Utopia rock

Torna lo scozzese d’America: David Byrne

Quando la musica non è un esercizio di stile nascono opere (teatrali e cinematografiche) eterne.

di Ezio Guaitamacchi

American Utopia, l’affascinante nuovo concept della testa pensante delle “teste parlanti” (ovvero i Talking Heads, gruppo newyorkese fondato da Byrne nel 1974), vola da Broadway a Hollywood (il film con la regia di Spike Lee è previsto per fine 2020). L’Hudson Theatre sulla 44esima, nel cuore di Broadway, ha più di un secolo di vita. Ma solo per i suoi primi 40 anni ha ospitato spettacoli teatrali; poi, si è trasformato in studio radio-televisivo, cinema, spazio per eventi, addirittura in night club. Per tutti gli appassionati di rock e dintorni, però, quello è il luogo in cui, l’1 luglio 1956, Elvis Presley ha fatto una storica apparizione nello show televisivo di Steve Allen. Solo qualche settimana prima, nel programma concorrente di Milton Berle, Elvis aveva scandalizzato il pubblico americano con le sue movenze pelviche e il suo modo oltraggioso di interpretare il rock ’n’ roll. D’accordo con Steve Allen, “il nuovo Presley” si era presentato all’Hudson con fare auto ironico, con tanto di smoking, pronto a cantare una versione edulcorata e “politically correct” di Houndog fermo e di fronte a un pacioso “bassett hound”. Ciò nonostante, il suo innato sex appeal era risultato irresistibile, mandando in delirio le ragazzine a stelle e strisce. Quasi 65 anni dopo, sul palco dello stesso teatro di Manhattan (rinato a tutti gli effetti nel 2015) il rock è tornato a fare capolino. Questa volta, però, assumendo le sembianze meno conturbanti, certamente più intellettuali, ma altrettanto rivoluzionarie, di David Byrne. A 50 anni di distanza dai giorni in cui, immedesimandosi con lo stralunato protagonista di Psycho killer, era uno dei principali artefici della scena punk rock del CBGB’s club, l’ex leader dei Talking Heads ha infatti presentato la sua personalissima versione, assai riveduta e decisamente corretta, del “sogno americano”. Si chiama American Utopia ed è un lavoro discografico (il primo da solista in oltre 14 anni), un tour mondiale e uno spettacolo teatrale andato in scena allo Hudson da metà ottobre a fine febbraio segnando il tutto esaurito e guadagnandosi il plauso di pubblico e critica. “È uno show da vedere almeno una volta nella vita”, recitava il claim di poster e spot pubblicitari parafrasando il grande classico dei Talking Heads Once in a lifetime. Già, perché proprio a partire dal concept, American Utopia è qualcosa da vedere, ascoltare, gustare e condividere. Un progetto artistico unico, originale, intenso, coinvolgente e divertente. «L’idea è nata quando ho iniziato a scrivere i brani per il disco» – ha raccontato Byrne – «ho pensato a quanto, negli anni, era cambiato il nostro modo di relazionarci e che sarebbe ora di modificare i nostri comportamenti, di renderli migliori per realizzare il nostro desiderio di comunità». Composto insieme a un’altra mente illuminata del pop rock come Brian Eno, l’album prova a immaginarsi (e a descrivere) un’America diversa o, meglio, un mondo differente nel quale convivere in armonia, animali inclusi. Durante il processo di scrittura, Byrne ha maturato un’ulteriore trovata. «Ho sentito subito l’esigenza di avere il supporto di un ensemble di percussioni», spiega, «e pensando di mettere in scena il tutto, ho avuto una visione: che i musicisti coinvolti potessero suonare, cantare e ballare per dare vita a uno spettacolo completo». Non solo: tutti dovevano essere a piedi nudi e vestiti uguali, proprio come gli abitanti originari della nazione americana. Così, sul palco dello Hudson Theatre, Byrne si è presentato in completo grigio con camicia bianca (una delle tante citazioni da Stop making sense, mitico film concerto dei Talking Heads di Jonathan Demme del 1984) e senza calzature. E come lui anche i suoi 11 musicisti, tra cui sei percussionisti, tutti con il loro strumento attaccato al corpo in modo da potersi muovere e ballare. On stage non ci sono monitor, cavi, aste né amplificatori: l’ensemble (grazie alla tecnologia) è completamente wireless. «Spegnete i vostri telefonini», ha chiesto David Byrne ogni sera, «una volta tanto, guardate lo spettacolo senza fare foto e… godetevi la musica». Già, perché la musica di American Utopia è sensazionale tanto da travolgere lo spettatore in un turbinio di emozioni. I brani dell’album vengono alternati a evergreen dei Talking Heads come Burning down the house, Once in a lifetime o Road to nowhere mentre Byrne, da storyteller credibile e coinvolgente, cattura l’attenzione tra un pezzo e l’altro.
Come un novello Amleto, si presenta sul palco con una riproduzione in plastica del cervello umano tra le mani spiegando le innumerevoli capacità relazionali del medesimo e di come esse vengano velocemente sprecate nel nostro processo di crescita. Sino a perdere il vero senso della vita che, come insegnava una volta il grande Vinícius de Moraes è “l’arte dell’incontro”. C’è spazio anche per un appello politico: «Nelle elezioni locali, negli Stati Uniti vota solo il 20% degli aventi diritto e l’età media è di 57 anni…», ha detto Byrne facendo accendere in platea le luci e illuminandola soltanto per un quinto. «Per questo vi chiedo di votare. Alla fine dello spettacolo troverete dei volontari che raccoglieranno le vostre firme per un impegno al voto». L’incredibile successo dello spettacolo (un “blockbuster” della stagione di Broadway con oltre 100 000 spettatori e un incasso lordo di quasi 15 mln di $) e le straordinarie recensioni hanno convinto la Partecipant, una delle case di produzione più forti negli Usa, a investire sul progetto. Così, presumibilmente a fine 2020, quando American Utopia tornerà a Broadway, Spike Lee starà già lanciando il suo trailer.