 17 miliardi di dollari le perdite subite da gennaio a maggio 2020 dall’industria cinematografica mondiale. E non è escluso che la tendenza prosegua, dato che l’obbligo di distanziamento sociale potrebbe portare a un aumento del prezzo del singolo biglietto. Eppure, la voglia di cinema resta forte in tutto il mondo, come testimoniato da nuove modalità di visione collettiva. Se a Berlino si organizzano proiezioni di quartiere sui muri dei palazzi cittadini, man mano che negli Usa le sale cinematografiche vengono chiuse, raddoppiano le richieste di biglietti nei drive in, come ha dichiarato Beau Bianchi, gestore di due Paramount Drive in al Los Angeles Times. Anche in Europa piace l’idea di vedere un film al chiuso della propria auto: il ritorno del drive in si è esteso anche a Dortmund, in Germania, e in varie località della Vestfalia, come Hawerkampft, dove in un baleno sono stati venduti i 4.800 biglietti per le 7 serate di proiezioni. Un’alternativa per la rinascita delle sale cinematografiche, invece, viene paradossalmente offerta da coloro che hanno provocato la loro chiusura in massa: i servizi in streaming. Nei mesi scorsi Netflix ha comprato il cinema d’essai Paris theater di New York e sarebbe in trattativa per l’Egyptian theater di Hollywood, da usare come spazi “per anteprime, premiazioni ed eventi speciali” dedicati ai clienti premium. Quanto ai cinema indipendenti, operatori come Oscilloscope hanno inaugurato un sistema di pagamento delle prime visioni, fornite via link, che devolve metà della somma a una sala d’essai di propria scelta. Esclusive le proposte riservate ai loro migliori clienti da due altre società inglesi: i magazzini Selfriges di Londra hanno inaugurato al loro interno 3 cinema destinati a chi vanta una membership, mentre Virgin holidays ha inaugurato nello store di Liverpool un cinema segreto per anticipare agli ospiti le esperienze che vivranno in vacanza. Così memorabili che sembrerà proprio di stare in un film.

20 Aprile 2020

NO SHOW.. NO PARTY?

