Sostenibile, non troppo

Un glossario per il green

Dalle supercar alle torri verticali fino alle centrali nucleari: è tutto un parlare di sostenibilità.
Ma non basta la parola. Orientiamoci nel labirinto del greenwashing.

di Maria Andreetta
illustrazioni: Marco Goran Romano

Pochi concetti sono più insostenibilmente leggeri di quello di “sostenibilità”. Per capire cosa significhi, anzitutto, dobbiamo aggettivarla: ambientale, economica o sociale? Pensiamo alle tre “P” di planet, profit, people con le quali sovente è qualificata: possono prendere strade tutt’altro che parallele! Un processo produttivo può essere poco impattante sull’ambiente, ma anche poco conveniente economicamente. È bene capirci qualcosa, sia perché stiamo mettendo a rischio il Pianeta, sia perché stiamo per spendere 60 mld di € in tecnologie ecosostenibili sui 222 mld previsti dal Pnrr. Mettiamo mano alle cesoie e andiamo all’essenza del discorso. Un’attività umana si dice sostenibile quando prevede uno sfruttamento delle risorse naturali ed emissioni inquinanti tali da poter proseguire senza compromettere l’ambiente e la nostra futura sopravvivenza su questo Pianeta. L’energia è il lupo cattivo, in quanto grande consumatore di risorse e grandissimo inquinatore: di tutti i gas serra emessi in Europa, l’80% arriva dalla produzione di energia elettrica e termica e dai trasporti. Così, l’imperativo è decarbonizzare, ossia riversare nell’aria meno CO2 grazie al passaggio a fonti di energia con meno carbonio o a emissioni zero, come le rinnovabili. Ma non è così semplice. Oltre a non avere impianti sufficienti, le rinnovabili non sono programmabili: se il vento non c’è, le pale eoliche non girano… E al momento non si è trovata una soluzione alternativa al compensarle con centrali a fonti fossili. La coperta, insomma, è corta. Nei primi sei mesi del 2021 la Germania ha dovuto ridare fiato alle centrali a carbone per colmare il crollo del 20% nella produzione di energia eolica. E il nucleare? Le centrali atomiche di quarta generazione, che promettono super sicurezza e riciclo delle scorie, sono ancora in fase di test, mentre la fusione nucleare, che ci regalerebbe l’atomo senza scorie, è di là da venire. Nella speranza che i cambiamenti climatici siano più pigri e lenti delle previsioni degli scienziati, ecco la bussola per orientarsi nel labirinto della sostenibilità.

Acronimi
La lingua della sostenibilità è piena di acronimi e sigle. Cominciamo dal più simpatico: Nimby o Not in my back yard (“non nel mio cortile”) indica la resistenza di una comunità locale a opere ritenute nocive. Insomma: fatelo pure, ma altrove. In Italia è una “sindrome”: nel 2017, secondo il Nymby Forum, su 317 opere contestate 55 erano a fonti rinnovabili. Tra le sigle più ostiche, poi, c’è Ccs: Carbon capture and storage, “cattura e sequestro della CO2”, ossia separare la CO2 dagli altri residui della combustione per convogliarla in un qualche altro deposito. Come nascondere la polvere sotto il tappeto. Lcoe, invece, indica il Levelized cost of energy, che valuta la convenienza di una tecnologia, ossia quanto costa in media generare energia elettrica a seconda della fonte. Sorpresa: in Europa il costo di produzione da fotovoltaico è decisamente inferiore rispetto a quello da impianti a fonti fossili: l’avreste mai detto?

Biomasse
Le biomasse sono fonti di energia rinnovabili, come la legna che si ricava da boschi e foreste o da lavorazioni, gli scarti agricoli, dell’allevamento e dell’industria agroalimentare. La biomassa legnosa è bruciata prevalentemente per produrre calore. Da biomasse come i reflui zootecnici, si può produrre il biogas attraverso il processo della fermentazione biologica. I fan sottolineano come la loro combustione sia “carbon neutral”, perché una pianta bruciando (o fermentando) rilascia in atmosfera la CO2 assorbita durante la sua vita, senza aggiunte. I detrattori sostengono che bruciare biomasse è un delitto contro l’ambiente. Ma tutto dipende dalla tecnologia che si utilizza: un vecchio caminetto, in effetti, inquina come un tir…

Carbon neutral e Carbon footprint
La neutralità carbonica si ottiene creando un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di anidride carbonica: o si smette di produrla, oppure quella in eccesso dovrà essere assorbita dalle piante o artificialmente. Meglio generarne di meno. Carbon footprint o impronta di carbonio, invece, è un metodo che misura le emissioni di gas serra generate dal ciclo di vita di un prodotto o dalle attività di un’organizzazione, che secondo il protocollo di Kyoto sono: anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo.

