The Wall

Un muro lungo 40 anni

Storia della monumentale opera dei Pink Floyd. Che prende ancora a martellate tutti: Trump per primo..

di Ezio Guaitamacchi

“Trump eres un pendejo”, Trump sei un coglione! Così, senza giri di parole, Roger Waters “saluta” colui che di lì a poco sarebbe diventato il 45esimo presidente americano. È il primo ottobre del 2016 e l’ex leader dei Pink Floyd sta rodando a Città del Messico il gigantesco show che porterà in scena al Desert Trip in California.Durante l’esecuzione di Pigs, oltre al collage di immagini proiettate sul grande schermo atte a sputtanare il tycoon newyorkese, si alza in volo lo storico maiale floydiano. Questa volta, però, ha la faccia del vecchio Donald. Non a caso. Sin dall’inizio della campagna elettorale Trump aveva promesso di costruire un muro al confine con il Messico. “Se quel maiale diventerà presidente”, aveva allora sentenziato Waters, “io farò un altro muro: suonerò il mio ‘The Wall’ dove lui vuole erigere il suo”.Quarant’anni prima, 10mila km più a nord ma sempre sulle note di Pigs, un evento diverso, ma ugualmente controverso, aveva fatto scattare in Waters l’idea del “suo” muro…

6 luglio 1977, stadio di Montreal
I Pink Floyd stanno fronteggiando un pubblico particolarmente agitato. Oltre a rumoreggiare durante gli accordi iniziali di Pigs on the wing, qualcuno si è persino messo a sparare un bengala. Roger Waters non ci vede più: dopo aver interrotto lo spettacolo sfoga la sua rabbia contro il teppista.“Se non vuoi ascoltare la nostra musica”, gli grida, “beh, vattene affanculo! Qui c’è un sacco di gente che vuole sentirci suonare… sparisci!” Niente da fare. Lo spettatore indisciplinato continua a disturbare lo show finché Waters, esasperato, passa dalle parole ai fatti e… gli sputa addosso!Per chiunque quel gesto avrebbe potuto significare la fine del rapporto con il proprio pubblico. Ma non per Roger che forse intravede in quello sputo il primo vagito del progetto The Wall che probabilmente stava già scalciando nella sua mente creativa. In quel periodo, nonostante lo stratosferico successo di album come The dark side of the moon o Wish you were here, l’atmosfera in casa Floyd non era delle migliori. Il carattere lunatico e dispotico del leader aveva creato gravi dissidi con gli altri membri della band. Ma lui non sembrava dargli peso. “Io e Gilmour non siamo amici”, diceva, “non lo siamo mai stati e dubito che lo saremo mai. Ma va bene così, non c’è ragione per cui dovremmo esserlo”. Poi, quasi d’improvviso, un po’ come successo ai Rolling Stones qualche anno prima, la band scopre che la società che amministrava le sue finanze sta andando in fallimento e, non avendo modo di far fronte ai debiti singolarmente, i Pink Floyd sono costretti a rimettersi insieme per rientrare dai debiti entro l’anno. E fanno un nuovo disco. Roger Waters ci mette penna, cuore e progettualità; nella quiete della campagna inglese partorisce due “concept” differenti, il migliore dei quali, originariamente chiamato Bricks in the wall, tocca temi autobiografici. Gli altri Floyd non sono per niente entusiasti; David Gilmour, per esempio, definisce il demo “inascoltabile, deprimente e noioso”. Nonostante i pareri negativi Waters non molla, però. E, una volta coinvolto l’esperto producer Bob Ezrin, passa all’azione. Così, dopo peripezie varie, polemiche e litigi, nasce la storia di Pink (il protagonista dell’album): una rockstar tormentata che deve fare i conti con i fantasmi del passato; ma anche un orfano di guerra con una madre morbosa e problemi sia relazionali che sentimentali. L’unica soluzione per lui è la chiusura. Pink alza il muro più alto possibile, con ogni mattone a simboleggiare un elemento della sua lucida schizofrenia. In balìa del successo e della fama, decide però di mettere sotto processo la sua vita. Solo così riesce a riprenderla in mano, accantonando l’isolamento che ogni giorno lo logora. Uscito sconfitto e “colpevole” riceve la sentenza più dura: abbattere il muro che lo faceva sentire al sicuro e tornare a confrontarsi con la realtà.

 

Il 30 novembre 1979 viene pubblicato il doppio album The Wall. È un’uscita in sordina, praticamente senza pubblicità, salvo un paio di interviste con la Bbc. Eppure il disco raggiunge il primo posto in classifica e vi rimane per 15 settimane consecutive, raggiungendo il milione di copie vendute nei primi due mesi e toccando i 30 milioni totali negli anni a seguire. Qualche mese dopo, The Wall diventa un grande concerto: 31 rappresentazioni in sole quattro città, Los Angeles, New York, Dortmund, Londra (location scelte per le loro dimensioni e caratteristiche). Il tour, costosissimo, sarà un disastro dal punto di vista economico, ma al tempo stesso uno degli spettacoli rock più maestosi della storia. Durante ogni show viene innalzato un muro lungo 50 metri e alto 10 composto da 400 mattoni di cartone. La costruzione si completa al termine della prima parte del concerto che corrisponde alla fine del primo vinile. Sul muro vengono proiettati i disegni animati di Gerald Scarfe (l’autore della copertina dell’album) che rappresentano le figure emblematiche di The Wall. La scenografia è arricchita da giganteschi pupazzi gonfiabili anch’essi rappresentanti i principali protagonisti del concept, incluso il celebre maiale di Animals. Infine, poco prima della conclusione dello show, il muro viene abbattuto, tanto che il gruppo suona in mezzo ai resti della scenografia. Tre anni dopo l’uscita del disco (1982) il regista Alan Parker dirige l’omonimo film animato basandosi su uno script di Roger Waters. Il 21 luglio 1990, a pochi mesi dalla caduta del muro di Berlino, Waters mette in piedi una versione speciale di The Wall (con parecchie rockstar ospiti) proprio nella Potsdamer Platz, la piazza berlinese una volta divisa in due dal famigerato “muro”. Negli anni 2000 riporta in giro per il mondo un mega show di The Wall che delizia oltre 4 milioni di spettatori. Evidentemente, a 40 anni dalla prima uscita, il mondo ha ancora bisogno del “suo” muro…