L’European Industry Exhibition Alliance ha stimato che le mancate vendite dovute alla cancellazione delle fiere, ammonteranno, solo per il periodo primaverile, a 39 mld di euro. E con una fashion week finita all’alba dell’emergenza Covid-19, tra show cancellati o mandati in streaming senza pubblico e una campagna vendite mai iniziata, il sistema della moda è stato tra i primi a sperimentarne l’impatto, e a ragionare su nuove modalità con le quali organizzare il proprio fitto calendario. Se la fashion week Uomo di giugno, così come il Pitti, sono stati rimandati formalmente a settembre, nelle Vogue Global Conversations – conferenze in streaming su Zoom con alcuni tra i maggiori protagonisti del sistema – del 14 aprile, Marc Jacobs ha ammesso che «la settimana della moda a New York a settembre è irrealistica. Per disegnare una collezione ho bisogno del mio team» ha spiegato «e il mio team necessita di guardare i tessuti realizzati in Italia. La collezione A/I 2020-21 svelata durante la New York fashion week di febbraio non è stata prodotta. Dopo la sfilata, i capi sono stati presentati anche ai buyer nei giorni della Paris Fashion week, ma non ci sono stati ordini perché tutti hanno lasciato in anticipo la capitale francese. In mancanza di ordini, non sono partite le richieste per i tessuti realizzati in Italia da aziende che, in ogni caso, non erano attive». Diversa la posizione di Kenneth Ize, designer che ha debuttato ufficialmente a Parigi proprio a febbraio, e che, in quanto emergente, non dispone della potenza di fuoco – ma anche della struttura massiccia e impensabile da gestire in remoto – di un brand mondiale come quello di Jacobs. Con una collezione realizzata per la maggior parte in Nigeria da artigiani locali, continuare a essere creativo vuol dire trovare nuove metodologie lavorative, spedendo direttamente a casa dei suoi operai i telai sui quali lavorare, e consultandosi via What’s app. «Difficile, certo, ma anche stimolante, e sicuramente costringerà il sistema della moda a rivedere l’eccesso di sfilate, dalle pre-collezioni alle resort, e a limitarsi a solo due show per stagione». Nel pratico, la start-up Bsamply, fondata nel 2017 da Andrea Fiume ha ideato Bsamply tradeshow project, un market place digitale e potenziato che permette al fornitore con la propria rete di vendita e buyer di scambiarsi domande, risposte e offerte in tempo reale via chat, o mostrare i prodotti del proprio stand digitale e le loro specifiche (composizione, colore…), scegliere di far vedere alcuni prodotti pubblicamente a tutti gli utenti o privatamente ai propri clienti, avviare contrattazioni, concludere ordini e persino realizzare transazioni. «Il nostro scopo è quello di creare un ponte fra PMI e grandi marchi e contribuire ad aiutare un settore che in questo momento sta attraversando grandi difficoltà. Più in generale, il progetto si rivolge a tutte le aziende del comparto tessile, che potranno così dare vita a un trade show 4.0, uno spazio virtuale popolato da fornitori e buyer che potranno così incontrarsi senza alcuno spostamento», spiega Fiume. Ma non solo di fiere vive il calendario annuale della moda, che ruota anche intorno alla comunicazione e alla presentazione delle collezioni ai giornalisti, tramite giornate dedicate, i press day. Nell’impossibilità di svolgersi dal vivo, alcuni tra i maggiori uffici stampa hanno optato per dei “digital showcase”: è il caso di Karla Otto, che nei prossimi giorni di aprile, in tutte le sue sedi mondiali (da Milano a Parigi passando per New York e Los Angeles, ma anche Seoul e Tokyo) presenterà le nuove collezioni dei brand di cui cura le relazioni stampa attraverso un account Instagram, @karlaottopresents, rispondendo in diretta a commenti e messaggi di stylist e giornalisti, e attivando una mail dedicata, alla quale si potranno inviare le richieste di capi da scattare per i futuri servizi fotografici. Idem per Negrifirman che aprirà le porte virtuali del suo show-room Giovedì 30 aprile dall’account Instagram @negrifirmanmilanopressday