Efficienza
La migliore energia è quella risparmiata. Ma il concetto non è da confondere con la semplice eliminazione degli sprechi: non si tratta di spegnere le luci di casa e restare al buio, ma di utilizzare soltanto lampadine a risparmio energetico. In sintesi: con l’efficienza si ottiene lo stesso risultato consumando meno. La sfida coinvolge tutte le tecnologie utilizzate nel consumo di energia elettrica e termica, anche quelle che fanno uso di fonti fossili. Ma efficienza non significa massima sostenibilità ambientale: il fotovoltaico è meno efficiente del termoelettrico nel produrre elettricità, ma è più green. Incredibile ma vero: l’Italia è uno dei Paesi con il migliore livello di efficienza energetica in Europa. La nostra “intensità energetica primaria” (il rapporto tra il consumo interno lordo di energia e il Pil) è inferiore di quasi il 13% rispetto alla media europea. Meglio di noi solo il Regno Unito.

Elettrificazione
Dirottare i consumi di energia termica verso quelli elettrici. È l’auspicio di tutti i Paesi. Perché? Perché l’elettricità sta diventando sempre più pulita grazie alla crescita delle fonti rinnovabili a zero emissioni. Significa dire addio alle caldaie a gas e benvenute alle pompe di calore elettriche. Ma soprattutto alle auto elettriche! La sfida più grande, però, viene dalle reti, che dovranno essere in grado di supportare carichi più alti di quelli attuali. Lo ha capito il Governo, che ha assegnato allo scopo 3,6 mld di € del Pnrr: la fetta più importante del capitolo “Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile”.

Emissioni
Sgombriamo il campo: è vero che le emissioni in atmosfera non sono tutte di origine antropica e che quando un vulcano erutta getta nell’aria una gran quantità di polveri e ossidi di zolfo. Ma è anche vero che non si può dire a un vulcano di stare tranquillo, mentre sulle attività umane è possibile agire. La combustione di fonti fossili non riversa nell’aria soltanto anidride carbonica, perché ci sono elementi che, pur non avendo impatti climalteranti, sono dannosi per la salute umana e l’ambiente. Ecco i principali: monossido di carbonio, ossidi di azoto e anidride solforosa, responsabili dei processi di acidificazione (le piogge acide!), particolato (PM10 e PM2.5). Gli effetti delle emissioni di origine antropica si manifestano su scale spaziali e temporali differenti. Se gli inquinanti dovuti al traffico o alle industrie riguardano ambiti territoriali ristretti, i gas serra hanno effetti su scala globale. Giusto per dare ragione (ma solamente un po’) a chi sostiene: inutile affannarsi così tanto per ridurre le nostre emissioni europee di CO2 quando la Cina ne produce il triplo.

Idrogeno
L’idrogeno è l’energia buona del futuro? Tutto dipende da come viene prodotto. È una fonte energetica a emissioni zero, utilizzabile come gas combustibile ma anche sotto forma di fuel cell per alimentare i veicoli elettrici. Il suo problema è che in natura non esiste da solo, viaggia sempre insieme a un altro elemento. Bisogna estrarlo dall’acqua, dal metano o da altri idrocarburi e da questo dipende il suo impatto ambientale. Estraendolo dall’acqua con l’elettrolisi, come scarto non resta che l’innocuo ossigeno. Ma solo se l’elettricità utilizzata arriva dalle rinnovabili l’idrogeno è “verde”, altrimenti nel conteggio vanno inserite le emissioni delle centrali termoelettriche coinvolte nella produzione. Così, se a monte dell’elettrolisi c’è una centrale a carbone, l’idrogeno è “nero”, mentre se la corrente è prodotta da una centrale nucleare, diventa “viola”. L’idrogeno “grigio”, invece, è quello estratto da idrocarburi o frutto di una reazione chimica industriale. Oggi quasi tutto l’idrogeno è di questo tipo. Se siete daltonici abbiate pazienza, perché esiste un altro colore, il “blu”, che indica l’idrogeno estratto da idrocarburi con l’attenuante che la CO2 generata dal processo viene catturata e immagazzinata.

Rinnovabili
Si chiamano così perché sono fonti che si rinnovano naturalmente: sole, vento, risorse idriche e geotermiche, biomasse. Il nucleare, diversamente da quel che spesso si dice, non è quindi una fonte rinnovabile, perché si basa sull’uranio, che agli attuali tassi di utilizzo potrebbe esaurirsi in meno di un secolo. A seconda della tecnologia, le fonti rinnovabili possono produrre energia elettrica o termica (si pensi al fotovoltaico e al solare termico, rispettivamente, elettricità e calore). L’utilizzo più importante è nel settore elettrico, grazie a idroelettrico, fotovoltaico ed eolico, che hanno l’incommensurabile vantaggio di non causare emissioni. Il solo lato negativo, salvo le biomasse, è come già detto la loro non programmabilità.