LA CANTINA è ONLINE

Italia, terra di santi, navigatori, e vignaioli: un quadro, quello fornito dai dati OIV e da un’indagine Nielsen, che disegna un Paese sul podio mondiale dei produttori, degli esportatori, e anche degli acquirenti online. L’e-commerce del vino vale infatti 200 milioni di euro su scala globale e già nel 2018 ha subito un’impennata, catapultando l’Italia sul podio come consumi, con un terzo posto. Parlando invece di vendite online a livello mondiale, si raggiunge una quinta posizione di tutto rispetto (più di noi comprano solo Gran Bretagna, Francia, Svezia e Russia). E anche prima del Covid-19, le previsioni disegnavano una crescita del settore a doppia cifra, praticamente il doppio di quanto i produttori guadagnano con le vendite off-line, immaginando un 2022 nel quale il segmento varrà 400 mld dollari. Non sorprende, quindi, che, complice la pandemia globale e le perdite derivate dalle mancate vendite a bar e ristoranti, molti brand abbiano deciso di potenziare i loro shop online, senza venir meno al rapporto umano con il cliente. Comte de Montaigne, maison di champagne pregiati, ha lanciato la sua nuova piattaforma digitale, capace di spedire in 24 Paesi europei, in 24 ore, con imballaggi eco-sostenibili. Così le loro referenze di punta – Rosé, Blanc de Blancs, Cuvée Spéciale – ma anche bottiglie solitamente introvabili, sono a disposizione degli estimatori, coinvolti anche attraverso i social nell’universo del brand. Le migliori recensioni lasciate sulla piattaforma otterranno infatti il 20% di sconto. «Abbiamo deciso di rispondere alle crescenti richieste dei nostri clienti potenziando le nostre vendite on-line con un vero e proprio e-Shop, accessibile direttamente dal nostro sito»,ha spiegato Stéphane Revol, Ceo dell’azienda. «Un segnale importante di vicinanza ai nostri più affezionati estimatori e alle loro famiglie, che raggiungeremo con i sapori e gli aromi delle nostre migliori Cuvée per aiutarli a riscoprire, anche nella propria casa, i valori autentici della convivialità e del tempo insieme». E la convivialità è al centro anche della nuova piattaforma online di La Montina: una vera e propria enoteca digitale, dove, grazie alla chat integrata, gli utenti possono richiedere consigli sulle etichette, o informazioni sugli accessori per la degustazione. «È molto importante far percepire al cliente che dietro lo schermo c’è qualcuno di fidato a cui poter far riferimento in caso di bisogno» spiega Michele Bozza, Export & Marketing Manager «Il rapporto umano non va dimenticato quando si vende online, anzi». Complici le spese di spedizione azzerate, quindi, si possono acquistare e comporre confezioni o anche regalarne ad amici, specificando indirizzo e dedica da allegare. Infine, anche Tormaresca, tra le cantine pugliesi più stimate al mondo, ha stretto una partnership con Winelivery, per consentire ai propri clienti di ricevere a domicilio, già fresche e pronte da stappare, le sue etichette. Se su tutto il territorio nazionale il processo richiede 48 ore, dall’ordine all’arrivo in casa, nelle principali città italiane (Milano, Bologna, Torino, Firenze, Bergamo, Prato, Roma, Napoli e Catania) la sete viene placata in solo mezz’ora. «La necessità di potenziare i canali online nasce dalla voglia di stare più vicini ai clienti in un momento in cui è più difficile per loro reperire i prodotti preferiti» spiega il marketing manager Vito Palumbo. «Con la mescita (consegne a ristoranti e wine bar) bloccata dal 9 marzo, si prevede, se il lockdown per questi esercizi dovesse proseguire sino a giugno, un fatturato che segnerebbe un 30% in meno. L’online cresce del 100% ma con prodotti di entrata e non con i crus, al netto della possibilità di comporre casse personalizzate. Per questo abbiamo deciso di collaborare con winelivery, che essendo un servizio di consegna alla giusta temperatura, consente di vendere anche vini di più alta fascia per questo è molto interessante. È un modo per farci conoscere di più anche da gente che non era appassionata dei nostri vini». Brindando al domani, con l’Italia nel bicchiere.

comtedemontaigne.com/shop

lamontina.com

tormaresca.it

DEGUSTAZIONE VIRTUALE…

Wine Spectator. E soprattutto non capita di poterlo fare online. Stiamo parlando del Brunello di Montalcino Riserva 2012 Biondi-Santi, l’ultima riserva prodotta da Franco Biondi Santi, icona dell’imprenditorialità vitivinicola italiana. A capo dell’azienda dal 1970 al 2013, Franco produsse ben 24 Riserve su 39 che la storia Biondi Santi annovera nella sua Wine Library, meglio nota come il caveau di famiglia! Tornando alla degustazione digitale è questa l’ultima trovata della casa toscana, che ha spedito una bottiglia numerata a casa di un ristretto gruppo di ospiti, e ha svelato via webcam i segreti e gli aneddoti di questa annata eccezionale dedicata proprio a Franco Biondi Santi. Così eccezionale che sarebbe dovuta approdare sul mercato mondiale nel 2019, ma come diceva spesso Franco: «La natura riesce a creare cose belle, basta sapere aspettare». La Riserva 2012 nasce da una selezione di uve provenienti dalle più vecchie vigne di Tenuta Greppo e gli sono serviti altri 14 mesi per affinarsi e trovare il suo equilibrio ideale, prima di svelarsi al mondo. Stappata la bottiglia a casa è stato come entrare nel caveau dove sono custodite tutte le vendemmie a partire dal 1888 e per ognuna una storia da “sorseggiare” lentamente come il Riserva 2012 che espande il suo profumo per tutta la stanza. Su ogni bottiglia, cosa molto importante anche per i collezionisti, è segnata la data di uscita dalla cantina. La mia è 4 aprile 2020. Una data che non dimenticherò. La degustazione virtuale è sicuramente un primo passo per Biondi-Santi per essere vicino ai suoi “collezionisti”. Delle 12mila bottiglie prodotte di questa Riserva 2012 solo 8mila saranno messe a disposizione dei suoi estimatori. Le visite virtuali continueranno, ma il piacere resta tutto fisico.

di Valentina Ardia

13 Aprile 2020

Back to Italy 

Messaggio per l’Italia: per superare lo choc da lockdown, è decisivo investire su “immagine & reputazione”. Come per un prodotto, il brand di una nazione ha un valore economico. Alla fine del 2019, quello del nostro Paese, ottava potenza industriale del mondo, valeva 2.110 miliardi di dollari. Una bella cifra, visto che il Pil previsto per quell’anno dal Fondo Monetario Internazionale non superava i 2.010 miliardi. L’emergenza sanitaria, però, sta avendo un impatto sia sul nostro business e sia sul nostro soft power, la capacità di condizionare le scelte di governi, imprese e consumatori, che ci vede all’11° posto tra gli influencer del mondo. La crisi del Covid-19, infatti, colpisce i nostri storici capisaldi, il Made in Italy, il turismo, lo stile di vita, mentre non migliora la percezione dei nostri punti deboli, dalla gestione pubblica alla ricerca scientifica. Dall’analisi, condotta su 4.700 marche del mondo, di cui circa 200 italiane, emerge che tra l’1 gennaio e il 18 marzo 2020 tutti i 36 settori considerati hanno attualmente perduto valore d’impresa. I più colpiti sono aerospazio, energia, turismo, abbigliamento e banche. Quelli che hanno meno risentito della crisi, comprensibilmente, sono i prodotti per la casa, utility, telecomunicazioni, alimentari e il farmaceutico. Anche tra i settori che perdono più valore, tuttavia, ci sono brand di sotto-settori che mantengono ottime prospettive, in particolare quelli più protagonisti nella cosiddetta digital transition. Rispetto ai valori fissati al 1 gennaio del trademark, emerge inoltre che i 500 principali brand potrebbero perdere fino a € 1 trilione, cioè un miliardo di miliardi, di valore da “immagine & reputazione”. Dalla nuova Brand Finance Euro 100 2020, scaricabile insieme all’analisi del Covid-19 impact da qui, emerge tuttavia come a oggi l’impatto negativo sul trademark value è stato soltanto del 13%, mentre i medesimi brand hanno perso circa il 25% di valore d’impresa. Questa differenza mette in luce l’importanza degli investimenti su questo asset intangibile. E suggerisce, superato l’iniziale choc da lockdown, di non ridurre, bensì di aumentare gli investimenti su “immagine & reputazione”, così da non trovarsi ben presto a competere con armi inadatte in un mercato che avrà subito forti cambiamenti. La forza del brand, d’altronde, non dipende soltanto dalle campagne pubblicitarie, ma anche dal racconto credibile degli investimenti innovativi, della qualità del prodotto, dalla capacità di gestire il contatto con il cliente, di persona o per via digitale, oltre che dal buon esercizio della responsabilità sociale dell’impresa verso dipendenti, fornitori, clienti e territorio. Un discorso del tutto simile vale allora anche per il brand Italia e richiederebbe una strategia di sostegno analoga a The Great Campaign, lanciata qualche anno fa dal Regno Unito e grazie alla quale nel 2019, nonostante la Brexit, il brand UK riuscì a raggiungere un valore di 3.851 miliardi di dollari nonostante una previsione del PIL nazionale che non superava i 2.720 miliardi.

Fonte: Brand Finance.
Brand value at risk due to Covid-19 outbreak

La moda in prima linea 

Le gare di beneficenza, le raccolte fondi e le donazioni hanno dimostrato come il settore moda, seconda voce del Pil italiano dopo il turismo, non si tira indietro quando si tratta di fare la sua parte. A mostrare la via – e non si tratta per lui di una prima volta – è stato Giorgio Armani che, dopo la donazione di 2 milioni di euro agli enti ospedalieri italiani maggiormente colpiti, come il Luigi Sacco di Milano e al Papa Giovani XXIII di Bergamo, ha deciso di riconvertire i suoi stabilimenti, per produrre camici da destinare agli operatori sanitari. Ma la sua visione non si esaurisce qui: in una recente lettera aperta al WWD lo stilista e imprenditore ha già avanzato proposte per il dopo-Covid, individuando nell’attuale sistema di sfilate e nella molteplicità delle collezioni delle criticità: «Il lusso non può e non deve adottare i metodi del fast fashion, perché non è veloce: ha bisogno di tempo per essere raggiunto e apprezzato. Questa crisi può essere opportunità per ridare valore all’autenticità. Basta con la moda intesa come pura comunicazione, basta show sfarzosi con idee deboli. C’è troppa offerta rispetto al bisogno, in azienda stiamo infatti valutando se saltare o ridurre al minimo le collezioni pre-fall: penso sia sufficiente presentare una collezione che includa tutto». E parlando di eccezionalità, Moncler si è distinto per la generosità “monstre”, donando 10 milioni di euro fondamentali nella creazione del nuovo polo ospedaliero in zona Fiera a Milano, mentre Gucci ha donato 1 milione di euro alla raccolta fondi a sostegno della Protezione Civile – in collaborazione con Intesa Sanpaolo – e 1 altro milione all’Organizzazione Mondiale della Sanità, tramite il Solidarity Response Fund. Miuccia Prada e Fabrizio Bertelli hanno donato sei postazioni di terapia intensiva a tre ospedali milanesi, oltre a dedicare totalmente l’unico stabilimento rimasto aperto, quello di Montone (Perugia) alla produzione di mascherine. E, ad adeguare la loro produzione a fronte delle nuove necessità, sono anche Herno (10.000 camici e 25.000 mascherine al mese, da destinare al territorio di nascita del brand, e all’ospedale di Verbania sul Lago Maggiore) e Lardini (60.000 mascherine da donare agli abitanti del Comune di Filottrano, che ha dato i natali al brand, e ai comuni delle Marche che ne abbisognano). Tante, tantissime le donazioni, sarebbe impossibile citarle tutte: da Colmar, che ha donato 100mila euro alla Terapia Intensiva del San Gerardo di Monza, a Bulgari che ha acquistato per l’ospedale Spallanzani un nuovo microscopio 3D e ha sta producendo flaconi di gel disinfettante per le mani. E ancora, Chanel che con la sua filiale italiana devolverà 1,3 milioni di euro alla Protezione Civile Italiana, all’Ospedale Sacco di Milano, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Riconoscendo il lavoro fondamentale di chi oggi è in prima linea, la famiglia Della Valle ha infine donato 5 milioni di euro alla Protezione Civile: il fondo “Sempre con voi” vedrà come beneficiari le famiglie degli operatori sanitari deceduti durante la lotta al Covid-19. Ma siamo sicuri che sia solo l’inizio…

Capitale culturale 

È un Paese che vive (anche) di contraddizioni, l’Italia. Lo Stato con più siti Unesco al mondo (55 a pari merito con la Cina), la culla del Rinascimento, ha un rapporto difficile con la cultura: nel 2018, secondo i dati Eurostat solo lo 0,9% della spesa pubblica italiana è stata destinata ai servizi culturali (ha fatto peggio solo la Grecia, con lo 0,5%). Un dato che risalta ancora maggiormente se messo accanto a quello della media europea (1,4%) e alle percentuali che invece dedicano al settore paesi dell’Est come Ungheria (3,5%) e Lettonia (3,2%), mentre i baluardi della vecchia Europa si dividono tra i “promossi” (Germania, 1,6%) e “ammessi con riserva” (Francia e Inghilterra con 1,1%). Un’istantanea che fotografa un Paese poco incline a regalare alla cultura il peso che merita, tanto più perché sul territorio dello Stivale anche realtà aziendali, che non hanno tra i loro obiettivi quello di “fare cultura” sono riuscite a creare negli anni un patrimonio storico meritevole di poli museali. È il caso dei Musei d’impresa. Solo per citarne alcuni, dalla Fondazione Gianfranco Febrigoni Fabriano all’archivio storico Piaggio e quello di Magneti Marelli, hanno deciso di investire nel loro patrimonio industriale, mettendolo a disposizione della collettività. E, sposando la necessità di rimanere in casa, alcuni di loro hanno deciso di mettere i propri archivi in rete, rendendo possibile una visita online: il museo Kartell, ad esempio, è visitabile attraverso l’app dedicata, mentre Martini porta i suoi utenti alla scoperta della sua storia in un tour virtuale tra il Museo di Storia dell’Enologia e la Galleria Mondo Martini.
L’ultimo in ordine di tempo è stato il Museo Lavazza, che, aderendo alla campagna del MiBACT, ha aperto le porte del proprio patrimonio culturale, e, di conseguenza, di 125 anni di storia italiana. I 3 percorsi digitali disponibili narrano infatti altrettanti momenti della storia e del costume del nostro paese: Si parte dalle Figurine Lavazza, “Enciclopedia” raccontata da maestri della matita e illustratori, passando dal suo calendario, lanciato per la prima volta nel 1993, e illustrato dall’obiettivo di un maestro della fotografia come Helmut Newton, concludendosi con “il caffè e la donna”, raccolta di testi della scrittrice Francesca Manfredi, sul binomio indissolubile tra la figura femminile e il brand. Aspettando di poter tornare ad esplorarli tutti, dal vivo.
museimpresa.com

La luce oltre l’impresa 

Gli obiettivi e la missione di un’impresa vanno ben oltre i dettami del consiglio d’amministrazione, ma inglobano la strenua protezione di quel patrimonio umano che è riuscito a creare un valore non solo economico, ma anche sociale. Si chiama responsabilità sociale, e a mostrare la via da perseguire per realizzarla anche ai tempi del Covid-19 è stato un italiano. Giovanni Rana, fondatore dell’omonimo pastificio, insieme a suo figlio Gianluca, Ad del gruppo, ha deciso di varare un piano da 2 milioni di euro per tutelare i suoi 700 dipendenti nei suoi 5 stabilimenti italiani, a cui andrà un aumento di stipendio del 25% per ogni giorno di lavoro effettuato, con ticket da 400 euro mensili per babysitter e un’assicurazione in caso di contagio, estesa anche ai dipendenti che lavorano in smart-working. Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, ha invece optato, in accordo con i sindacati, per un pacchetto di misure che tutela i suoi dipendenti in Italia (circa 12 mila): tra di esse, l’integrazione al 100% dello stipendio per chi è in Cassa Integrazione e un bonus di 500 euro per chi, invece, continua a lavorare nei reparti di logistica e laboratorio lenti (gli unici rimasti aperti nell’azienda). Inoltre, le ferie saranno rimodulate garantendo almeno due settimane consecutive, e si prevede un premio di produzione che non terrà conto di malattie e assenze dovute al Covid-19. Il welfare si realizza anche grazie alla riduzione degli stipendi dei manager, che su base volontaria potranno decurtarsi lo stipendio per tutto il periodo dell’emergenza, come ha già fatto l’Ad Francesco Milleri, diminuendo il suo compenso del 50%. Oltralpe, invece, Chanel ha adottato per i suoi dipendenti in Francia, e anche per quelli in Italia (circa 1.100), una “solidarietà responsabile”, scegliendo di non ricorrere alla cassa integrazione fino alla fine del mese di aprile, evitando di gravare sui conti pubblici di uno Stato in questo momento impegnato a proteggere i più vulnerabili. Mentre Hermès ha dichiarato che non toccherà gli stipendi dei suoi 15.500 dipendenti nel mondo, aggiungendo che nessun dirigente avrà aumenti per l’anno 2020. Esempi virtuosi sulla quale scia si spera di poter tracciare una nuova rotta, che disegni un rapporto di collaborazione più stretta e solidale tra l’azienda e il suo valore umano.